Articolo da "Il Manifesto" del 8 marzo 2005


Nascere all'inferno
Il nesso tra l'ordine della nascita, di cui il corpo materno testimonia, messo fuori scena e l'ordine mortifero della guerra su cui la politica torna a fondarsi. Militarismo e ideologia patriarcale marciano in sincrono e il passo parallelo è il controllo della riproduzione
Venire al mondo e morire al tempo della procreazione biotecnologica e della guerra infinita. Due scenari che mostrano la partita che si sta giocando sulla libertà femminile, tra soggettività, e tentativi di mettere sotto sequestro il corpo femminile

STEFANIA GIORGI
Due corni, estremi e consaguinei, venire al mondo e morire nel presente della procreazione bio-tech e della guerra infinita possono aiutare a riguardare l'annunciata fine del patriarcato, o meglio la sua cruenta agonia, e a svelare la posta in gioco nei rapporti tra uomini e donne. A Occidente e a Oriente. Conflitto gemello, non dichiarato ma agito, che si accompagna al momento di massima espansione dell'esercizio, orrendo e crudele, del primo comandamento dell'ordine patriarcale: uccidi.

Mentre abbiamo gli occhi e il cuore pieni di un dolore e di un trauma di difficile lenimento. Per le prigioniere di questa guerra, ostaggi annullate nella loro biografia e restituite in video in forma di nuda vita, grumo di fragilità e di paura. Per il prezzo intollerabile pagato per una liberazione tanto combattuta, una vita umana per un'altra vita umana, morte assurda nella più assurda delle guerre.

Crisi della civiltà patriarcale, resistenza maschile ad assumerla e tentazione femminile, sempre presente, di sentirvisi inglobate, in un ultimo fatale abbraccio di amore complementare. In un tramonto plumbeo, contrassegnato, come era fin troppo facile profetizzare, dai terribili colpi di coda del grande drago che fin qui ha ordinato il mondo.

Da osservare e analizzare a partire esattamente dalla trasformazione radicale dei due scenari - guerra e nascita - e dalla partita che si sta giocando sulla libertà femminile, tra soggettività e pretese di controllo. Conflitto non dichiarato che taglia l'una e l'altra parte del mondo intersecando latitudini e longitudini, democrazie e teocrazie mostrandone crepe e paradossi, faglie ipogee e contraddizioni. Non equivalenti ma spesso speculari. Come la contesa maschile (taleban-sovietici-angloamericani) sul burqa da mettere o togliere ha ben dimostrato.

Conflitto, in materia di rapporti tra uomini e donne, che si può decifrare scartando le trappole paritarie dell'Occidente sovrapposte e applicate al paradigma dell'oppressione nel resto del mondo.

Chi abita cosa
Molte donne abitano oggi la guerra. Molte silhouette femminili si affollano intorno a questa parola un tempo declinata solo al maschile. In prima linea e non più nelle retrovie dell'home front, alcune per scelta, altre, le più, senza possibilità di scelta alcuna. Armate e in divisa, aguzzine ad Abu Ghraib pronte a gareggiare in sadismo con i maschi americani, immortalate con il prigioniero-cane, maschio islamico al guinzaglio; kamikaze imbottite di tritolo pronte al sacrificio di sé e degli altri in nome di Allah; potenti e solerti segretarie dello stato-impero dell'Enduring Freedom e della democrazia a suon di bombe; vittime nella macelleria e cielo aperto di Baghdad; volontarie che, in nome della pace, cercano di tessere là dove tutto sembra strappato per sempre; inviate nel luogo del conflitto e che del conflitto raccontano le atrocità e l'insensatezza. Come le due Simone. Come Giuliana. Come Florence ancora sequestrata.

Donne di pace, senza armi se non la loro libera intelligenza applicata in «area di crisi», e donne di guerra, in divisa color kaki, arruolate nelle legioni delle pari opportunità del fuoco della prima linea.

