NOSTRA INTERVISTA AD ELISABETTA DONINI - 1984D. Cerchiamo di inquadrare il discorso su “donne e scienza" prendendo spunto da uno degli elementi che caratterizzano il dibattito attuale e che, tra l'altro sta diventando un punto di forza che il movimento femminista agita in quest'ultimo periodo, cioè il discorso sull'estraneità...
R. Si, la tua idea di partire dall' estraneità può essere paradossalmente molto utile. . . . , paradossalmente perché, da come si è discusso finora del problema donne e scienza, l’estraneità è l'elemento di cui ci si è meno rese conto e su cui ci sono state meno capacità mature di riflessione. Rispetto alla politica, rispetto a tutte le pratiche dell'organizzazione sociale invece, l’autonomia delle donne, il conquistarsi degli spazi da gestire, il separatismo inteso anche come mondo parallelo che ha una sua dimensione tutta autoconsistente, hanno avuto una teorizzazione forte soprattutto nel rivendicare una alterità completa del femminile dal maschile, un femminile da costruire, da recuperare, da indagare nell' opposizione natura/cultura e così via.. . , comunque un'alterità completa. Nel caso della scienza invece, secondo me, qualcosa si sta cominciando a delineare nella prospettiva dell'estraneità soprattutto negli ultimi tempi. La prima fase è stata soprattutto quella dell'inserimento la fase del recuperare il diritto, rivendicare il diritto, a starci anche noi sul presupposto che la scienza in quanto conoscenza oggettiva non può essere segnata nè dalla classe, nè dal sesso ma deve poter essere praticata da tutti.
D. Certamente, a fronte del patriarcato imperante che escludeva perentoriamente 1e donne dal mondo scientifico, era inevitabile che ci fosse inizialmente una rivendicazione di carattere emancipatorio...
R. . . .emancipatorio e fondata sulla base di un carattere fondamentale: l’attribuzione di una democrazia di fondo del discorso scientifico che, a differenza dei fenomeni religiosi, dei fenomeni ideologici e artistici, dovrebbe essere quello intrinsecamente puro che prescinde dalla soggettività di chi lo produce; e quindi, alla luce di questo fatto, perchè alle donne deve essere negato?
C’erano tutti i vecchi stereotipi da rivedere: le opposizioni tra razionalità e irrazionalità tra emotività e sentimento da una parte e conoscenza spassionata e coinvolta dall' altra ... Su questo, si diceva che sussisteva un' immaggine del femininile costruita storicamente, quindi, se si riusciva a rompere la subalternità e le forme tradizionali di educazione, di ruolizzazione, di identità di genere, le donne potevano accedere alla scienza . . . Oltretutto, leggendo testimonianze raccolte negli ultimi anni, molto poco in Italia, ma abbastanza invece negli USA, di donne che lavorano in ambito scientifico; viene fuori una immedesimazione appassionata nei confronti della bellezza del fare scienza in cui a me pare di riconoscere l'entusiasmo di chi ha l'impressione di uscire da secoli di privazione: “. ... non ne avevamo il diritto, ora ci siamo dento, che cosa meravigliosa, finalmente riusciamo a fare, a dimostrare che anche noi siamo capaci di fare scienza. Ho letto di recente una raccolta di circa 100 interviste con donne di vari ambiti scientifici; molte biologhe, qualche fisica, qualche matematica, per 1o più del settore medico-biologico perchè è un settore in cui l'accesso delle donne è tenuto aperto; e appunto, molte di queste dichiarazioni, raccontano delle infinite difficoltà che ancora devono essere superate, per cui la componente emancipatoria del discorso, è chiaro che ha un senso...
D. Ed evidentemente continuerà ad averlo fintantochè il problema non verrà risolto, solo che oggi non basta da solo a definire il rapporto donne e scienza che senz'altro ha contenuti molto più complessi e pone questioni molto più sostanziali...
R. Certo, la maggior parte di queste donne comunque raccontano delle storie veramente penose su quello che hanno dovuto subire pur di soddisfare il loro impegno di lavoro, di cultura; in generale: posizione subalterna nei confronti del marito, molto spesso matrimonio di coppia scientifica fra studenti, oppure fra la studentessa del dottorato di ricerca e il giovane professore.... dopodichè il professore si afferma e comincia a girare, a fare tutta l'escalation della carriera scientifica con il sistema poi delle università private in America, quindi con contratti d'assunzione . .ora, a mano a mano che quello ottiene le posizioni, alla moglie viene, per ben che vada, dato un posto di assistente di ricerca...
