Immagine: Herbert List
Articolo da "La Repubblica" del 20 dicembre 2003
Caso Englaro, la Corte d´appello di Milano respinge la richiesta del padre della ragazza in coma da 12 anni
Eutanasia, Eluana non può morire ma i giudici si dicono "perplessi"
"Solo il Parlamento può decidere... per evitare sofferenze"

PIERO COLAPRICO
MILANO - E´ una grande amarezza, quella che si respira a casa di Beppino Englaro, il papà di Eluana. La corte d´appello di Milano ha appena rigettato, con un decreto di diciassette pagine, la sua richiesta di smettere di alimentare la ragazza, in stato vegetativo permanente dal 18 gennaio 1992. Lo ha fatto, come si legge, con «perplessità». Imbattersi in questa parola, in un atto giudiziario dedicato a una simile storia umana, ha addolorato il padre. E´ stato proprio per eliminare le perplessità che quest´uomo che sta invecchiando, che ha visto la sua ragazza allora diciannovenne diventare una donna restando sempre confinata in un letto, sin dall´inizio ha fatto una scelta processuale mai tentata prima in Italia: è diventato tutore e quindi «voce e volontà di Eluana». Ed è lui che aveva chiesto, sulla base del consenso necessario alle cure mediche e sul principio della dignità dei malati, «di lasciar spegnere una creatura che non ha più relazioni con il mondo esterno». Da quasi dodici anni.

«Il caso di Eluana è semplice», sostiene il papà, ma sa bene che le valenze scientifiche e morali, i sentimenti, e anche i pregiudizi che evoca sono complessi. E ieri, quando via fax ha ricevuto le pagine dei giudici, ha chinato la testa: «Questa Corte, a differenza delle corti tedesche, inglesi, americane, che hanno deciso casi riguardanti pazienti in stato vegetativo permanente», consentendo cioè di lasciarli morire, di spegnere una vita possibile solo grazie alle cure e alla nutrizione forzata, «è perplessa», così scrivono i giudici milanesi Ruggero Pesce, Augusta Tognoni e Gloria Servetti. E quindi, «considerata l´importanza e la delicatezza della questione», la parola dovrebbe toccare al Parlamento o al Governo. Insomma i giudici sperano che «il legislatore ordinario individui e predisponga gli strumenti adeguati per l´efficace protezione della persona e il rispetto del suo diritto di autodeterminazione», mentre ai magistrati toccherà, suggerisce la Corte, «una verifica rigorosa».

L´avvocato degli Englaro, Maria Cristina Morelli, aveva chiesto ai giudici di fare un´istruttoria, per accertare come Eluana, prima di avere l´incidente gravissimo che l´ha resa simile a un vegetale, avesse dichiarato di non voler accettare quelle cure che il destino aveva già riservato a un suo amico, anche lui in stato vegetativo permanente. E nell´udienza a porte chiuse aveva rilevato come, nelle «Disposizioni sulla legge in generale», esiste un articolo teso a impedire le «non-decisioni». Afferma che «se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell´ordinamento giudiziario dello Stato». Ma la Corte d´Appello ha ritenuto inutile l´istruttoria e ha passato la questione ai politici: solo il loro intervento, scrivono nelle conclusioni, «potrebbe evitare strumentalizzazioni e sofferenze e contribuirebbe alla responsabilizzazione della collettività».

Parole che non arrivano a Beppino Englaro. «I medici sono concordi, dallo stato vegetativo permanente non si torna. Se non la nutrissero, la lavassero, lei si spegnerebbe. Sin dal primo minuto, purtroppo, questo caso è chiaro. Non si può far aspettare dodici anni», questo ha sempre detto papà Englaro, che in queste ore rilegge una sentenza che, ancora una volta, sceglie di non scegliere.