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Sherry Turkle: le girls dicono «no, grazie»
BOSTON «Nel mondo è noto il cosiddetto ´´digital divide´´ (divario digitale) tra chi ha e chi non ha, dovuto all´ineguaglianza tra poveri e ricchi. Ma c´è un altro digital divide che minaccia di limitare la produttività scientifica: ed è l´ineguaglianza nel numero di donne che partecipano alla cultura del computer. La cultura del computer è ancora prevalentemente fatta di ingegneri per ingegneri e da uomini per uomini. Le ragazze sono meno predisposte a iscriversi a corsi informatici a scuola e solo il 17 per cento sostengono esami ad alto livello in questo campo. Le ragazze superano i ragazzi solo nelle lezioni di ´´word processing´´, che in sostanza è la versione contemporanea di quella che una volta era dattilografia». Questo gap educativo si riflette anche nel lavoro? «Moltissimo: oggi le donne occupano solo il 20 per cento dei posti di lavoro in Information Technology. L´ineguaglianaza di genere nella cultura digitale sta aumentando». E´ un bene o un male? «Una maggiore diversità di genere nella partecipazione significherebbe una cultura digitale più ricca, se non fosse solo perchè integrerebbe il punto di vista femminile». Può fare un esempio? «Termini informatici terrificanti come ´´abort´´ (abortisci), ´´kill´´ (uccidi) o ´´terminate´´ (stermina) sono chiaramente modi di dire tutti maschili. Sarebbe ora di cambiare linguaggio». Quindi è un fatto di valori, cioè le donne si tengono a distanza dall´informatica per motivi culturali, più che intellettuali? «Sì: le ragazze di oggi non sono ´´computer-fobiche´´, piuttosto sono ´´computer-reticenti´´. Un tempo le donne vedevano l´informatica come troppo difficile per loro, volevano ma non potevano. Oggi le donne hanno capito che quando ci si mettono, sono capacissime. Il punto di vista delle ragazze sulla carriera e la cultura informatica tende a riprodurre lo stereotipo di un ´´nerd´´ (secchione) poco inserito nella società tipicamente maschile. Per cui dicono di non avere paura, semplicemente che non vogliono farsi coinvolgere. Esprimono la filosofia del ´´posso, ma non voglio! ´´». Ma perché non vogliono? «Perché il computer come è stato loro presentato a scuola è infuso di valori maschili (velocità, efficienza, individualismo), in cui le ragazze non si identificano. E anche la carriera informatica viene vista non come difficile, ma come uno ´´spreco di intelligenza´´. Cito una studentessa di Baltimora: ´´Ai ragazzi piace stare seduti tutto il giorno in un cubicolo davanti a un monitor´´. Alle ragazze no. Inoltre, i videogiochi sono tutti violenti e crudeli, e alle ragazze non interessano: preferiscono giochi di simulazione sociale e chattare. Ma la loro identità al computer è quella di ´´utenti´´, non di padrone. Infine, il vero dramma sta negli insegnanti, che non sono ancora all´altezza. Non sanno ispirarle, puntano solo sugli aspetti tecnici, anziché su come integrare il computer nel proprio curriculum. Perché a loro volta, non sono stati istruiti. Ci vuole tempo, perché tutto questo cambi». anna.masera@lastampa.it |
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