D. Questo aspetto mi pare sia stato ben sottolineato anche nel convegno di Bologna “Donne scienziate nei laboratori degli uomini" del 13 dicembre dell'anno scorso...
R. Si, c’è stata anche quella testimonianza di Bice Fubini che è molto significativa: lei è un caso di matrimonio di coppia scientifica, perchè erano entrambi studenti di chimica qui a Torino; più tardi, se ricordo esattamente, quando lei ha avuto il primo figlio (erano ancora entrambi borsisti), al marito è stata data una posizione più solida, perchè ormai, avendo un figlio aveva delle responsabilità socialmente rilevanti, mentre a lei non è stata rinnovata la borsa perchè tanto ormai avendo i figli certo non poteva continuare la ricerca. E appunto viene fuori da tutte queste storie che la maggior parte di queste donne, alcune già di una certa età, -1o spettro delle età delle intervistate va dai 25 ai 70 anni-, ha per moltissimi anni accettato, subìto, ritenendosi ancora contente, posizioni precarie, cioè: .. .sto alI’università perchè mio marito ha una posizione forte e io sopravvivo, però almeno faccio ricerca..." ... L'altro risultato che emerge, è invece un entusiasmo enorme con delle dichiarazioni appassionate e un grande coinvolgimento anche emotivo sulla bellezza del fare ricerca, l’emozione intensissima, dei momenti in cui ti accorgi di avere capito qualcosa, di avere avviato 1' esperimento giusto per poter mettere a fuoco una tua ipotesi interpretativa... -.. La cosa più bella è che il femminismo viene fuori in termini che variano con le fascie d'età cioè le persone più anziane, di cui alcune sono anche riuscite poi ad avere una posizione più solida nell'università al massimo concepiscono la questione delle donne come un problema di emancipazione, problema di avere diritto di accesso alla pari, di lavorare alla pari; le più giovani invece, a mano a mano che ci si avvicina a quelle che si sono già formate nell'ambiente femminista e post femminista, hanno una prospettiva tutta diversa: viene fuori la consapevolezza che non si vuole più accettare questa scissione tra il mondo degli affetti e il mondo del lavoro, la professione e la famiglia; si rivendica il diritto ad una personalità integra, organica e completa; viene usata anche da una, l'ho notato perche è una delle cose che mi piace di più: "l'essere intere", ricomponendo appunto, lavoro riproduttivo e lavoro produttivo. . . . Quella è una situazione in cui l'impatto del femminismo è stato abbastanza grosso proprio perchè ci sono già numerosi lavori e numerosi campi di penetrazione delle donne in ambito scientifico che lo hanno posto come problema fra quelle che sono riuscite ad ottenere una posizione accademica solida; quasi tutte hanno alle spalle il movimento femminista. Ad un certo momento c'è stato un gruppo di donne di quel college, di quel campus, di quell’università che si sono organizzate dicendo: “facciamo causa a quell' università perchè tu abbia la tua posizione” e ci sono riuscite.
D. Mi viene però in mente Marina Frontali che, se non sbaglio, al convegno di Bologna invece diceva che secondo lei il femminismo non dovrebbe fare molte elucubrazioni sulla scienza o sui problemi ad essa inerenti come dire: “Chi non sa di scienza stia zitto”. Ciò riconduce inevitabilmente il dibattito nell'area chiusa, esclusiva e asettica degli specialisti; il femminismo fuori dalla cittadella della scienza . Io penso sia pericolosissimo..
