| 11 settembre, il clash nella mente occidentale/4. Intervista a Rosi Braidotti Dopo le Torri, il corpo che resta L'impatto dell'uomo-cyborg nel cielo di Manhattan e sul Vecchio Continente, il progetto multiculturale e il soggetto nomade alla prova della guerra identitaria, dell'Europa-fortezza e delle nuove gerarchie imperiali, il femminismo dopo l'11 settembre fra rigurgiti e implosione del patriarcato IDA DOMINIJANNI L'anniversario dell'11 settembre, come scrive Susan Sontag, ha riciclato parole e immagini di un anno fa, svuotandole di significato. Un anno dopo, a te sembra svuotato di significato anche l'evento in sé? Ne abbiamo discusso qui all'università di Utrecht, dove alcune studentesse, soprattutto di colore, sostengono che se c'è un 11 settembre da commemorare è quello del golpe cileno del `73. Non sono le uniche, del resto, a ricordare polemicamente quella data a confronto con quella del 2001: è un indice della memoria «d'opposizione», chiamiamola così se non vogliamo definirla antiamericana, che sta montando da varie parti. Quanto a me, penso che l'11 settembre, quello del 2001 intendo, è stato certo un grosso trauma per l'Occidente e per il mondo intero, ma a rigor di termini filosofici non lo definirei un evento. Almeno se per evento intendiamo qualcosa che spezza la sequenza lineare della logica del capitalismo. Il crollo delle Torri, al contrario, sta tutto dentro questa logica, che come ci hanno insegnato Deleuze e Guattari è la logica della catastrofe annunciata. Gli attentati terroristi, come i disastri ecologici, sono tutte catastrofi annunciate: e il capitalismo non punta a evitarle, ma solo a trarne il massimo profitto. La commodification, lo svuotamento della catastrofe è la regola del funzionamento spettrale dell'economia capitalistica, dice giustamente Derrida: pensa solo a tutti quelli che sull'11 settembre hanno speculato in borsa. Che il crollo delle Torri sia un disastro capitato al cuore dell'Impero, rende solo più evidente questa regola e questa logica, e ovviamente ci colpisce più di altri «ordinari» disastri che capitano ovunque, e di fronte ai quali o ci rassegniamo, come con l'Aids, o ci bendiamo gli occhi: mentre un anno dopo torniamo a guardare in tv le immagini del crollo delle Torri, abbiamo già dimenticato quelle di poche settimane fa di Praga sommersa dall'acqua. A proposito di immagini. L'immaginario è stato sempre nella cabina di regia, nella vicenda dell'11 settembre. Come ha scritto Baudrillard, le immagini hanno preso in ostaggio l'evento: ne hanno deciso, e continuano a deciderne, la percezione e il senso. Oggi il cinema - penso ovviamente a «11 settembre 2001» - ci mette di fronte a una sua percezione planetaria e articolata, ma per un anno l'icona televisiva dello schianto ha fissato la nostra attenzione sul cielo sopra Manhattan; e tutt'ora, a rivederla, continua a fare un grande effetto. Forse perché col clash delle Torri ha fatto improvvisamente irruzione nella realtà quello che l'immaginario aveva anticipato? Il corpo-cyborg, l'uomo-macchina, l'uccello-Ufo... che cosa hanno suggerito, a una come te che lavora sul tema delle metamorfosi del corpo e dell'umano in questo inizio di millennio? Non c'è dubbio, quell'irruzione è stata per i più un grande shock. Per quelle come noi che hanno lavorato sul rapporto fra corpo e potere, una dolorosa conferma. Anche su questo piano nell'11 settembre non vedouna rottura, ma solo il punto acuto di una linea di tendenza riconoscibile anche altrove. Il corpo cyborg del kamikaze ci impressiona tanto solo perché non sappiamo riconoscere figure simili nella nostra esperienza quotidiana. Tutti i nostri corpi sono traumatizzati dall'impatto con l'attuale forma del capitalismo: lo stress fa dei luoghi di lavoro luoghi patogeni, i clandestini muoiono di terrore