Oggi in corte d´appello l´ennesimo ricorso di Beppino Englaro: sua figlia in stato vegetativo dal ‘92
"Fateci staccare la spina a Eluana tenuta in vita da terapie senza senso"
a parti invertite Lei avrebbe fatto lo stesso per me. C´era un patto di sangue, e io lo rispetto
non-morte encefalica Perché si impone di accettare la non-morte encefalica senza fiatare?
dare fastidio Do fastidio, ma mi pare di essere stato vivisezionato senza narcosi
priva di dignità Lei non voleva una condizione senza senso né dignità
PIERO COLAPRICO
MILANO - Il signor Beppino Englaro questa mattina torna in corte d´appello a Milano, per l´ultimo dei sette ricorsi che dall´ottobre del ‘97 porta all´attenzione dei giudici, chiedendo di lasciar morire sua figlia Eluana. Il 18 gennaio del 1992 la ragazza aveva ventuno anni e subì a Lecco un gravissimo incidente d´auto. Due anni dopo i medici arrivarono alla diagnosi-prognosi definitiva di «stato vegetativo permanente»: significa che un paziente non ha alcuna consapevolezza dell´ambiente esterno.
Signor Englaro, si è mai chiesto se Eluana avrebbe fatto lo stesso per lei, a parti invertite?
«Non ne ho il minimo dubbio. Nelle famiglie come la nostra, e come tante altre, ci si vuole bene ma non si risparmiamo le discussioni, soprattutto se servono a chiarire le cose importanti. C´era come un patto di sangue. Ed è questo pensiero, il rispetto del patto esistente tra genitori e figli, che mi costringe a insistere. Eluana, dopo l´incidente di moto subito da un suo amico, ci aveva detto che quelle condizioni sarebbero state inaccettabili. Perciò non mollerò mai, anche se so di poter dare fastidio».
Perché fastidio?
«È il senso di alcune critiche che ricevo. Ma noi - io, Eluana e mia moglie Sati - davamo per scontato che, per costringerci a fare qualcosa che non avremmo voluto, sarebbero dovuti passare sul cadavere di ognuno di noi. Ed eccoci qua. Ancora qua, purtroppo».
Chi dice che voi date fastidio?
«Medici e giuristi, anche amici. Dicono che sono "il male del bene comune", che quando parlo posso diventare controproducente. Ma controproducente rispetto a che cosa, se è dal 1992 che ripeto gli stessi concetti? Mi sembra a volte di essere stato vivisezionato senza narcosi e le mie urla danno fastidio? Fa niente, perché io sono il padre che parla in nome della figlia che non può più parlare. E a nome suo, da quasi quindici anni, domando: ma come si fa a creare lo "stato vegetativo permanente" che non esiste in natura? E, soprattutto, come si può imporre agli uomini di accettare questa non-morte encefalica senza nemmeno fiatare? "È così perché è così", ti dicono, come se fossimo all´asilo. E´ stata una violenza sin dal primo minuto».
Lei ovviamente sa che definisce violenza ciò che altri chiamano terapia.
«Ma bisogna dare un senso alla terapia. Mia figlia non avrebbe accettato cure invasive che non escludevano i risultati che poi purtroppo abbiamo visto. E anche se fosse lei la sola al mondo a pensarla così, questa voce che dice "no, grazie" ha il diritto ad esistere e avere tutela. Non togliamo niente a nessuno, ci mancherebbe che io volessi privare di cure chi le invoca. Ma la libertà di curarsi o di non curarsi, il poter dire sì o no alle medicine e alle operazioni, è una conquista di civiltà. E allora, vi prego, siamo logici sino in fondo. Perché Luca Coscioni può ottenere, con l´aiuto di sua moglie Maria Antonietta, di non essere "intubato" e può lasciarsi morire? Perché la sconosciuta signora Maria rifiuta di amputarsi la gamba, la sua volontà viene rispettata e lei muore? Perché loro sì ed Eluana no? Perché non estendiamo questa possibilità del "consenso informato" a chi è in stato vegetativo permanente?».
Eluana, però, non può più esprimere un parere...
«Già, però noi sappiamo che cosa voleva. Lo so io, lo ha appreso il curatore speciale che chiede esattamente quello che chiedo io. Ecco perché lotto, perché se i giudici ricostruiranno quello che lei voleva, la libereranno - così mi permetto di confidare - da una condizione di vita che lei aveva definito priva di senso e di dignità. Noi abbiamo trovato il "deserto", imploravo i medici, ma non c´erano strade da percorrere. E allora abbiamo tentato di "andare oltre" questo deserto, restando dentro l´ordinamento giuridico, e chiedendo il rispetto di una libertà fondamentale. Libertà di cure e di terapia anche per chi è diventato, in un attimo, una creatura incapace di far rispettare il suo corpo e di dar fiato alla sua antica voce».