R. Esatto, esatto, personalmente quel discorso della Marina Frontali, io l'ho sentito lontanissimo da me e all'interno di una valorizzazione forte della scienza e di autonomia della scienza per la sua oggettività intrinseca in cui non mi riconosco neanche per un pochino, e oltretutto, anche abbastanza sgradevole proprio come atteggiamento nei confronti del femminismo. Ricordo che poi aveva citato quel caso di un articoio di Evelyn Fox Keller tradotto e pubblicato su DWF in cul il genoma viene chiamato genome; si, si, molto brutto, ma questo tipo di arroganza dello scienziato indicativo del fatto che non si ha diritto di parlare di ciò che succede nella scienza se non si conoscono tutte le procedure e gli elementi fondanti della scienza è anche un discorso proprio che non regge ' in termini scientifici’ , proprio perchè allora ciascun scienziato dovrebbe parlare molto strettamente solo del campo in cui lavora, mentre il passare da: '. . . . io sono una biologa molecolare, quindi sono una scienziata...' , è un salto logico e un salto di livelli proprio inacettabile in quanto 1o specialismo scientifico ti preclude la conoscenza di cos’è attualmente la scienza esattamente come se tu, per tutti i campi che non sono il tuo non fossi scientifica. Quindi questo uso autoritario del "io in quanto scienziato ho il diritto di parlare”; se adotti questo schema al massimo hai diritto di parlare di ciò su cui stai direttamente lavorando. Di conseguenza sempre in quest’ottica, se lavori da biologa molecolare, non puoi dire nulla della fisica, della matematica, della chimica, perchè sono troppo separate ormai le specializzazioni. Quindi, chiunque si confronta con la scienza come un fatto sociale, un fatto storicamente prodotto con cui interagisce se non altro perchè tutta la società è permeata di scienza: tutti noi in ogni momento ne abbiamo a che fare.
D. Secondo te, quello che afferma la Frontali può essere indicativo?
R. Non so fino a che punto si possono fare delle generalizzazioni, a Bologna sono uscite delle cose interessanti alcune delle domande del questionario erano specifiche, per esempio: “Pensi che il femminismo abbia influito in qualche modo nel tuo stare nella scienza?” La quasi totalità delle donne che hanno risposto al questionario, ritiene praticamente irrilevante il femminismo rispetto all’attività scientifica anche se quasi tutte riconoscono in un modo o nell’altro che l’essere donne ha creato loro delle difficoltà nel fare le ricercatrici. Questa percezione del disagio, non viene nella maggior parte dei casi tradotto in un discorso di critica della scienza e in parallelo, in un discorso quantomeno di problematizzazione femminista; cioè rimangono fuori entrambi i discorsi sia che abbia senso porre la questione del femminile come pertinente al fare scienza, sia che la scienza che si fa possa essere comunque una cosa buona da accettare.
In un certo senso, rispetto allo spettro di questa serie di interviste americane che ti dicevo prima, sembrerebbe che la maggioranza delle donne che hanno riposto al questionario di Bologna sia ancora all’ interno della problematica emancipatoria inoltre, di completa adesione all’ideologia scientifica corrente nel desiderlo di affermare il proprio diritto di starci dentro nell’indirizzo impostato e di esprimersi al meglio della sua ideologia.
D. A questo punto, emerge un problema di fondo: quanto le donne scienziate da un lato e le femministe dall'altro, siano in grado di dare spessore culturale e consistenza critica ad un nuovo discorso sulla scienza, sulla sua organizzazione sul linguaggio della conoscenza, sulla ricerca, sui suoi metodi, sulla specializzazione, sugli elementi che definiscono l'epistemologia scientifica. Abbiamo osservato che gli spunti più interessanti vengono dall'America con la Fox Keller che ha introdotto il problema del genere o la Merchant che sta facendo un'analisi rivelatrice dell'incarnazione del dominio nelle origini e nello sviluppo della filosofia scientifica... Da noi si rileva invece l'assenza delle donne, non tanto dalla scienza, quanto dal dibattito su di essa; dibattito che bene o male si sta sviluppando certo, force più male che bene, visti gli sbocchi nè dirompenti, tantomeno radicalmente innovativi, come del resto osservavi anche tu su “Scienza Esperienza” a proposito del nuovo scientismo sociologico....
R. Qui di problemi ne hai messi proprio tanti. Dunque, per la prima parte del discorso, mi riallaccio al problema dell'estraneità a me pare centrale recuperare la prospettiva dell’estraneità anche rispetto al discorso scentifico, perchè l’identità di genere, non credo che possa avere delle settorializzazioni, dei campi in cui ha senso, dei campi in cui non ha senso, ha senso ovunque oppure...
