Articolo da " Il Manifesto" del 19 ottobre 2007


Il razzismo in centimetri sul corpo femminile

Chiara Zamboni
Nella fotografia una donna in reggiseno e gonna bianca sta girandosi nella stanza dove le stanno prendendo le misure classiche: peso, circonferenza, altezza. Siamo in Spagna. Zapatero ha deciso di combattere anche così la battaglia contro le taglie 38, il magro femminile di moda e le modelle sottilissime, astratte. Una battaglia che pone al centro, perché sia segno della normalità, una improbabile donna spagnola così com'è. In realtà una donna a sua volta astratta, perché risultato statistico della misurazione su campioni raccolti un po' in tutte le piazze delle città spagnole. Una donna che si prevede solida, lontana dalla magrezza femminile che si esibisce sulla passerella delle sfilate, per le strade, nelle riviste patinate. Una donna in carne «e dunque» contenta, lontana dai segni dell'infelicità che la magrezza suggerisce.
Vengono in mente altre battaglie per la razza. C'è il precedente del nazionalsocialismo, che però si muoveva diversamente. Veniva proposto il modello dell'uomo e della donna ariani, biondi, con gli occhi azzurri. C'era un che di metafisico nell'indicare semplicemente l'essenza pura, che non aveva bisogno di essere misurata per essere d'orientamento morale per i tedeschi e non solo per loro. Anzi, rifuggiva dal quantitativo. C'era un nesso implicito tra essenza ariana e vita buona. Tra qualità pura della razza e vita orientata secondo il giusto.
Nelle nostre democrazie evidentemente le battaglie per la razza si fanno diversamente. In primo luogo si fanno quasi esclusivamente sul corpo della donna. Occorre sempre interrogare di nuovo il rapporto tra questa forma politica e il corpo femminile, perché continuamente cambia referenti e modi. Si pensi anche solo in Italia al dibattito sulla fecondazione assistita. Lo stile di questi interventi prende poi un andamento quantitativo: quanti embrioni, quanti centimetri di fianchi, quale misura dei vestiti pronti nei negozi. Se una democrazia ha come mito fondatore la maggioranza contrapposta alla minoranza - l'unico mito rimasto a fronte di tanti altri significati di democrazia che si sono sperimentati nel Novecento - il quantitativo ne misura l'essenza. E quindi il corpo femminile solido, «buono», sano, metafora di una vita felice, non viene suggerito attraverso modelli che abbiano un significato metafisico e qualitativamente essenziale. Un di più da amare. No: è la proporzione quantitativa e la proiezione statistica del corpo delle donne che viene proposta. Una sorta di razzismo democratico, basato sulla proiezione della maggioranza delle donne misurate. Un razzismo al ribasso, che tiene conto della media quantitativa. È destinata al fallimento una campagna così melanconica, senza immaginazione, che non sappia trovare un di più femminile innamorante, che tocchi e seduca. Che non trovi parole per parlare al desiderio delle donne. Che non sappia opporre alla ricerca di perfezione di colei che si ostina a modellare il proprio corpo a pura essenza spirituale se non il quantitativo medio. Proprio ciò che le ragazze, che ostentano la loro magrezza con alterigia e con la consapevolezza di incarnare una eccezionalità inquietante, maggiormente rigettano, rifiutano.
D'altra parte la complessità della campagna di opinione contro l'anoressia non può essere vista solo nella prospettiva del «governo del vivente», come gli studi di biopolitica suggeriscono. È vero che in questa chiave le donne sono considerate come corpo di cui disporre collettivamente, da definire entro limiti oggettivi, da posizionare. Ed è vero anche che i governi stanno facendo sul corpo delle donne una implicita politica della razza. E che vengono coniugate ancora una volta organizzazione e limitazione del corpo femminile affinché se ne abbia un effetto etico, un orientamento di vita, una modificazione d'anima.
Ma la situazione che ci troviamo a vivere non è riducibile solo a questo. Se guardiamo al nostro presente riandando con il pensiero ad alcuni momenti di storia delle donne e a come le donne si sono regolate nel passato, guadagniamo strumenti interpretativi più fini. Dove la vera misura è il desiderio soggettivo femminile, che ha a che fare con il rapporto simbolico che le donne intrattengono con il proprio corpo. Riletta in questa chiave, la campagna sull'anoressia si rivela, come ha già scritto su queste pagine Ida Dominijanni, come segno di una complessità non riducibile a un disturbo alimentare segnato dai rapporti famigliari. E non riportabile neppure soltanto al governo del vivente in termini di biopolitica.
Ad esempio nel medioevo, nel rinascimento l'astinenza dal cibo, la magrezza erano segno di santità di fronte a Dio. Segno mostrato da parte di alcune donne come elemento tangibile di perfezione alla collettività di cui facevano parte. La via della perfezione che modella il corpo ha una doppia faccia, spirituale e materiale. Segreta, per il legame tra sé e sé e ciò che ognuna di queste donne intende per assoluto, per infinito; pubblica, e allora codificabile, perché segno di separatezza, distinzione, contestazione dei valori prevalenti del proprio tempo legati alla ricchezza e all'abbondanza. Leggendo questi come altri momenti della storia delle donne si nota come ciò che differenzia le donne dagli uomini è che certe scelte orientanti della vita hanno sempre un legame con il corpo e il corpo è segno e allo stesso tempo soggetto della disposizione esistenziale del desiderio. Desiderio, corpo e inconscio sono legati in un nodo particolare nella esperienza delle donne. A quando un ripensamento delle nostre democrazie a partire dalla soggettività femminile e dal suo desiderio, con tutti i segni del corpo che ne sono la grammatica?