| I COMPITI DI UNA VERA BIOPOLITICA E I DIRITTI ELEMENTARI DEL CITTADINO
LUCE IRIGARAY QUALI IDEE METTIAMO AL SERVIZIO DELLA VITA Questo oscillare da un estremo all´altro conduce, in effetti, a situazioni di pericolo per l´umanità, situazioni in cui la nostra logica occidentale si ritrova essa stessa assoggettata a contraddizioni assai illogiche. Di quale vita stiamo parlando? I discorsi riguardanti la vita spesso parlano di una vita possibile, di una vita futura o di una vita passata. Dissertano di una vita a venire o di una vita ormai perduta, senza preoccuparsi molto della nostra vita presente. Quanti dibattiti, etici o giuridici, si svolgono sui diritti di un essere umano alla nascita - naturale o artificiale - o di un essere umano dopo la morte? Quanti si appassionano alla difesa della nostra vita quotidiana? Di questa vita in quanto tale sembriamo quasi inconsapevoli. Noi la subiamo, in un certo senso, ma senza premurarci di assaporarla, di coltivarla, di condividerla. Responsabile di questo stato di cose è in gran parte la divisione tra corpo e spirito che ci è stata insegnata. La vita, che abbiamo ricevuto insieme al nostro corpo, ci appare quasi trascurabile. Invece di ringraziare chi ce l´ha donata e chi ci permette di conservarla, invece di premurarci di farla maturare e sbocciare affinché si evolva in amore, parole, respiro condivisibile, pretendiamo di sostituirle un´altra vita, una vita artificiale, una vita da noi fabbricata. Una vita senza vita: una vita ancora da nascere o che è già morta. Siamo esiliati dalla nostra vita presente. Dovere di una reale biopolitica mi sembra sarebbe quello di ricondurci ad essa, o di condurci ad essa, e di proteggerci in quanto esseri viventi. Sarebbe quello di prestare assistenza alla nostra vita, una vita non ancora sbocciata del tutto e già spenta o paralizzata da una cultura, in particolar modo politica, che ha dimenticato di rispettarla. La disperazione dei sopravvissuti impotenti Una vera biopolitica dovrebbe prestare attenzione alla disperazione che mina i cittadini, come una malattia che la scienza e la tecnica preferiscono ignorare in quanto esse stesse potrebbero esserne la causa, e per curare la quale rimangono senza rimedi. Di che cosa soffrono dunque i cittadini? Prima di tutto dell´angoscia provocata da pericoli che mettono a rischio il nostro pianeta. Poi di aggressioni continue, che subiscono i corpi e i sensi a causa dei diversi tipi di inquinamento ai quali sono esposti. E ancora: delle violenze e delle guerre che minacciano loro e i loro simili, e in rapporto alle quali non possono far sentire la loro voce. Per di più, subiscono incessanti bombardamenti, da parte dei media, di informazioni le une più drammatiche delle altre. Senza dimenticare l´obbligo di assimilare un nutrimento, materiale o spirituale, più o meno adulterato o sofisticato. In realtà i cittadini soffrono di una perdita di fiducia nel loro ambiente naturale ed umano e, infine, della perdita di fiducia in se stessi. Soffrono per aver perso fiducia nel futuro, per la mancanza di responsabilità nelle decisioni vitali, prese in loro nome. Sorvolo... né dimentico... taglio corto...Ma come non rendersi conto, però, che i suicidi, le tossicodipendenze, la depressione e l´aggressività, le guerre e i vari tipi di conflitto, il ripiegarsi in un individualismo meschinamente possessivo o gaudente sono il risultato di una mancanza di cultura della stessa vita e della sua condivisione? Gli esseri umani sono in grado di sopportare molte cose, a patto di conservare speranza e responsabilità nei confronti del loro bene più prezioso: la vita. E che cosa, invece, chiedono loro quelli che decidono davvero delle cose, compreso la loro vita? Di accettare di diventare inconsapevoli. Di lasciarsi distrarre da mille e uno dibattiti o spettacoli. Di considerare la sopravvivenza la sola condizione umana (ancora) possibile. L´ambiguità della scienza e della tecnica Scienze e tecniche spesso sono più delle protesi dell´umana sopravvivenza che non strumenti al servizio della vita, per lo meno nella nostra tradizione. Per accostarsi alla vita, la scienza inizia con l´isolarla dal contesto che le permette di esistere. In qualche modo, non le si accosta se non in vitro, altrimenti la scienza non può farne il suo oggetto: la vita sfugge ai suoi procedimenti, ai suoi strumenti, alle sue tecniche. Quando si avvicina ad essa, la scienza isola la vita dall´ambiente in cui essa può vivere: l´insieme del corpo, il contesto cosmico, il contesto relazionale. La vita di cui parla la scienza non è mai la vita che io vivo: essa è estrapolata dal tutto vivente che io sono e al tempo stesso ridotta ad una pura e semplice naturalità e fattualità. È al di là e al di qua della mia vita, quella che è animata dal mio respiro, dalle mie intenzioni, dalle mie relazioni con un ambiente naturale o culturale, con l´altro e con gli altri. Il potere attuale della scienza ci ha a poco a poco espropriati dalla percezione di che cosa significa essere vivi e, a questo riguardo, dalle nostre responsabilità. Certo, la scienza può talvolta aiutare la nostra vita, ma a condizione di non volervisi sostituire, diventandone l´origine o la fine. La stessa cosa vale per la tecnica. Dominata dall´una e dall´altra, spesso in relazione tra loro, la nostra epoca ha dimenticato che cosa voglia dire vivere. La nostra epoca si lascia affascinare dal potere dei demiurghi che si pongono troppo raramente l´interrogativo di quale sia l´impatto delle loro ricerche o delle loro prestazioni sulla vita stessa: la vita di tutti, la vita di tutti i giorni. Non un sogno di vita, utile per trascurare i nostri quotidiani doveri di esseri viventi: condividere un´aria respirabile, un cibo e un´acqua non nocivi, entrare in relazione di desiderio e di amore con l´altro, gli altri, e costruire un mondo più vivibile e più felice per l´oggi e per il domani. La biopolitica dovrebbe sostenere questo dovere e questo diritto elementare di ogni cittadino, anche tramite leggi che garantiscano la tutela delle persone in quanto tali, e delle loro relazioni. Questo compito corrisponde ad una politica democratica attinente alla vita. Cosa che non si verifica quando una biopolitica si mette al servizio di alcuni soltanto, si fa complice di facoltosi di qualsiasi genere, si perde nelle sottigliezze giuridiche o etiche che hanno come effetto, se non addirittura come scopo, di mascherare le vere urgenze. (Traduzione Anna Bissanti) |
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