D. Certamente, altrimenti si ricade in parzialità e semplificazioni paradossali....
R. Certo, e soprattutto si avvalla il fatto che la scienza sia strutturalmente, costitutivamente estranea alle dinamiche storico-sociali, cosa che, prima ancora di essere femminista, io in realtà mi sono occupata di storia di critica della scienza, arrivandoci da un punto di vista politico, di classe, e che la scienza non sia produzione di verità ma cha sia produzione di strumenti sociali di organizzazione del potere, questo mi è diventato chiaro per altre vie. La questione del femminismo poi, mi ha fatto capire molti altri problemi, molto più complicati; c’era il problema della struttura specifica dell'organizzazione del potere patriarcale e capitalista; patriarcale nel lunghissimo periodo, capitalista nel periodo recente, che incorporava anche il rapporto del maschile sul femminile. Però appunto diciamo questo: in Italia, secondo me, l'ultimo anno ha segnato una transizione netta dal punto di vista qualitativo, al di là del fatto quantitativo (adesso i dibattiti pullulano, almeno soltanto dalla mia esperienza, mediamente almeno due, tre volte al mese, ci sono delle iniziative in Italia, di cui so, in cui sono coinvolta sul tema donne e scienza), la cosa che mi pare più importante è che dopo Chernobyl, il problema del rapporto con la scienza non viene più visto come un rapporto di pari opportunità si è spostato dalla logica settoriale, perchè è diventata questione generale del movimento delle donne il confrontarsi con cosa significa l’impatto della scienza nella società oggi , e noi in quanto donne, cioè in quanto donne che facciamo riferimento ad un movimento di trasformazione dell'esistente abbiamo qualcosa da dire sulla scienza? Che difficoltà, che questioni solleva l'epistemologia, quali una conoscenza di tipo oggettivo? Quali sono in questo ambito i problemi rispetto ad una costruzione di identità di genere delle donne?... Questo tipo di transizione in Italia avviene in modo ancora diverso da quello americano, perchè avviene sull’onda di un movimento diffuso con momenti di riflessione di elaborazione teorica in cui ci sono tutti gli indizi che sta crescendo una capacità di maturazione e di messa a fuoco delle questioni.
La cosa più bella e specifica del panorama italiano è che le questioni diventano importanti quando sono vissute collettivamente. Allora Chernobyl ha significato far diventare il rapporto con la scienza un problema del quotidiano... è quella che a me sembra una svolta conoscitiva profonda: 1‘aver riconosciuto nel quotidiano della donna comune l’impatto della scienza; e quindi ribaltando il discorso, la necessità di riuscire ad incidere sulle scelte a sugli orientamenti della produzione della scienza.
D. Restiamo su questo aspetto riagganciandoci ancora al problema dell'estraneità: in alcuni ambiti del femminismo si osserva che questa ha prodotto una sorta di “sapere alternativo”, indubbiamente vincolato al quotidiano, un sapere pratico, spicciolo, ... ora, ci si può chiedere: può questo diventare un “sapere forte”, nel senso di riuscire ad incidere positivamente sulle storture scientifiche di oggi, o comunque in grado di penetrare il dibattito scientifico-epistemologico?
R. Ma... qui non credo che possa essere tanto il sapere legato al quotidiano in grado di incidere sulla produzione della scienza in senso forte, sui paradigmi conoscitivi, quanto il fatto che invece questo esprime una reale autonomia del genere femminile rispetto al maschile. Voglio dire: certamente tutta l'operazione anche storica di recupero e valorizzazione di ciò che appartiene alla tradizione profonda delle donna: la medicina con le erbe, il rapporto con il corpo, oppure le arti così dette minori che in realtà incorporavano una grande capacità di creazione, di produzione, di fantasia, di invenzione. . .questa operazione si continua a fare perchè sul piano storico significa in ogni caso ricostruire la presenza delle donne attraverso la storia identificandole non solo come la base passiva che ha comunque garantito che 1'umanità continuasse ad esistere. . . però, la perplessità grossa che io ho rispetto a questo genere di valorizzazione è che è una valorizzazione ambigua cioè nello stesso momento in cui tu recuperi tutto ciò che è appartenuto alla valorizzazione del femininile, devi anche renderti conto che quel femminile non parlava in modo autonomo delle proprie scelte, delle proprie aspirazioni, tendenze, ma all'interno di un codice dettato da una struttura sociale in cui era compresso, soffocato e subalterno. Dire oggi: il cucito, i lavori a mano, il ricamo, esprimono una cultura in cui le donne sono riuscite a lasciare qualche traccia di sè perchè impedite ad avere altri livelli ed altre possibilità di comunicazione è pur vero, ma non puoi dire che allora oggi le donne devono partire da lì e continuare a lavorare a maglia, semplicemente rivendicando per loro la stessa dignità del dipingere la primavera del Botticelli,... mi sembra si che la tradizione delle donne esprime la capacità di invenzione, ma sempre all'interno dell'oppressione; quindi non si tratta di un'elaborazione che parla di sè, quanto di un’ immagine proiettata dal polo forte del maschile dominante la società.
