| Incubo alla Crichton o sogno? Dall'informatica alla medicina, la manipolazione degli atomi suscita interrogativi, e non solo di ambientalisti BARBARA RONCAROLO Le implicazioni non sono banali e tirano in ballo anche pesanti questioni etiche. Non a caso il Congresso Usa chiede al governo di analizzare a fondo la questione, prima di investire in progetti per lo sviluppo di queste tecnologie. E il Senato potrebbe presto approvare un finanziamento da 5 milioni di dollari per incaricare il Nanotechnology Preparedness Center di analizzare i risvolti legati all'impiego delle nanotech. Nello stesso tempo, e con energia anche maggiore, in Gran Bretagna c'è chi chiede che vengano valutati con attenzione i rischi delle nanotech. Il Principe Carlo, già attivo contro i cibi geneticamente modificati, è in prima linea nel chiedere di studiare con perizia le conseguenze delle nanotecnologie. Il governo britannico peraltro ha commissionato alla Royal Society e alla Royal Accademy of Engineering uno studio simile a quello americano appena citato. L'obiettivo è verificare che si tratti di sistemi sicuri: il risultato ufficiale delle ricerche dovrebbe essere pubblicato nei prossimi mesi. È inglese anche Caroline Lucas, parlamentare europea particolarmente attiva sul fronte degli oppositori alle nanotech: sul proprio sito (http://www.carolinelucasmep.org.uk/news/Nanotechnology_220403.htm) l'eurodeputata si dice preoccupata per i trattamenti a base di nanoprodotti nella cosmesi. Vuole sapere se effettivamente la dicitura nanosfere (o simili) adottate da big come L'Oreal e Lancome, corrisponde all'adozione di nanotecnologie. Se così fosse, Lucas vuole essere certa che non ci siano rischi per la salute. E denuncia: «Non vorrei che le donne che acquistano in buona fede certi prodotti di bellezza stiano facendo da cavie». Per non trovarsi - senza saperlo - nanoparticelle che corrono sulla faccia a fare danni al posto di riparare le cellule e far sparire le rughe, l'ideale sarebbe avere etichette chiare, che spiegano quali sono i componenti dei cosmetici e quale azione svolgono. Caroline Lucas non è sola in questa battaglia: a metà giugno gruppi di attivisti si sono trovati a Bruxelles per discutere in generale di nanotech e chiedere di bloccare ogni loro utilizzo. Tony Juniper, direttore esecutivo in Gran Bretagna dell'associazione internazionale Friends of the Earth, è convinto che il battage da sollevare su questo tema debba avere entità per lo meno simile a quella sugli ogm. Anche gli esperti dell'organizzazione ambientalista canadese Action Group on Erosion, Technology and Concentration (Etc), tra i protagonisti del meeting di giugno, sono preoccupati e come gli Amici della Terra» denunciano: «Se non possiamo controllare gli organismi geneticamente modificati, cosa pensiamo di poter fare nei confronti degli organismi atomicamente modificati?». Gli interrogativi posti dagli ecologisti canadesi sono basilari: ci sono già prodotti in vendita al pubblico che si basano sulle nanotech? Come essere certi che non ci siano rischi per la salute? Per il 2015 il giro di affari legato alle nanotecnologie sarà plurimiliardario: non si corre il rischio che l'argomento diventi presto «intoccabile» per colpa delle implicazioni economiche? A chiedere che siano fatti i dovuti controlli non sono solamente i soliti gruppi di protesta. Anche tra i ricercatori, che pure vedono nelle nanotech la cosiddetta «next big thing», ci sono luminari come Bill Joy, capo di Sun MicroSystems, che esprimono preoccupazione: se utilizzate con poca cautela queste tecnologie autoreplicanti rischiano di sfuggire al controllo. La comunità scientifica è ottimista,, bacchetta, anzi, le posizioni estreme degli ambientalisti e spiega: stiamo affrontando con responsabilità la questione, valutando tutte le implicazioni del caso. Per loro gli attivisti hanno scelto lo scontro a priori, senza conoscere a fondo l'argomento e senza considerare che le nanotecnologie possono essere un efficace strumento per risolvere questioni cruciali riguardanti salute e ambiente. A dimostrazione che non la stanno prendendo sotto gamba, gli scienziati fanno notare che proprio le conseguenze delle nanotech sono state uno degli argomenti principali del meeting annuale della American Chemical Society. Tra gli attivisti c'è anche chi sceglie un atteggiamento più moderato. Greenpeace per esempio ha deciso di commissionare un'approfondita ricerca agli esperti dell'Imperial College di Londra. I risultati dell'analisi a tutto campo sono stati pubblicati recentemente in un rapporto di 68 pagine. E, sorpresa, lo studio getta acqua sul fuoco, affermando che l'allarme non è giustificato.È vero, i primi ritrovati delle nanotech sono già in circolazione, ma per il momento non c'è pericolo che le nanoparticelle sfuggano al controllo e si trasformino in un incubo crichtoniano. Lo stesso Douglas Parr, responsabile scientifico di Greenpeace Uk, afferma che le queste tecnologie potrebbero rivelarsi fondamentali in vari campi, primo tra tutti quello dello sviluppo di sistemi anti-inquinamento. «L'importante» - ha sottolineato Parr - «è che il dibattito resti aperto, che la società e le associazioni siano costantemente coinvolte e possano portare il proprio contributo, evitando che la questione diventi appannaggio esclusivo di esperti e burocrati». |
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