![]() SENSO PRATTICO Ci permettiamo brevemente di recensire il recensore: Franco Prattico che dalle pagine di La Repubblica del 4 marzo parla dei testi di Richard Lewontin (Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza-Laterza) e di Evelyn Fox Keller (Il secolo del gene-Garzanti). Adesso si può dire, al traguardo del Progetto Genoma Umano, si può anche dire che questo poi, non ha sortito tutti gli splendidi risultati che si andavano illustrando per la cura di tremende malattie ed il miglioramento della nostra vita; soprattutto, adesso si può dire dell'ideologia riduzionista che accompagna necessariamente la genetica dal suo nascere.... |
Adesso e non prima. Prima si doveva lanciare il Progetto Genoma, si dovevano giustificare il grande impegno e i grandi soldi, leggere il genoma era trovare il santo Graal e questo doveva essere desiderio comune perchè grande beneficio per l'umanità tutta (tutta?). Il Progetto Genoma doveva essere presentato all'opinione pubblica e da questa accettato. E ci si sono messi tutti: anche i giornalisti dediti alla divulgazione scientifica. Riduzionismo genetico? Eresie da oscurantisti. Il Progetto Genoma era il sole dell'avvenire. Oggi questo sole emana la luce fredda e grigia dell'interesse economico e delle possibili manipolazioni interessate anche quelle: Genetica: l'industria della grande illusione, Dietro il sogno corposi interessi, eh già! Adesso si può dire. Perchè? Perchè dobbiamo studiare il proteoma!, ovvero la serie completa di tutte le proteine fabbricate da un organismo.
Al proteoma! Al proteoma! Una grande impresa, molto più poderosa e impegnativa di quella che l'ha preceduta, molto più utile, più importante, più significativa, più terapeutica, più...e via con i divulgatori scientifici che ce lo rendono appetibile e indispensabile... il supersantissimo Graal. Una volta eravamo ciò che i nostri geni volevano che noi fossimo, adesso, geni o non geni, siamo le proteine che produciamo.... e la biologia di questo secolo dovrebbe affannarsi per farci sapere qualcosa di più su noi stessi, conclude il nostro. Progetto Proteoma: altro giro, altra corsa. Nota: del libro di Evelyn Fox Keller, ne abbiamo parlato nel novembre 2001.
|
|
GENETICA L´industria della grande illusione Dietro il sogno corposi interessi Perché dobbiamo studiare il proteoma Gli accurati lavori di Richard Lewontin e di Evelyn Keller spiegano perché non dobbiamo affidare il nostro destino al miracolo biochimico Per colpa d´una divulgazione ingenua, intorno al gene s´è creata una sorta di attesa magica che un tempo era appannaggio di alcune religioni FRANCO PRATTICO Insomma, una radicale svolta evolutiva: dai laboratori di biologia molecolare dovrebbe così sbucare l´uomo nuovo sano, perfetto, irreprensibile. Possibilmente immortale ma anche super intelligente. Ma poiché la scienza non è il libro delle fate sono ormai parecchi gli scienziati che protestano contro questa immagine, ormai solidamente radicata nell´immaginario collettivo, che a loro avviso, sfruttando gli indiscutibili successi della biologia molecolare, rende un cattivo servizio alla scienza stessa e certamente al suo significato nella coscienza dell´umanità. Uno dei più autorevoli tra costoro è Richard Lewontin, genetista di fama internazionale e direttore di ricerca alla Harvard University, che all´argomento ha dedicato un libro, tra l´altro di gradevole lettura (Lewontin è anche un esperto divulgatore e collaboratore della New York Review of Books), apparso ora anche in versione italiana (Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza, Laterza, pagg. 290, euro 15.00). Un altro testo «critico» della ideologia riduzionista che accompagna necessariamente la genetica dal suo nascere, e che, come il libro di Lewontin, meriterebbe di venire letto e meditato dagli ingenui convinti dei «miracoli» in arrivo dai laboratori di biologia, è Il secolo del gene di una celebre epistemologa del MIT, Evelyn Keller (Garzanti, pagg. 146, euro 18,08). Per entrambi i libri (ma fondamentalmente, e in modo più chiaro per quello di Lewontin), grazie a una divulgazione ingenua e superficiale attorno al gene e ai possibili interventi dell´ingegneria genetica, s´è creata una sorta di attesa magica, quella sorta di fiducia miracolistica che un tempo era appannaggio di alcune religioni o dei santoni. L´impatto con l´immaginario collettivo - favorito non solo dal rumore dei media ma anche da alcuni scienziati, interessati a creare attesa, fiducia e finanziamenti per le proprie ricerche - favorisce, in quest´epoca di sovrana incertezza, la speranza della possibilità di affidare il proprio destino a una delega biochimica, nella convinzione che il nostro destino individuale sia racchiuso nella catena di nucleotidi racchiusi nei nuclei delle nostre cellule. Una superstizione scientista, a cui non sono estranei corposi interessi industriali, che coltiva illusioni messianiche che ricordano quelle che negli anni Cinquanta e Sessanta circondarono l´entrata in scena dell´atomo, che si riteneva avrebbe risolto tutti i problemi di una umanità