a bordo delle carrette che li trasportano, il corpo femminile si smostra fra silicone, anoressia e bulimia, ci sono trafficanti di droga che ingoiano chili di cocaina per portarla a destinazione e ogni tanto esplodono...Siamo tutti corpi cyborg, corpi vettori, corpi che si schiantano. Il suicide-bomber fa parte di questa mutazione. In fondo, se ci pensi bene, c'è una linea che collega il kamikaze e Schumacher.... Parlare del corpo-bomba del terrorista e tacere di tutto il resto a me pare ipocrita. In questo senso, l'irruzione nella nostra realtà di quei due aerei e di quei diciannove kamikaze avrebbe potuto e dovuto portare a una riflessione del rapporto fra corpo e potere. Anche in questo campo, invece, ha aperto una spaventosa regressione. Cambiamo campo. Qualche mese fa hai associato agli effetti dell'11 settembre anche la regressione politica e sociale che vedevi dietro i risultati delle elezioni olandesi. Tu sei convinta che l'11 settembre sia rimbalzato così fortemente nel Vecchio Continente? Beh, dall'Olanda s'è visto benissimo. Il riflesso securitario è stato molto forte e ha provocato un altrettanto forte riflesso identitario che sta cambiando il profilo della società. Il paese delle identità multiple, del meticciato etnico, della tolleranza e del multiculturalismo, passato al setaccio della paura, ha cambiato faccia. Per darti l'idea: si parla per la prima volta di scorte armate per i politici in un paese in cui finora il primo ministro andava in bicicletta. La lista Fortuyn si sta rapidamente disintegrando, ma il fenomeno Fortuyn ha portato in auge un nuovo tipo di middle class: gay bianchi metropolitani, apparentemente trasgressivi e in realtà molto integrati, che rivendicano spudoratamente una «olandesità» post-tollerante e capitalista. Adesso stanno chiudendo le discoteche gay perché non ce n'è più bisogno: la linea trasgressiva disegnata sulla sessualità si dissolve, mentre si consolida la linea razzista disegnata sulla differenza etnica. Fermati un attimo. Tutto il pensiero postmodernista, e tu per prima, aveva scommesso sulle identità sociali plurime, mobili, nomadi, per contrastare le coazioni identitarie del politico. L'11 settembre dissolve questo progetto? O questo progetto rimane utile per contrastare la retorica dell'identità _ «noi» contro «loro», l'Occidente contro l'Islam, il Bene contro il Male _ con cui la politica americana ha risposto al trauma? La struttura materiale postcoloniale e multiculturale di società come quella americana o olandese dovrebbe fungere da antidoto contro i richiami patriottici e nazionalisti. Ammenoché quel progetto non fosse arrivato a un punto morto, producendo una nuova segmentazione, più che una fluidificazione, di quelle società. Io punto ancora su quel progetto. Su tutte le soggettività nomadi e diasporiche che si possono coalizzare contro le identità fisse e la retorica nazionalista e razzista. Però quel progetto va continuamente aggiornato. Nei paesi multiculturali come gli Stati uniti o l'Olanda, si stanno producendo nuove stratificazioni culturali e di classe: il multiculturalismo disegna linee a zig-zag, non una cartografia di figure a tutto tondo, in cui emergono contraddizioni inedite. Per dirne una, mi racconta Angela Davis che in alcune realtà americane la borghesia nera è diventata più intollerante di quella bianca: sono i paradossi dell'assimilazione e dell'emancipazione. Queste società sono multietniche e multicolorate, ma sono anche pienamente occidentalizzate, e chi le abita, quale che sia la sua origine, oggi rivendica l'identità e i valori occidentali contro i «barbari» che vengono dall'Oriente incivile e dispotico. Questi processi sono andati più in là di come lo stesso pensiero postcoloniale, femminismo compreso, li aveva descritti o ipotizzati: perché le nuove