Mentre invece, secondo me, proprio perchè la struttura attuale, parlando del nostro mondo moderno, postindustriale, postmoderno, è tutta permeata di scienza e di tecnologia, il quotidiano delle donne mette in confronto direttamente con la scienza, quindi non è necessario il salto d'astrazione per cui del discorso scientifico ti occupi soltanto se fai professionalmente 1o scienziato; il discorso scientifico tu te 1o trovi proprio in ogni momento del quotidiano, oltre al fatto che permea tutti gli strumenti di comunicazione sociale, condiziona fortemente la scala dei valori che vengono prodotti socialmente. Il mito dell’oggettività in qualche modo pesa su tutte le forme di interazione fra le persone; per questo sono convinta che tutte le donne devono occuparsi del problema dei paradigmi conoscitivi, perchè ci vivono dentro, completamente immerse dentro.
D. Certo, ma allo stato attuale delle cose, non sarà cosa facile; ho quì sottomano un'osservazione che mi sembrava abbastanza appropriata, tratta dall'introduzione di Giorgio Bignami al libro "il gene e la sua mente" :
"... l'elaborazione teorica del movimento delle donne in Italia sembra però soffrire di una relativa limitatezza delle sue matrici culturali esse sono radicate soprattutto nel settore storico-umanistico e nell'analisi socio-psicologica con una notevole carenza sul fronte del sapere medico-biologico e il principale, se non l'unico referente sembra ancora essere una cultura che, dove non è storico-filosofico-letteraria è di tipo psicanalitico...", dunque, si potrebbe dire che se la scienza ha bisogno delle donne nel senso che sono state loro che a pieno diritto (e non poteva essere che così) ne hanno smascherato il sessismo e la parzialità tramite il discorso sul genere, le donne però hanno bisogno di scienza. .
R. Sì, il problema è che è ancora molto difficile convincersi dell'interesse dell'opportunità di ragionare anche di scienza tentando allo stesso tempo di disidentificarsi da questa scienza. C'è una coincidenza apparentemente paradossale proprio di due problemi distinti convincersi che la scienza è importante e volere un atteggiamento critico di non integrazione-immedesimazione; ed è questo che sta riuscendo difficile, però...
D...però, potremmo d'altro canto dire che l'essere un po' fuori potrebbe rappresentare un buon punto di partenza per poter serenamente elaborare la critica...
R. Ecco, è un buon punto di partenza, essendo fuori voler entrare; però voler entrare, sapendo di essere portatrici di una identità che non vuole farsi assorbire da questo mondo che ha poi delle strutture fondanti rigidissime e se tu vuoi fare questa scienza cioè se tu non hai un atteggiamento critico verso di essa, non hai margini di parziale disidentificazione, di chiamarti parzialmente fuori, perchè questa scienza ha dei modi, del canoni di riferimento univoci, non conoscente la pluralità dei punti di vista. Allora, secondo me, l'operazione che si sta rivelando molto complicata è da un lato accedere al mondo della scienza in quanto donne ma anche non necessariamente come donne che diventano ricercatrici- e in quanto donne e femministe che riflettono sulla scienza; dall'altro riflettere sulla scienza senza incorporare i valori attualmente fondanti.
D. Senz'altro il contributo più cospicuo che la critica femminista ha portato nei confronti della scienza èl’osservazione che il dominio sulla donna si è instaurato di pari passo con il dominio sulla natura l'eterna interlocutrice della scienza; questo demolisce in parte la legittimità sulla quale si fonda la scienza moderna.
