Articolo da "La Repubblica" del 22 aprile 2005


Ha 18 mesi, presenta una malformazione respiratoria cronica e danni a cervello e reni. I genitori chiedevano di rianimarla in caso di blocco
"Stop alle cure per la piccola Charlotte"
Londra, sentenza choc: lasciate morire quella bimba malata terminale
Il giudice: i medici dicono che non sopravviverà all´infanzia

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
enrico franceschini
LONDRA - La piccola Charlotte, una bambina inglese di un anno e mezzo malata terminale, deve morire. O meglio, non può essere rianimata in caso di una nuova crisi cardio-respiratoria. Questo ha deciso ieri l´Alta Corte britannica, dicendo forse l´ultima parola su un caso che emoziona e divide da mesi l´opinione pubblica nazionale; e che suscita vasta eco anche oltre i confini del Regno Unito, richiamando ancora una volta l´attenzione mondiale sul controverso tema del «diritto alla vita» e dell´etica professionale per un medico, come già accaduto nella recente vicenda dell´americana Terri Schiavo in Florida.

Venuta alla luce nell´ottobre 2003 con una malformazione respiratoria cronica e gravi danni al cervello e ai reni, «baby Charlotte» - così l´hanno soprannominata i giornali nazionali - pesava alla nascita 450 grammi, meno di mezzo chilo, ed era lunga 13 centimetri. Per mesi, i sanitari del Portsmouth Hospital Trust, a Portsmouth, nel sud dell´Inghilterra, hanno fatto di tutto per tenerla in vita, riuscendo a rianimarla per tre volte durante tre arresti respiratori. Ma Charlotte è sempre rimasta in un´incubatrice, nutrita da una sonda, non è mai uscita dalla clinica, e col passare del tempo i medici si sono convinti che non avesse speranze di fare progressi. L´autunno scorso i responsabili dell´ospedale si sono rivolti alla magistratura per ottenere l´autorizzazione a non prolungare all´infinito questo stato di cose: il giudice ha dato loro ragione, sostenendo che, non essendoci possibilità di guarirla o di migliorarne le condizioni, era «nell´interesse» della bambina che la sua sofferenza non continuasse.

Il papà e la mamma di Charlotte, tuttavia, non erano d´accordo: Darren e Debbye Wyatt, 33 e 23 anni, devotamente cristiani e genitori di altri due bambini, hanno fatto appello: chiedevano che la figlia venisse rianimata in caso di un nuovo blocco respiratorio, come è già accaduto tre volte. Ma Ieri l´Alta Corte ha reso nota la sentenza definitiva: «Comprendo le ragioni dei familiari, ma l´opinione dominante degli specialisti è che la piccola non sopravviverà all´infanzia», ha detto il giudice Mark Hedley, «e non sarebbe nel suo interesse morire nel corso di un futile trattamento aggressivo». Il magistrato ha aggiunto che potrebbe riesaminare il caso in ottobre, sempre che nel frattempo Charlotte sia ancora viva. I medici sostengono che la sua esistenza è soltanto «una continua sofferenza». I genitori, col sostegno di un esperto, ribattono che la bambina è cresciuta, sta meglio, si muove e «reagisce» a stimolazioni: in un video esibito come prova, agitano davanti ai suoi occhi un animale di pezza, sostengono che lei sorride, nonostante i danni irreparabili al cervello.

Come nel dramma di Terri Schiavo in America, altri ospedali e altre famiglie nel Regno Unito seguono gli sviluppi della vicenda per applicarli al proprio caso. «Se Dio ha deciso che Charlotte deve vivere, nessun giudice può stabilire diversamente», dice il padre della bambina. Ma la nonna di Charlotte, in un´intervista alla Bbc, è di altro parere: «Non potrà mai camminare né mangiare da sola, ho visto cosa le hanno fatto per tenerla in vita, penso che se non la rianimassero più sarebbe soltanto meglio per la mia povera, sfortunata nipotina».