Articolo da "La Repubblica" del 24 luglio 2002.

Ha 77 anni e soffre di una malattia degenerativa. L´uomo tra poco dipenderà dalle macchine per sopravvivere. "Andrò in un albergo, all´estero"

"Ho scelto la Dolce morte per conservare la dignità"

Un manager italiano ricorrerà all´eutanasia

Ha organizzato un convegno a Roma per dirlo alla stampa

MARINA CAVALLIERI
ROMA - «Abito al quattordicesimo piano, non sarebbe difficile buttarmi di sotto ma preferisco morire in un comodo letto...». Enzo sembra quasi aggrapparsi alla sigaretta che un uomo gli porge sulle labbra. Aspira, la testa riversa. Enzo è immobilizzato, accasciato su una carrozzella, il collo sorretto da un collare, le membra inerti, il corpo abbandonato come quasi non gli appartenesse. Ha settantasette anni, da due è affetto da una malattia degenerativa, dei motoneuroni 2, che lo conduce all´agonia dell´immobilità, alla perdita di controllo, a soppravvivere come un estraneo nel suo corpo che presto, per poter dirsi tecnicamente in vita, dovrà essere collegato ad una serie di macchine. «Per questo ho deciso di ricorrere all´eutanasia, al suicidio assistito, io so quello che voglio fare e quando mi metto in testa una cosa sono un grande rompiscatole». Enzo è un manager e la malattia che gli ha svuotato il corpo non gli ha tolto un certo piglio autoritario, l´abitudine a decidere, la capacità di far fare ciò che desidera agli altri. Lui è così, dice, quando vuole una cosa.

Per questo ha finanziato e organizzato il convegno «Diritto a vivere diritto a morire-Primo forum sulla qualità della vita e legalizzazione della morte» che si è tenuto ieri e continuerà oggi all´ospedale Fatebenefratelli di Roma. Per organizzarlo si è rivolto a "Cittadinanzattiva", movimento che tutela i diritti dei cittadini. Un´iniziativa per far uscire l´eutanasia dal ghetto del dibattito accademico, per riportarlo alla realtà del corpo, al dolore della carne. «Il mio è il racconto di un uomo qualunque che però ha delle possibilità che altri non hanno», dice con la voce bassa, appena un soffio. «Ho preso la decisione di morire per una questione di orgoglio perché non voglio oltrepassare una certa soglia di dignità, quella che aveva indicato il maestro Indro Montanelli. Già ho superato molte soglie, dover essere accudito, sollevato, dover avere qualcuno che si occupi della pulizia intima. La dignità che mi resta, quella vera, ora è di morire da vivo, non voglio diventare un calcolatore con una cannella che ti dà l´ossigeno, un´altra che ti alimenta, un´altra per l´intestino. Questo non è neanche diventare un vegetale ma diventare qualcosa di meccanico. Voglio vivere finché posso dare un´espressione a questa parola».

Enzo ha già deciso quando e dove morire ma su questo preferisce mantenere il riserbo, «ho già preso contatti con dei medici all´estero», sarà un viaggio di solo andata, di cui ha già il biglietto. «I miei figli e la mia compagna sono d´accordo». Ha però voluto pubblicizzare il suo gesto, è questa l´ultima battaglia di «un uomo realizzato»: rivendicare il diritto a rifiutare il dono della vita, quando è un frutto avvelenato. «Noi abbiamo accettato di organizzare questo convegno - dice Stefano Inglese del "Tribunale del malato" - non perché siamo schierati a favore o contro l´eutanasia ma per auspicare un dibattito che non fosse solo per addetti ai lavori». E mentre i professori, gli esperti, le persone sane parlano, Enzo si allontana accompagnato da un´ombra fedele e accudente, verso il suo appuntamento. «Come sarà? Andro in un paese, arriverò in un hotel, tutto sarà tranquillo...non sono un filosofo, non sono un eroe».