Da "Il Manifesto" del 23 maggio 2002
SANDRA HARDING
Dai margini l'orizzonte si allarga

Il metodo scientifico nel mondo multiculturale e postcoloniale abitato da due sessi. Sandra Harding a Bologna e Modena

DIANA SARTORI
Stranamente ignorata dall'editoria italiana, che pure hafatto conoscere con una certa tempestività le opere forse ritenute più appetibili di Donna Haraway o di Evelyn Fox Keller, Sandra Harding è indubbiamente una delle protagoniste di spicco del dibattito femminista sulla scienza da più di vent'anni. A lei si devono alcuni dei primi interventi sulla questione che hanno contribuito ad aprire ciò che è poi diventato un ambito di ricerca talmente vitale, ampio e articolato da non poter più essere circoscritto da generiche etichette come «donne e scienza», o «il femminismo nella scienza», utilizzate fino alla metà degli anni `80. Ed era appunto il 1986 quando Harding pubblicò quello che era destinato a diventare un libro di riferimento e di svolta per chiunque guardasse alla questione: come suggerito dal titolo, The Science Question in Feminism, l'approccio alla questione richiedeva uno spostamento fondamentale del punto di partenza teorico, politico ed epistemico, dal riferimento autoritativo della scienza e del suo metodo (la «questione del femminismo nella scienza»), a quello del femminismo stesso. Operare un simile spostamento di prospettiva, tenere fermo il punto di partenza del taglio operato dalla coscienza femminista, domandava di portarsi a un nuovo, più comprensivo, più radicale e più arduo livello di riflessione sulla scienza, sul suo senso, il suo metodo, le sue pratiche. A questo dichiarato progetto Harding si è dedicata in quello studio, che ebbe molti riconoscimenti e divenne un piccolo classico, e nei suoi lavori successivi. Harding lavora a un'opera critica e decostruttiva dell'impalcatura mitologica che la scienza e la filosofia della scienza dominanti hanno costruito nel corso della modernità a sostegno della loro impresa: la «purezza» del metodo scientifico, l'oggettività, la «libertà» da condizionamenti sociali, pregiudizi, valori, interessi nel perseguimento di un sapere universalmente valido. Facendo leva sulle elaborazioni critiche dell'epistemologia post-kuhniana, sulla critica femminista, sulle analisi di storia e sociologia della scienza, su argomenti di ascendenza marxista, foucaultiana, post-moderna e post-coloniale, Harding è venuta via via smantellando i diversi tasselli di quella impalcatura, mettendo a nudo i soggetti, i corpi sessuati al maschile, le determinati geografiche e razziali, gli interessi, le forze, le relazioni e i poteri che storicamente la sostengono, e ne sono sostenuti. Whose Science? Whose Knowledge? chiedeva nel 1991 il titolo di un altro suo influente libro, che riportando la scienza dal suo astratto empireo di universalità giù sul terreno scabro -direbbe Wittgenstein - delle forme della vita e della convivenza umana cui appartiene come forma di sapere umano, riconosceva i diversi tratti di parzialità sessuata, razziale, storicamente, geograficamente e culturalmente situata che la contraddistinguono. Un sapere che si vorrebbe quindi forte di universalità e oggettività, ma è invece parziale, situato e locale.

Non si tratta però a questo punto, ed è qui che Harding qualifica la propria posizione teorica e politica, di smascherare l'accezione «forte», hard, della scienza e di proporne, come nel caso di molti sviluppi critici, una versione in qualche modo «indebolita» o morbida. Se Harding giudica le illusioni di realismo e universalità e i sogni di neutralità propri dell'immagine della scienza che definisce «internalista» come «ricordi nostalgici di un mondo di innocenza epistemologica che è svanito per sempre», altrettanto è ostile a ogni esito che abbia sentore di relativismo. La consapevolezza maturata grazie ai vari filoni di critica alla scienza conduce a vedere come sussista una vera e propria difettività, un «di meno» di oggettività scientifica. Non nella parzialità, che la scienza ha espunto da sé, sta questo deficit, ma al contrario nella sua non assunzione. Harding avanza quindi la sua proposta di strong objectivity, una oggettività più forte per un sapere scientifico più ampio e inclusivo, che sappia accogliere al suo interno la sfida di ciò che viceversa ha fino a ora pensato come minaccia, e tenuto fuori difensivamente dai propri confini: il mondo che lo produce, i soggetti, i corpi, i valori, le culture, la società, le relazioni, le differenze.