R. Si, la Merchant per esempio, ha sviluppato questo aspetto a livello di metafore incorporate e di simbologie rivelatrici di culture, quindi anche di trasformazioni sociali; altre femministe, sono magari meno daccordo; per esempio c'è una presa di distanza e una lettura storica un po' diversa fra la Keller e la Merchant su Bacone; altre femministe ancora ritengono l'oppressione della donna, la subalternità del femminile un fatto antichissimo riscontrabile anche nella società organica medioevale. Secondo me, effettivamente, c'è stata una discontinuità drastica fra le forme di rapporto col mondo fino al 500 e la forma invece di dominio sul mondo, di progetto di trasformazione e di manipolazione del mondo dal 500 in avanti. Quindi una volta che uno riesce a riconoscere che le metafore fondanti e la simbologia incorporata ha subìto questo stravolgimento: dalla terra madre e nutrice alla terra in parte ostile, in parte violenza da assogettare e cosi via. . . la cosa diventa significativa perchè è vero che la donna è sempre stata oppressa, però la forma di oppressione è stata diversa nalle società agricole a nella società feudale.
D. L'ultimo anello aggiunto a questa lunga catena del dominio sulla donna può ben essere individuato nella tecnologia genetica e in particolare nelle nuove tecnologie di procreazione; qui dominio sulla donna e dominio sulla natura sembrano fondersi in un tutt’uno: in pochissimo tempo si rompe, rimescola e manipola ciò che strategie evolutive naturali hanno messo a punto nel corso di millenni, praticando un'azione d'autorità, d'autorità scientifica sul corpo della donna...
R. Si, in parte sul corpo della donna, in parte, distruggendo in prospettiva anche l'elemento che finora era stato fondante dell'identità femminile, perchè se tu puoi svincolare la riproduzione dal corpo della donna, dal fatto che sia la donna madre a generare, allora, a quel punto proprio, il femminile non esiste più, non è necessario da nessun punto di vista....
D. Torniamo ancora al discorso sulla estraneità: si prende spunto da questo anche per sottolineare il fatto che in conseguenza di ciò le donne avrebbero sviluppato una, per così dire, diversa sensibilità altri occhi con cui guardare il mondo; questo forse in parte si può riscontrare dal fatto che le donne, facendo altre cose, occupandosi di altri ambiti, ne sono in parte state 'plasmate'; però si può anche tentare di inquadrare questo aspetto in una caratterizzazione autoplastica (così come è stata definita da Anne Marie de Vilaine) che potrebbe sembrare molto più affine ad una dimensione ecologica. . .evidentemente stando in guardia dal fare delle forzature molto facili in questi casi..
R. ... la terminologia autoplastico e alloplastico è molto suggestiva ma come spesso accade, quando introduci una dicotomia, questa finisce per non spiegare più niente; la applichi rigidamente e ti categorizza il mondo, 1o distingue in due ambiti; quando invece, in generale, il maschile e il femminile non sono delle polarità dicotomiche ma sono una diversificazione in interazione. . . .tu stessa dicevi che rischia di essere una forzatura il cercare una maggiore affinità naturale che indurrebbe le donne ad essere ecologicamante più consapevoli, più dolci nei confronti della natura.... Io questi tipi di generalizzazioni li temo sempre molto. Non si puó dare per scontato che le donne sono spontaneamente così . . . . Se non c'è un elemento di presa di coscienza e di decisione di assunzione di responsabilità di decisione di comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro, finchè si è all'interno di una cultura dominante se la si assorbe fino in fondo, anche la si esprime. Quello che, quando si fanno questo tipo di discorsi mi crea sempre il massimo disagio è che: essendo le donne da secoli responsabili di tutta la parte famigliare dell'allevamento dei figli i e quindi anche della trasmissione della cultura, le donne da secoli hanno alimentato la cultura maschilista del dominio; allora, questo è effettivamente un problema. . .. se le donne nella loro spontaneità filo-naturale, empatica con l'ambiente avessero saputo o potuto essere espressione di atteggiamenti diversi li avrebbero anche trasmessi , ma questo non è avvenuto. . .Allora, io non voglio con ciò fare colpa alla donna di aver trasmesso la cultura maschile anche detto in modo molto rozzo, i meccanismi appunto della struttura-sovrastruttura, vedono sempre un polo dominante che plasma, cha assimila a sè il polo subalterno; proprio per ciò oggi, quando il probelma non è di spontaneità di come uno vivrebbe naturalmente, ma è un problema di scelte sociali molto grosse che devono essere esercitate, io non mi fido