| Dai margini l'orizzonte si allarga Il metodo scientifico nel mondo multiculturale e postcoloniale abitato da due sessi. Sandra Harding a Bologna e Modena DIANA SARTORI Non si tratta però a questo punto, ed è qui che Harding qualifica la propria posizione teorica e politica, di smascherare l'accezione «forte», hard, della scienza e di proporne, come nel caso di molti sviluppi critici, una versione in qualche modo «indebolita» o morbida. Se Harding giudica le illusioni di realismo e universalità e i sogni di neutralità propri dell'immagine della scienza che definisce «internalista» come «ricordi nostalgici di un mondo di innocenza epistemologica che è svanito per sempre», altrettanto è ostile a ogni esito che abbia sentore di relativismo. La consapevolezza maturata grazie ai vari filoni di critica alla scienza conduce a vedere come sussista una vera e propria difettività, un «di meno» di oggettività scientifica. Non nella parzialità, che la scienza ha espunto da sé, sta questo deficit, ma al contrario nella sua non assunzione. Harding avanza quindi la sua proposta di strong objectivity, una oggettività più forte per un sapere scientifico più ampio e inclusivo, che sappia accogliere al suo interno la sfida di ciò che viceversa ha fino a ora pensato come minaccia, e tenuto fuori difensivamente dai propri confini: il mondo che lo produce, i soggetti, i corpi, i valori, le culture, la società, le relazioni, le differenze. Una proposta tutt'altro che minimalista, insomma, che punta a far partire l'impresa di un ripensamento complessivo della scienza, in primo luogo dal punto di partenza conquistato dal femminismo. E la questione del punto da cui partire, anche senza presunzioni fondazionaliste anzi proprio per l'accortezza nell'evitarle, diventa cruciale. Thinking from Women's Lives, continuava il titolo del libro del `91, che elaborava uno dei punti chiave della riflessione epistemologica femminista di Harding, ma anche di altre: la standpoint theory. L'idea che una oggettività possa avvalersi della prospettiva che viene dall'esperienza e dalla voce propri di quelle/i cui nel dispositivo di sapere-potere della scienza dominante è toccata la parte dominata, assoggettata. Lo svantaggio di potere si volge così in vantaggio epistemico, e il soggetto assoggettato, marginalizzato, asservito possiede un punto di osservazione che consente una visione inaccessibile a chi sta in posizione di dominio. Gli echi hegeliani sono riconosciuti, ma ancor più il debito nei confronti del percorso della presa di coscienza femminile, il ceppo femminista del consciusness raising, la nominazione e risignificazione dell'esperienza femminile. Qualcosa che ricorda da presso la pratica che da noi si è nominata come «partire da sé». In questa nuovo punto di leva di una standpoint epistemology può radicarsi quella «robusta autoriflessività» che per Harding è necessaria per costruire una più forte oggettività scientifica che non presuma di superare la propria parzialità situata negandola, ma la assuma. L'impresa della scienza europea-occidentale va quindi ri-situata nel suo carattere di una impresa «locale» che si è costruita ed espansa in rapporto e a spese dei soggetti e delle dimensioni che ha marginalizzato o assogettato. Una vicenda che è andata di pari passo con quella dell'affermazione del suo predominio economico mondiale. L'espansione europea e la crescita della scienza moderna hanno avuto bisogno l'una dell'altra, «l'Europa e la scienza moderna sorsero simultaneamente, come risultato di pratiche coloniali e solo soggiogando altri e il loro sapere, piuttosto che secondo una linea interna di superiorità, facilitando l'espansione capitalistica e industriale, la colonizzazione e la conquista in nome dell'avanzata del progresso scientifico, una vicenda che continua nella forme dello "sviluppo"». Si delineano così le direttrici delle successive ricerche di Harding, sempre più impegnate a intrecciarsi con le tematiche provenienti dal dibattito sul multiculturalismo e il post-colonialismo: dallo studio sulla economia razziale della scienza (1993), al discusso Is Science Multicultural? Postcolonialism, Feminism, and Epistemologies (1998) che attraverso un'ampia analisi della storia dello sviluppo della scienza occidentale nei suoi rapporti con altre tradizioni scientifiche ricorda ironicamente, ad una scienza che ha davanti a sé la sfida di diventare multiculturale, il fatto che questa multiculturalità, a ben guardare, ce l'ha anche alle proprie spalle. Nel passato in una storia di centralità - scientifica, economica, politica - costruita tracciando confini e margini, nel presente in un orizzonte globale, ma irrimediabilmente non più universale, le cui linee di confine sono zone contese di attraversamenti, mescolanze e conflitti. Border crossings e Decentering the center sono le parole scelte per il titolo della più recente raccolta collettanea curata da Harding con Uma Narayan: anche il confine tra la questione della scienza e quello della politica si confonde. |
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