appena uscita da una guerra devastante. Ad attese di questo tipo non sono estranei i sostenitori di una ideologia scientista e un po´ animista come la sociobiologia - contro la quale indirizzano i loro strali sia Lewontin che la Keller - che finisce con l´attribuire «scopi» e «intenzioni» alle molecole dei nostri geni, che utilizzerebbero i fenotipi - ossia i nostri organismi viventi e storici - come dei docili robot, per realizzare il proprio fine di riprodursi ed espandersi nel mondo, utilizzando raffinate strategie evolutive possibili solo se fossero consapevoli. Ma i geni - rilevano gli autori - sono segmenti di una lunga catena polipeptidica, composta da circa tre miliardi di nucleotidi, che racchiudono informazioni e codici per la costruzione delle proteine e degli enzimi, i mattoni fondamentali che formano il nostro organismo. Certo, l´informazione (per usare una metafora oggi alla moda) che presiede alla costruzione degli organismi è tutta lì: sono gli «stampi» e i progetti costruttivi degli organismi viventi. Ma, ammonisce Lewontin, forse la faccenda non è così semplice. Secondo la sua analisi, nel dogma «un gene = una proteina», che è alla base della «ideologia del gene», c´è qualcosa, se non di sbagliato, almeno di incompleto. E precisamente l´ipotesi soggiacente che sia il gene a «farci». Nessuno potrebbe mettere in dubbio che l´informazione racchiusa nelle sequenze di basi appaiate è ciò che consente a un altro acido nucleico, lo RNA, e successivamente a degli organelli contenuti nel citoplasma (la «carne» cellulare), i ribosomi, di mettere insieme gli aminoacidi che formeranno proteine, enzimi e insomma tutto l´armamentario del nostro corpo, e che quindi sia questa la «macchina» che rende possibile la vita. «La descrizione molecolare di dettaglio - scrive Lewontin - in sé è corretta. Ma è sbagliata rispetto a ciò che pretende di spiegare. In primo luogo non è vero che il DNA si autoproduce... In realtà non fa niente. Sono gli enzimi che producono il DNA...». E ancora: in pratica «il DNA è una molecola morta, una delle molecole meno reattive e chimicamente più inerti del mondo vivente». E allora? «Per fare un organismo vivente», prosegue Lewontin, illustrando la sua posizione iconoclasta, «ci vuole ben più che DNA... Le proteine delle cellule sono fatte da altre proteine. E quindi nell´uovo fecondato (che è all´origine dello sviluppo di ogni organismo) noi ereditiamo non solo i geni fatti di DNA, ma anche un´intricata struttura di meccanismi cellulari fatta di proteine». E questa «fabbrica della vita» è sempre in funzione, dalla nascita alla morte. «In qualsiasi momento della sua vita», insiste Lewontin, «un organismo è la conseguenza unica di una storia evolutiva che risente dell´interazione e delle influenze reciproche tra forze interne ed esterne», quali ad esempio i rapporti con l´ambiente. «E´ un principio basilare della biologia evolutiva che gli organismi sono soggetti a un continuo sviluppo, dal momento del concepimento fino alla morte... Sviluppo che è conseguenza unica delle interazioni dei geni nelle loro cellule, con gli altri geni, della sequenza temporale, degli ambienti attraverso cui gli organismi passano e dei casuali processi cellulari che determinano la vita, la morte e le trasformazioni delle cellule». Non solo. Ammesso che il DNA sia un linguaggio che nelle sue triplette di basi «racconta» il futuro dell´organismo, non possiamo, afferma Lewontin, non tener conto del fatto che «parole» identiche «hanno significati diversi in contesti differenti e funzioni molteplici anche nello stesso contesto». E anche la Keller si associa: «La quantità delle varie proteine ipoteticamente associate con un determinato gene è cresciuta rapidamente, e per certi organismi si parla ormai di centinaia», scrive. E´ anche per questo che ogni genoma è in un certo senso unico: al punto che al grande genetista italiano Cavalli Sforza e ai suoi collaboratori è stato affidato il progetto «Diversità Genoma Umano». Insomma, il codice della vita non è ancora un libro aperto che si lasci sfogliare agevolmente. «Dei tre miliardi di nucleotidi che formano il genoma umano, si stima», afferma Lewontin, «che solo il 5% sia costituito da geni che codificano per proteine usate dall´organismo». E tutto il resto? L´evoluzione, abbiamo appreso, è un rasoio di Occam, che inesorabilmente taglia fuori ciò che non serve. Quindi, una volta «stampato» il libro del gene, occorre decifrare il suo significato: che consiste appunto nelle istruzioni per fare proteine. E allora - questa la tesi di Lewontin e di altri iconoclasti molecolari - l´obiettivo si deve spostare dal gene alle proteine: non più il genoma, ma - affermano - il «proteoma», ossia la serie completa di tutte le proteine fabbricate da un organismo. «Ma», ammonisce Lewontin, «il sequenziamento del DNA di un gene è tecnologicamente banale rispetto alla determinazione della struttura tridimensionale di una proteina». Un altro, gigantesco, libro sul quale la biologia di questo secolo dovrebbe affannarsi per farci sapere qualcosa in più su noi stessi. |