di donne che senza discutere a fondo dicono: “ ah! ma noi siamo spontaneamente ecologiche", non è vero, purtroppo non è assolutamente vero, così come non sono spontaneamente pacifiste le donne; sono state escluse dall’organizzazione militare del dominio e quindi c’è maggior speranza che una volta realizzato il passaggio del chiamarsi fuori criticamente, rifiutino gli strumenti del dominio, peró non sono spontaneamente pacifiste perchè di fatto hanno assecondato le guerre, hanno mandato i figli in guerra, si sono fatte coinvolgere nell ‘esaltazione del militarismo. . . .Quello però che mi sembra uno dei noccioli; dei nuclei storici che possono essere recuperati in questo tipo di prospettiva più affine rispetto ad un rapporto equilibrato con l'ambiente anzichè un rapporto di manipolazione e di controllo, è che se l'esperienza storicamente fondante dell’identità femminile è stata quella della procreazione, il tipo di esperienza che viene vissuto dal corpo di donna che genera un figlio, per quanto mi è parso di capire, è effettivamente un’esperienza di sdoppiamento, quindi di una corporeità, di una fisicità che viene limitata, più che limitata, che viene attraversata da un processo che non è controllabile; è questo, secondo me, uno degli aspetti più inquietanti ed anche più suggestivi del diverso rapporto con la natura che vive la donna; tu non puoi costruirti il figlio dentro di te, ma in buona misura è un processo naturale, naturale nel senso che c'è un’organizzazione della specie che passa dentro di te, che tu ti senti vivere dentro e da cui ad un certo momento ti stacchi. Quindi non è tanto che la donna modifichi sè in funzione dell'ambiente e l’uomo cerchi di intevenire sull'ambiente, o meglio, ritengo abbastanza vera la seconda cosa: che tutta la prospettiva scientifica e tecnologica moderna è quella della manipolazione, cioè di presunzione prometeica di poter plasmare il mondo in funzione del proprio progetto; per la donna, più che adattare se stessa all'ambiente c'è l'esperienza profonda del vivere dei processi che non sono determinabili totalmente secondo la propria volontà anche senza arrivare al momento del generare i figli, sono per esempio tutti i processi dei cicli mestruali, che tu non controlli, non puoi controllare si, adesso 1o puoi anche fare, ti metti ad ingurgitare pillole allora, magari li controlli, però le tensioni che le donne continuano ad avere nei confronti degli anticoncezionali orali probabilmente sono legati a questo tipo di rapporto antichissimo con i ritmi biologici, che non sono ritmi scanditi dalla tua volontà.................
.............Altre forzature, di carattere veramente scientista, le ho invece riscontrate nella Irigarai... . . Ho letto con grande interesse, di recente un testo che mi interessava proprio perchè era squisitamente sulla scienza: "il soggetto della scienza non è sessuato”, in cui ci sono delle osservazioni abbastanza acute; per esempio, viene messo in luce molto efficacemente questo problema: la scienza usa la terza persona, il si impersonale -si faccia questo esperimento-, -si proceda a guardare- . . . . , lasciando cosi cadere totalmente la soggettività di chi esegue l'esperimento, di chi fa la riflessione. . . . in questo caso il problema viene individuato correttamente, però poi, la Irigarai, per i pochi testi che ho letto (anche perchè il discorso psicanalitico non me lo sento congeniale), cita la scienza in modo terribilmente scientista, per esempio, parlando della psicanalisi freudiana, la associa ai due principi della termodinamica - il che mi ha lasciata completamente allibita-, contrapponendo poi a questo una maggiore vicinanza delle donne alle strutture dissipative di Prigogine, come modo, non lo so, di sistema aperto, di equilibri dinamici..., cioè una ripresa di categorie, di elaborazioni scientifiche trasferite direttamente e pesantemente come se valessero in sè, come discorsi applicabili al maschile e al femminile. Poi anche ricordo di aver letto sui giornali che a Tirrenia, al festival delte donne del PCI, aveva fatto un discorso sull'entropia che di nuovo mi ha tasciata allibita; tentava di dare una formulazione scientifica forte usando concetti e costruzioni teoriche tipiche della scienza contemporanea per legittimare un discorso sul femminile e sul maschile come se di nuovo la scienza in quanto tale legittima perchè ti dà le strutture portanti della verità.
Secondo me, in tutto ciò, va rilevata anche una ambiguità di fondo; cioè il criticare la scienza ma dall'altro lato usarla quando si ritiene faccia comodo. . . questo mi pare molto, molto sospetto..........................
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