Articolo da "La Repubblica " del 27 maggio 2006


Torna in aula la vicenda della giovane dal ´92 in stato vegetativo. Per la prima volta saranno ascoltati dei testimoni
Eluana, la corte convoca le amiche "Diteci se avrebbe scelto di morire"
E la tutor della ragazza in coma si schiera: staccate la spina
La Cassazione aveva affidato la sorte della ragazza a un curatore speciale. Un anno dopo il colpo di scena

PIERO COLAPRICO
MILANO - È la settima volta che la storia di Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente da ben 14 anni, finisce davanti ai giudici. Ma ieri a Milano, i magistrati del tribunale d´appello, Ruggero Pesce, Anna Maria Paganoni e Patrizia Lo Cascio, hanno fatto quello che altri colleghi non hanno potuto o voluto fare sinora: hanno deciso di ascoltare presto i testimoni proposti dagli Englaro. Non si sono trincerati dietro argomenti formali, ma stanno entrando nel merito della questione. E, quindi, cercano di capire un po´ di più, anche attraverso i ricordi delle sue amiche, che cosa desiderava, per la sua esistenza, questa ragazza diventata donna senza rendersene conto. Se è vero che aveva affermato che mai avrebbe voluto «vivere in un letto, senza capire niente».
Possono fare questo nuovo passo, i giudici milanesi, forti anche del fatto che il curatore speciale, nominato recentemente dal tribunale di Lecco su richiesta della Cassazione, è sceso a fianco del padre. È Franca Alessio. È un avvocato esperto in famiglia e minori, è il nuovo «sponsor» della ragazza: «Il mio incarico - dice - è rispettare la volontà della persona che rappresento, perciò a mente sgombra ho indagato, ragionato e - così conclude - mi sono messa dalla sua parte. Ecco perché mi associo alla richieste del padre di lasciarla morire».
Dove prima c´era il vuoto della legge, ricorso dopo ricorso si è disegnato un confine più preciso di che cosa si possa e si debba fare (di Eluana): «Il tema - dice papà Beppino - non era rimandabile all´infinito. Nel 2004 i giornali descrissero che cosa succedeva a una signora che, non volendo farsi amputare la gamba, aveva deciso di lasciarsi morire. E poté farlo. Eluana no. Siccome non può dire con la sua bocca "no grazie" alle cure mediche, diventa - da ben 5.242 giorni - la vittima sacrificale».
Nel gennaio del 1992 la ventunenne Eluana ebbe un grave incidente d´auto. Un tempo, le persone come lei smettevano di vivere naturalmente. Ora il progresso scientifico permette di accudirli (Eluana è diventata trentacinquenne in un´ottima casa di cura) e nutrirli con un sondino. Ma il papà si ribella.
All´inizio è l´avvocato Maria Cristina Morelli, facendolo nominare tutore di sua figlia, a permettergli, «dando voce a chi non ha voce», di chiedere la sospensione delle cure. È l´avvio della battaglia legale: il primo no piomba su Beppino nel 1999, ma continua a insistere. Finché, un anno fa, i giudici della Cassazione, pur accettando l´idea che occorra capire meglio «la volontà di Eluana», stabiliscono anche che «per il sereno accertamento della volontà dell´interdetta con il distacco emotivo che al padre tutore sarebbe potuto difettare per motivi di ordine umano e giammai economico-patrimoniale», occorre la nomina di un curatore speciale. Una specie di «sponsor». Detto e fatto: ma adesso sono in due a sostenere che Eluana può e deve morire.
Il tribunale di Lecco, lo scorso dicembre, non ci sta. Nega il sì al ricorso. Sia perché si tratterebbe di «atti personalissimi», sia perché «accogliendo simili posizioni, qualsiasi rappresentante di un portatore di handicap, che non possa alimentarsi autonomamente, sarebbe legittimato a domandare l´interruzione del trattamento di alimentazione, lamentando la sofferenza che tale condizione arreca al soggetto interessato e la situazione poco dignitosa che la sua stessa vita esprime». Gli avvocati degli Englaro, Vittorio Angiolini e Riccardo Maia, sottolineano che questa decisione non affronta i temi imposti dalla Cassazione. E, viceversa, chiedono e ieri ottengono dai giudici milanesi (sono competenti per l´appello) di osservare più da vicino questa storia. Papà Beppino Englaro è lì, nell´udienza a porte chiuse.
Non ha mai mollato e, anche ieri, giurava che «questa devastazione e quest´agonia dovranno prima o poi finire, ma di certo non hanno scalfito la determinazione ad andare sino in fondo, e sempre alla luce del sole».

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