da "Il Manifesto" del 19 giugno 2002
In principio era il Golem

Il cyborg come archetipo dell'incontro tra l'umano e l'artificiale

B. V.
In principio era il Golem, poi venne Frankenstein, che venne rapidamente defenestrato da un'altra, inquietante figura, il cyborg. Ma se il protagonista delle notti praghesi doveva vendicare i torti subiti dalla comunità ebraica, il cyborg ha in comune con il Golem solo il fatto di essere prodotto dall'uomo. Il primo, racconta il mito, è plasmato nel fango e riceve la vita grazie al mistero della Torah svelato da un rabbino; il secondo è meno misticamente il risultato di un sapiente assemblaggio di tecnologie digitali e parti umane. Questo è ciò che raccontano molti romanzi di fantascienza e non; questo è il futuro che la teorica femminista americana Donna Haraway prospetta, invitando a considerare questo orizzonte dell'«evoluzione umana» un campo di possibilità per costruire comunità di affinità elettive o inventare personlità multiple, ma anche da considerare il terreno di conflitto contro l'appropriazione privata delle conoscenze scientifiche da parte delle multinazionali hi-tech. Il cyborg, ha sostenuto Donna Haraway, è una concreta possibilità di liberazione. O, al contrario, di oppressione. Per Roberto Marchesini, invece, il cyborg analizzato nel bel libro Post-human edito da Bollati Boringhieri è la figura che meglio illustra l'emergere di paradigmi epistemiologici che molto influenzano campi del sapere scientifico ben precisi, quello della biologia innanzitutto, ma anche quello dell'intelligenza artificiale.

Va subito detto che al cyborg, l'autore dedica solo un capitolo, ma è una figura che attraversa, implicitamente, quasi tutta la seconda parte del volume, cioè da quando comincia ad analizzare l'impatto sociale e culturale dell'ingegneria genetica e di alcune tecnologie al silicio. Per Marchesini sono i casi in cui è chiaro il manifestarsi di quella «incompletezza» della condizione umana che spinge l'attività scientifica a misurarsi con la possibilità di produrre la vita in laboratorio. Ed è alla luce di quella commistione tra umano e artificale che il giovane studioso di biologia rilegge la storia culturale e scientifica degli ultimi trenta, quaranta anni del Novecento.

C'è ovviamente la parte relativa ai primi seminari sull'Intelligenza artificiale, quando un eterogeneo gruppo di ricercatori cominciano a ipotizzare la costruzione di macchine intelligenti. Lustri ne sono passati da quando alla fine degli anni Quaranta, gli incontri organizzati per condividere le conoscenze e le riflessioni attorno a questa scommessa. Giustamente Marchesini ricorda però che il sogno di costruire macchine intelligenti è già presente nel mito di Prometeo.

Il computer intelligente non è stato ancora costruito, ma al suo posto c'è la «vita artificiale» rappresentata dal cyberspazio, dove l'avatar, cioè il doppio di sé, non è solo la proiezione olografica di bit, bensì una esperibile possibilità di fare esperienza di una personalità fittizia che si indossa come una mise consona per incontri dove l'unica regola del gioco è di poter vivere intensamente la sensualità derivante dalla scopertà del potere insito in una relazione «virtuale». Sull'avatar e sulla vita artificiale Marchesini non esprime un giudizio morale negativo: registra solamente che l'incontro tra umano e artificiale ha fornito il carburante per la locomotiva del «transumanesimo». Stesso discorso vale per le «fabbriche della vita» rappresentati dai laboratori dell'ingegneria genetica. In questo caso, però, la figura che meglio di adatta è quella del Golem. Soltanto che in questo caso non ci sono ingiustizia da riparare, ma solo quel nodo gordiano che Donna Haraway invita a sciogliere, cacciando i mercanti del sapere dal tempio e restituendo a donne e uomini quel sapere comune da loro prodotto e a loro destinato, ma a loro espropriato.