gerarchie imperiali generano nuovi flussi, nuove frammentazioni, nuove contraddizioni - tutt'altro che hegeliane e alquanto schizofreniche, come ben rappresentava «Documenta» di quest'anno a Kassel. A quel progetto tu hai ancorato negli ultimi anni anche la tua convinzione europeista, intendendo l'Europa come una costruzione postnazionale e l'identità europea come un'identità cosmopolita e aperta, idealmente connessa alla figura della diaspora ebraica. L'esatto contrario, in breve, dell'Europa-fortezza. Dopo l'11 settembre, anche la costruzione europea si è arrestata. E la diaspora ebraica tace di fronte all'arroccamento identitario di Israele... Lo so bene, le probabilità che «l'Europa minore», come la chiama Bifo, proceda sono basse. Ma non bisogna recedere: l'Europa è il nostro orizzonte necessario. E la genealogia ebraica europea resta un punto di riferimento storico, anche se in questo momento la diaspora ebraica è così sulla difensiva che perfino alcune femministe ebrre americane fanno il tifo per la guerra...Oltretutto, lavorare sulla costruzione europea è una mossa politica di scostamento da quella sinistra che quando avevamo vent'anni «saltava» l'Europa in nome dell'internazionalismo o del terzomondismo, dimenticando che è sempre su ciò che è più prossimo che bisogna lavorare. Il risultato è che oggi la sinistra europea non si sa dove stia: rischiamo di diventare l'ultima stelletta della bandiera americana. Guarda le giovani generazioni di femministe, conoscono tutte il femminismo americano e ignorano quello europeo. Lo so bene, passano dalla California per arrivare a Roma o a Milano. Sul femminismo dopo l'11 settembre, bisognerà fare il punto. Un anno fa, negli Stati uniti c'erano femministe che credevano alla guerra di liberazione delle donne afghane, in nome dell'universalismo dei diritti. Ma c'erano anche quelle che analizzavano le segrete simmetrie fra il patriarcato dei talebani e i rigurgiti di patriarcato e di fondamentalismo sessista in occidente. Io, con le amiche italiane con cui lavoro, preferisco analizzare quello che sta succedendo nella chiave opposta della fine del patriarcato: un'implosione drammatica che fa molti danni, ma un'implosione. Tu che cosa vedi? Vedo una galoppante virilizzazione dello spazio pubblico: Dio patria e famiglia, guerra indefinita contro il terrorismo e microguerre quotidiane, mascolinità gay femminilizzate che cannibalizzano quello che noi abbiamo detto, genealogie femministe che si frammentano nella nuova frammentazione delle società occidentali di cui abbiamo parlato. Solo questo? Dovremmo discuterne, non sarei d'accordo. C'è questo, ma c'è anche molta distanza femminile - attiva, non indifferente - da tutto questo. La regressione del disorso politico, della retorica identitaria, degli appelli alle armi non trova molti consensi fra le donne, e nelle società occidentali le donne non sono più una parte marginale della sfera pubblica, come sai meglio di me. E poi, in termini simbolici, lo schianto degli aerei sulle Torri è stato visibilmente una catastrofe del fallocentrismo...non credi che abbia anche liberato parola e energia femminile? Ora che mi ci fai pensare: lì per lì io ho sentito solo che si metteva in atto la logica della catastrofe che ti dicevo all'inizio. Passato quel momento, ho avvertito che si stava anche aprendo qualcosa. Che stavamo passando per un punto di non ritorno, che accelerava l'urgenza di fare quello che dobbiamo fare, almeno noi che non siamo precipitate nella depressione e nella paranoia. E infatti le mie studentesse dicono che tutto s'è rimesso in moto. In fondo anche questa è una funzione della catastrofe, liberare energie. Da questo punto di vista, l'11 settembre del 2001 forse conta più di quello cileno. |
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