Articolo da "Il Manifesto" del 6 aprile 2005


Due sessi per la scienza

DANIELA SANTUCCI E ENRICO ALLEVA
Continua il dibattito sul più o meno presunto sessismo di Lawrence «Larry» Summers, Presidente (Rettore) della Università di Harvard: da quando ha proditoriamente affermato che fattori genetici piuttosto che sociali possono spiegare perché così meno donne che uomini hanno successo in materie scientifiche. Di questo ha già trattato su Il manifesto Marco d'Eramo (Se i liberal perdono la bussola, 13 marzo 2005) inserendolo nella più generale cornice di «virata a destra» della cultura nordamericana. Ma come è stato commentato qui in Italia quanto successo negli Usa? Ricordiamo che negli ultimi anni i dati che mostrano una notevole prevalenza di personale femminile nella ricerca italiana sono noti e non di rado resi disponibili in rete. Anche l'effetto «soffitto di cristallo» - quella invisibile barriera che si opporrebbe al raggiungimento di posizioni professionalmente elevate nel caso di carriere femminili - è stato ripetutamente verificato.

Proviamo a mandare in rete alcuni commenti, con la proposta che, per esempio, per legge siano obbligatorio in qualsiasi Consiglio di amministrazione di Ente o Università italiana almeno un membro di sesso femminile. Questo perché proprio negli ultimi anni la tradizionale, anche se molto contenuta, presenze di figure femminili nei «Consigli scientifici» è declinata: in alcuni casi si è arrivati a non avere più nessuna donna in questi consessi, anche molto numerosi.

Una illustre astrofisica di Trieste concorda che una legge che prevedesse almeno un membro di sesso femminile nel Cda sarebbe probabilmente un buona soluzione, visto che sono i Cda a concertare con presidenti e rettori i vari organi collegiali. Molto meno favorevole una primatologa romana. Una storica pisana della prestigiosa Scuola Normale Superiore è assolutamente contraria: «non siamo dei panda, non accetterei mai di esserci per legge». Un fisico convinto militante ulivista sussurra che, essendo ancora poche in Italia le candidature femminili con sufficienti credenziali tecniche, potrebbe succedere che una singola donna farebbe parte di più Cda, sbilanciando gli equilibri complessivi del sistema. Risentita, una belligerante precaria biologa attivista della Cgil si dichiara a favore delle «quote» (che nel sindacato sono da tempo una realtà) e contesta l'affermazione che siano poche le donne professionalmente eccellenti oggi nella ricerca italiana.

E' curioso però assistere a situazioni in cui le donne sono completamente escluse (o quanto meno assai sottorappresentate) negli organi gestionali della ricerca italiana ma dove i «Comitati pari opportunità» presenti per legge (dove le donne sono ovviamente membri) non abbiano formalizzato qualche atto di protesta per le nomine - anche e soprattutto dopo che esse sono avvenute in forme così vistosamente sbilanciate.

Il caso Summers continua a riempire le cronache di Science e di Nature: dove le preoccupazioni, nota un'arguta neurobiologa romana, sembrano più per il fatto che la sua figura sia indebolita dalla campagna di proteste, e possa quindi indedebolirsi la sua capacità di attrarre fondi per mandare avanti la sua università. Timori economici dunque forse più che etici.

Per chi vive negli Stati Uniti o è connesso con la Cnn americana, fu spettacolo raccapricciante ma attraente vedere illustri accademiche americane che si dichiaravano d'accordo con la «inferiorità genetica» delle donne. Ma anche le altre, quelle complessivamente a sfavore di una tesi maschilista, che rispondevano criticando le conclusioni ma trovando innegabili le differenze biologiche di fondo (ovviamente le intervistate le aveva scelte la Cnn).

E' comunque augurabile che da questi clamori di cronaca si faccia, più a sinistra che a destra, una sana riflessione sullo stato attuale delle progressioni in carriera del personale femminile: fior di scienziate hanno molto da aggiungere a proposito di obbiettivi concreti per il futuro prossimo della ricerca italiana.