Articolo da "Il Manifesto" del 26 aprile 2002

Il diritto negato

La storia di Eluana Englaro, da dieci anni in «stato vegetativo permanente»

Dopo il caso Forzatti «Mi batto perché ognuno possa decidere della propria vita», dice il padre di Eluana. «Mia figlia avrebbe voluto morire». In Italia sono 1.500 le persone in stato vegetativo permanente: per la scienza non si sveglieranno mai

CINZIA GUBBINI
ROMA
Non un atto di eutanasia, ma un atto d'amore». Sono le parole del suocero di Ezio Forzatti, l'uomo che nel `98 staccò la spina della macchina a cui era attaccata la moglie, Elena Moroni, afflitta da una micidiale malattia: la piastrinopenia autoimmunitaria. Forzatti è stato assolto dall'accusa di omicidio volontario e la vicenda ha sollevato in Italia un vespaio di polemiche. Il punto è: la sentenza crea un precedente di eutanasia in Italia? Ma la domanda, proprio alla luce della dolorosa vicenda della famiglia Forzatti, dovrebbe essere un'altra: quanti casi di rifiuto dell'accanimento terapeutico vengono confusi con l'eutanasia? Basti sapere che, nel nostro paese, ci sono circa 1.500 persone in «stato vegetativo permanente». Cos'è? Quando la corteccia cerebrale non funziona più, e quindi è azzerata la vita cognitiva. Passato un mese si parla di «stato vegetativo persistente», dopo 12 mesi di «stato vegetativo permanente» (vedi:www.zadig.it). Secondo la letteratura scientifica mondiale, le possibilità di risvegliarsi da questo stato sono «insignificanti». La British medical association e l'American accademy of neurology, sostengono che a quel punto è lecito sospendere l'alimentazione artificiale. Ma non in Italia, dove il dibattito scientifico non è ancora stato in grado di chiarire se, in casi come questi, procedere con l'alimentazione e l'idratazione artificiale sia un «mezzo terapeutico» (che prospetterebbe l'accanimento) o solo «ordinaria procedura di assistenza». E così ai famigliari di queste persone è impedito di decidere se «staccare la spina» o meno.

Ma c'è una persona in Italia che, grazie a una strenua battaglia, ha permesso di aprire spiragli giuridici importanti su questo tema, anche se il «caso» non è ancora stato risolto. Si chiama Beppino Englaro, ed è il papà di Eluana Englaro, una ragazza che oggi ha trent'anni, ma che da dieci «vive» in una clinca di Lecco alimentata da un sondino nasogastrico. Eluana è stata vittima di un terribile incidente d'auto: il 18 gennaio 1992 la sua macchina finì contro un muro e Eluana subì un trauma cranico e la frattura della II vertebra cervicale. Per due anni i medici dell'ospedale hanno cercato di rianimarla, «è stata curata benissimo», dice il padre. Alla fine diagnosticarono lo «stato vegetativo permanente». Praticamente morta, per la scienza, ma non libera di morire, per la legge. Eppure Eluana lo vorrebbe, ne è sicuro il padre. Per lei lo «stato vegetativo permanente» era legato a due nomi, David e Alessandro. «David è uno sciatore della nazionale azzurra che nell'85 subì un incidente - racconta Englaro - Per un po' lo curarono a Lecco, la televisione ne parlava molto, e mia figlia diceva "se succede a me, non lasciatemi in quelle condizioni, preferirei morire dignitosamente". E poi entrò in coma irreversibile Alessandro, un suo amico. Lei lo andava a trovare, e tornava sconvolta, diceva: "quella non è vita, non ha senso tenerlo così"». Per questo Beppino Englaro continua, riferisce chi lo consce bene, a battersi «come un leone»: «Quando lo faccio, è come se fossi Eluana».

E il "diritto" di parlare per Eluana gli è stato riconosciuto da una sentenza della Corte d'appello di Milano, per certi versi storica, che lo riconobbe tutore della figlia anche per quanto riguarda i trattamenti medici. Il tribunale, però, non fu in grado di decidere se nutrire Eliana con un sondino sia "cura" o "assistenza". Il dibattito scientifico, dice la sentenza, non ha mai sciolto questo nodo. Ma il lavoro, di Beppino e dell'avvocato Maria Cristina Morelli, non è stato vano: l'ex ministro della sanità Veronesi istituì una commissione scientifica che lo scorso anno concluse il suo lavoro sostenendo che Eluana era tenuta in vita attraverso «atti medici». Un gruppo di lavoro della Società italiana di neurologia, guidata dal professor Carlo Alberto Defanti, ha svolto uno studio che giunge alle stesse conclusioni. Manca il parere del Comitato nazionale di bioetica, dimissionario da un anno. Nonostante questi successi, Englaro, che dice di essere «disponibile con tutti a parlare di mia figlia» perché «questa è una storia così semplice, che è impossibile non capire dove sta il problema», non nasconde di essere profondamente amareggiato. Per lui, questa storia «semplice», è il dramma di tutti i giorni. «Mi sento chiuso in gabbia - dice - in una gabbia fatta di criteri istituzionali, confessionali, medici, che impediscono a mia figlia, a me, a mia moglie, di decidere della nostra vita». Perché non stacca la spina? chiediamo. «Perché questa è una battaglia per la libertà di tutti. Quello in cui credeva Eluana».