Una proposta tutt'altro che minimalista, insomma, che punta a far partire l'impresa di un ripensamento complessivo della scienza, in primo luogo dal punto di partenza conquistato dal femminismo. E la questione del punto da cui partire, anche senza presunzioni fondazionaliste anzi proprio per l'accortezza nell'evitarle, diventa cruciale. Thinking from Women's Lives, continuava il titolo del libro del `91, che elaborava uno dei punti chiave della riflessione epistemologica femminista di Harding, ma anche di altre: la standpoint theory. L'idea che una oggettività possa avvalersi della prospettiva che viene dall'esperienza e dalla voce propri di quelle/i cui nel dispositivo di sapere-potere della scienza dominante è toccata la parte dominata, assoggettata. Lo svantaggio di potere si volge così in vantaggio epistemico, e il soggetto assoggettato, marginalizzato, asservito possiede un punto di osservazione che consente una visione inaccessibile a chi sta in posizione di dominio. Gli echi hegeliani sono riconosciuti, ma ancor più il debito nei confronti del percorso della presa di coscienza femminile, il ceppo femminista del consciusness raising, la nominazione e risignificazione dell'esperienza femminile. Qualcosa che ricorda da presso la pratica che da noi si è nominata come «partire da sé». In questa nuovo punto di leva di una standpoint epistemology può radicarsi quella «robusta autoriflessività» che per Harding è necessaria per costruire una più forte oggettività scientifica che non presuma di superare la propria parzialità situata negandola, ma la assuma.

L'impresa della scienza europea-occidentale va quindi ri-situata nel suo carattere di una impresa «locale» che si è costruita ed espansa in rapporto e a spese dei soggetti e delle dimensioni che ha marginalizzato o assogettato. Una vicenda che è andata di pari passo con quella dell'affermazione del suo predominio economico mondiale. L'espansione europea e la crescita della scienza moderna hanno avuto bisogno l'una dell'altra, «l'Europa e la scienza moderna sorsero simultaneamente, come risultato di pratiche coloniali e solo soggiogando altri e il loro sapere, piuttosto che secondo una linea interna di superiorità, facilitando l'espansione capitalistica e industriale, la colonizzazione e la conquista in nome dell'avanzata del progresso scientifico, una vicenda che continua nella forme dello "sviluppo"». Si delineano così le direttrici delle successive ricerche di Harding, sempre più impegnate a intrecciarsi con le tematiche provenienti dal dibattito sul multiculturalismo e il post-colonialismo: dallo studio sulla economia razziale della scienza (1993), al discusso Is Science Multicultural? Postcolonialism, Feminism, and Epistemologies (1998) che attraverso un'ampia analisi della storia dello sviluppo della scienza occidentale nei suoi rapporti con altre tradizioni scientifiche ricorda ironicamente, ad una scienza che ha davanti a sé la sfida di diventare multiculturale, il fatto che questa multiculturalità, a ben guardare, ce l'ha anche alle proprie spalle. Nel passato in una storia di centralità - scientifica, economica, politica - costruita tracciando confini e margini, nel presente in un orizzonte globale, ma irrimediabilmente non più universale, le cui linee di confine sono zone contese di attraversamenti, mescolanze e conflitti. Border crossings e Decentering the center sono le parole scelte per il titolo della più recente raccolta collettanea curata da Harding con Uma Narayan: anche il confine tra la questione della scienza e quello della politica si confonde.