Una presenza che archivia definitivamente ogni tentativo consolatorio di ricorso all'estraneità delle donne alla guerra, ogni rifugio possibile, anche se piccolo e claustrofobico, di un «mondo a parte» dove il clangore degli uomini in armi possa arrivare attutito, un fastidioso rumore di sottofondo.

Cambio di scenario. Molti uomini abitano oggi la scena procreativa. Medici, legislatori, bioeticisti, sacerdoti celibi e votati alla castità che pontificano in materia di morale sessuale, uomini sterili incapaci di nominare la propria impossibilità a generare. Vi abitano tutti con l'imperio arrogante di una presunta parità e perfetta simmetria tra uomini e donne, padri e madri, che nega il primato femminile nella procreazione. Con il tentativo conseguente - reale e simbolico insieme - di mettere sotto sequestro il corpo femminile, la sua sessualità da controllare, la sua potenza generativa da imbrigliare.

Dall'hijab imposto dagli ulema all'impianto forzato in utero di un feto malformato per legge dello stato. Non nella Germania di Hitler né nell'Afghanistan dei taleban, ma nell'Italia del mercato politico e degli scambi (per carità sempre trasversali) sulla pelle delle donne.

Guerra e nascita
C'è un nesso evidente tra l'ordine della nascita, di cui il corpo femminile testimonia, messo fuori scena, e l'ordine mortifero della guerra su cui la politica torna a fondare - in primis nella più grande democrazia dell'Occidente - il suo stato e il suo statuto. Guerra, prima umanitaria e ora preventiva che si arroga il compito di esportare la democrazia nel mondo, in primo luogo proprio in nome delle donne umiliate e velate dell'Islam. Militarismo e ideologia patriarcale tornano a marciare in sincrono. Il passo parallelo è il controllo della riproduzione. In aperta rotta di collisione con la libertà femminile.

Un tentativo, dunque, di rimettere il corpo femminile a regime. Regime militare, biotecnologico, giuridico, religioso. Che sventolino il Corano come in Algeria o che brandiscano le tavole di Mosè come a Washington e a Roma, i misogini del patriarcato che si puntella con le armi, cercano conforto nei patriarchi dei monoteismi, nei profeti-guerrieri di un dio padre vendicativo e distruttore per profumare di divino il loro livore contro le donne, la loro paura delle donne. Così, nella loro costellazione simbolica, di cui il primato del potere e della forza sul nemico è principio fondativo, come nei loro atti politici, non possono che far scempio del concetto di vita e dipingere la donna come la nemica della vita. Scempio della responsabilità e della competenza femminile in materia di vita collaudata nei secoli.

Corpo-cosa
Tra corpi-cose fatti a pezzi dalla guerra e frammentati dalla tecnologia e richiami assillanti alla sacralità della vita, l'abuso osceno del concetto di vita - sfoderato contro le donne - vede all'opera solerti officianti. A Occidente soprattutto la schiera di esperti di una bioetica declinata al maschile, disciplinante e normativa e ben lontana da quel «luogo di incessante elaborazione e confronto senza immediate finalità normative» auspicato da Stefano Rodotà (Questioni di bioetica). Più lontana e chiusa al reale persino della fiction televisiva (vedi «ER» o «Friends») che sa dare voce e trama ai dilemmi e alle opportunità dei nostri giorni, famiglie allargate, figli condivisi, single madri e padri, omosessuali che adottano bambini, eutanasia, inseminazione artificiale...

Non vi è risposta possibile alla violenza di questo conflitto se non attingendo al guadagno che l'elaborazione del femminismo su sessualità e aborto ha offerto a tutte e tutti, contro la scissione fra corpo e politica, fra legge ed esperienza. Con la capacità, a partire da sé e interrogando il proprio desiderio, di porsi quelle domande che ritornano oggi intatte e cruciali: in primo luogo sulla biologia e il potere medico che riformulano e riconfigurano lingua ed esperienza del nascere e del procreare. Domande sulla denaturalizzazione e la smaterializzazione del corpo e sullo svincolo della procreazione dal corpo e dalla sessualità. Un processo lento e progressivo che, dagli anni Sessanta in poi con la pillola anticoncezionale, prima ha separato la sessualità dalla procreazione e oggi la procreazione dalla sessualità.

