Articolo da "Il Messaggero Veneto" del 2 gennaio 2009




Il ministro della Semplificazione attacca «gli interventi a gamba tesa della magistratura sul diritto alla vita»
Dopo la polemica sulle fonti del diritto il Vaticano corregge il tiro: le nuove norme non sono contro la giurisprudenza romana
Calderoli: è colpa del caso Eluana se la Chiesa stoppa le leggi italiane


ROMA. Sulla decisione del Vaticano di non recepire più in modo automatico le leggi italiane pesa «il ruolo, a gamba tesa, della magistratura sul diritto alla vita e sul caso Eluana». È la conclusione a cui è giunto Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione normativa, dopo «un esame di coscienza rispetto al lavoro fatto in questi sei mesi di governo in termini di semplificazione legislativa».
Il ministro leghista fornisce i numeri: «36 mila 100 leggi già abrogate, entro la fine del 2009 la realizzazione di una banca dati pubblica e gratuita, il riordino della legislazione residua in testi unici e codici e l'essere passati, già oggi, da 430mila atti normativi, tra numerati e non, a meno di 15mila leggi attualmente in vigore». In più «la semplificazione normativa e amministrativa che stiamo realizzando insieme all’amico Brunetta e che, una volta completata, porterà, entro il 2012, a 80 miliardi complessivi di minori spese».
Alla luce di questi numeri, Calderoli non comprende la posizione assunta dal Vaticano, «che avrebbe avuto invece ragione di esistere per il passato ovvero nel periodo delle complicazioni e di leggi anche in contrasto con la morale cattolica». «Ora, però - aggiunge - penso di avere compreso le motivazioni che hanno portato il Vaticano ad assumere queste decisione: non sono tanto le leggi del passato, a cui stiamo ponendo rimedio, quanto l'interpretazione che viene data delle leggi stesse ed in particolare il ruolo, a gamba tesa, della magistratura sul diritto alla vita e sul caso Eluana, ad aver portato a prendere questa decisione».
«Solo questo può essere l’elemento che ha determinato una posizione così differente e netta rispetto a leggi che esistevano già. Se fosse davvero così - conclude il ministro leghista - la posizione del Vaticano è assolutamente legittima ed è chiaramente anche un atto di denuncia».
Intanto il Vaticano cerca di attenuare i toni della polemica scoppiata nel mondo politico italiano, dopo il severo giudizio espresso ieri da un articolo dell'Osservatore Romano sulle leggi italiane. La nuova legge sulle fonti del diritto, firmata da Benedetto XVI, in sostituzione di una precedente normativa risalente a Pio XI e al 1929, contiene innovazioni giuridiche, «ma non va assolutamente letta come un atto polemico nei confronti della giurisprudenza italiana», ha precisato, in un'intervista alla Radio Vaticana e diffusa anche dalla Sala Stampa della Santa Sede, il professor Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale del Vaticano, Il giurista ha spiegato che in realtà «il richiamo alla legislazione italiana è sempre stato in via suppletiva. L'ordinamento vaticano ha sue leggi, ha sue norme, non solo il Diritto canonico, anche se il Diritto canonico è sempre stato la fonte principale».
Il punto è che il Vaticano ha deciso di crearsi un ordinamento giuridico autonomo, anche in materia di diritto civile, del lavoro, pensionistisco e penale, basato sui principi del diritto canonico, e svincolato da parallelismi con giurisprudenze laiche, come quella italiana. Un progetto di ampio respiro, avviato dalla riforma della «costituzione » vaticana voluta da Giovanni Paolo II nel 2000.