Le domande cruciali sulle biotecnologie sbandierano un «tutto è possibile» che esaspera l'antica invidia maschile della potenzialità generativa femminile e ingigantisce l'incubo della sua autosufficienza. Risvegliando l'arcaico sentimento proprietario dell'uomo sulla propria donna e sulla propria prole. Certezza genetica, paternità di sangue, orrore per il fantasma dell'«altro» che torna oggi in forma di rigetto isterico dell'inseminazione eterologa. Ma, di contro, anche la posizione femminile nella procreazione hi-tech risulta, se non incomprensibile, muta, se muto continua a essere il desiderio che muove la scelta della via crucis ormonale.

La madre come nemica
Torna l'antico conflitto tra donne e uomini sul generare. Con gli uomini (e le donne arruolate nel loro ordine simbolico) pronti ad armarsi del feto, farlo diventare bambino e impugnarlo per combattere, alla pari, con l'autodeterminazione femminile. Feto contro madre, cancellando una verità inoppugnabile: il feto è la madre, e può diventare da progetto di vita a bambino solo con il suo consenso. Senza il sì di una donna non c'è vita possibile. Così è stato, mistero della fede, anche per Cristo concepito e partorito dalla Madonna. Vita possibile che non si può ridurre a biologismo, a puro materiale organico che si incontra e si mescola, ma che dalla biologia trasmigra nella biografia. Venire al mondo acquista così il senso pieno dell'essere accolti nella comunità degli umani, nutriti al mondo. Per mediazione insostituibile materna. Di lingua, di affetto, di relazione, di carezze e di cibo.

Fa paura - e getta ombre inquietanti sul referendum che ci attende in materia di procreazione assistita - che si risponda a una tale violenza sulle donne per legge di stato trincerandosi dietro la laicità. Laici versus integralisti, progresso scientifico versus oscurantismo, e non impugnando con forza l'unico principio etico possibile: la scelta nelle mani di una donna.

Origine e fine
Nella partita che si sta giocando sul corpo delle donne, nel mondo dell'impotenza maschile che si copre di armi o di protesi tecnoscientifiche, nel mondo del desiderio zoppicante tra uomini e donne, dell'insicurezza e della fragilità su scala globale, delle «vite precarie» della guerra permanente come unica soluzione dei conflitti, tornano vestite a nuovo fantasie e paure tenacemente radicate nella storia dei rapporti tra i sessi. La violenza latente, che si avverte sempre possibile da parte di un uomo sul proprio corpo di donna. Lo sgomento maschile di fronte alla sessualità femminile (ma anche alla propria). Area selvaggia e pulsionale che domanda limiti e controllo. Non così per l'antico sogno maschile, che ora la bioscienza rende un possibile traguardo, della completa riproduzione artificiale. Traguardo terribile che lascia sgomenti (meglio sarebbe dire sgomente) ma che non ha provocato le stesse vibranti dichiarazioni di paura e di preoccupazione che si sono levate a proposito di possibile clonazione umana.

Dal Corpo della donna come luogo pubblico descritto da Barbara Duden al grembo di transito all'Eclissi della madre (titolo del libro scritto da Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, un testo che resta imprescindibile per chiunque pretenda di parlare in materia). «Scomparsa la madre, risolto quel malaugurato passaggio nel corpo femminile, viene reciso il tramite, non solo fisico, tra la singolarità che nasce e quella che genera: viene cioè recisa l'origine umana, non meramente biologica che fin qui nascere da donna assicura. Per pensare questo salto nel vuoto, ci sentiamo, sia pur poco, attrezzati? A questa domanda la scienza, che pure lo apre, non ha alcuna risposta da fornirci» scrive Boccia tornando a distanza di anni su quel nodo cruciale (Un'appropriazione indebita).

Quello che fin qui nascere da donna ha assicurato.

Questo sì scontro di civiltà: fra l'ordine della nascita, la lingua dello scambio e del desiderio che genera altra vita dalla propria vita, e l'ordine della guerra.