Articolo da "Il Manifesto" del 16 novembre 2008




URUGUAY
Divieto d'aborto
Dopo il veto del presidente socialista Tabaré Vázquez
Maurizio Matteuzzi

Se. Se non fosse stato per il compañero presidente, il socialista Tabaré Vázquez, l'Uruguay avrebbe confermato una volta di più la sua meritata fama di essere il paese socialmente e politicamente più avanzato (non solo) dell'America latina. Come ha scritto Eduardo Galeano in Uruguay la giornata lavorativa di 8 ore fu approvata un anno prima che negli Stati uniti e 4 anni prima che in Francia, il divorzio 70 anni prima che in Spagna, il voto alle donne e il suffragio universale 14 anni prima che in Francia, l'istruzione gratuita e obbligatoria fin dai primi del secolo scorso, come la seperazione netta fra stato e chiesa. Nel dicembre 2007 il parlamento uruguayano ha votato una legge che consente le unioni omosessuali, previste in grandi città cosmpolite come Buenos Aires e Città del Messico ma l'Uruguay è il primo paese dell'America latina a legalizzarle.
Se il compañero presidente Tabaré il 14 novembre non avesse esercitato il suo potere di veto sui 2 articoli della Ley de Salud sexual y reproductiva che depenalizzavano l'aborto, l'Uruguay sarebbe stato il primo paese dell'America latina a rompere questo tabù (sole eccezioni Cuba e Porto Rico).
Invece l'Uruguay dovrà tenersi la legge del 1938 che consente l'interruzione della gravidanza in caso di stupro o rischio di vita per la madre e prevede negli altri casi pene detentive da 3 a 6 anni. I dati ufficiali parlano di 33 mila aborti l'anno, in realtà più del doppio.
La depenalizzazione dell'aborto - lasciato alla decisione delle donne nei 3 mesi iniziali di gravidanza - era un progetto che il parlamento stava cercando di portare a termine da almeno 4 anni, ancor prima dell'insediamento l'1 marzo 2005 del governo del Frente Amplio (il primo di centro-sinistra nella storia del paese) guidato dal socialista Tabaré Vázquez. Il 5 novembre scorso la Camera aveva votato la legge per un solo voto di scarto, 49 a 48, e l'11 novembre era arrivato il sì del senato (che l'aveva già approvata nel 2007) con 17 voti su 30. A favore la gran maggioranza di deputati e senatori del Frente, contro (salvo qualche eccezione) l'opposizione di centro-destra, i partiti Blanco, Colorado e Independiente.
Il dibattito in parlamento e nella società era stato molto aspro. Manifestazioni contrapposte, toni da crociata della chiesa cattolica con monsignor Nicolás Cotugno, arcivescovo di Montevideo, a minacciare la scomunica per i parlamentari che avessero votato la legge. Ma i partiti del Fronte, i gruppi sociali di base, la maggior parte dei ministri del governo e il 60% dell'opinione pubblica erano favorevoli alla depenalizzazione anche se era notoria l'opposizione del presidente e la minaccia di ricorso al veto. Che in effetti c'è stato: venerdì scorso Tabaré ha rispedito al parlamento le sue «osservazioni» contro un paio di articoli della legge, quelli decisivi. Ora Camera e senato dovranno decidere se riaprire il dibattito pur sapendo di non avere la forza per arrivare ai tre quinti necessari per superare il verto presidenziale o se avviare la raccolta di firme per organizzare un referendum popolare. In ogni caso lo strappo con il compañero presidente, nonostante il suo alto indice di gradimento (62%), è grosso e non è di adesso. Il progetto di legge sull'aborto è stato portato avanti da pasrlamentari del Fronte pur sapendo che Vázquez era contrario e quindi si sarebbe trovato in una situazione molto difficile. Il Fronte è lacerato al suo interno da profonde divisioni per via della politica economica troppo moderata (nonostante i ritmi di crescita, prima delle crisi, quasi cinesi: intorno al 7% dal 2005), dell'eccessiva timidezza nel capitolo del castigo ai responsabili delle atrocità commesse dalla regime militare, degli scontri cruenti per la nomina del candidato alle prossime elezioni del 2009 (a cui Tabaré non potrà presentarsi a meno di una riforma della costituzione).
Ora i rapporti interni al Fronte saranno ancor più complicati e tesi dopo l'uso del veto presidenziale e in particolare le motivazioni con cui Tabaré, medico oncologo, ha spiegato il suo no alla depenalizzazione. Di ordine giuridico («lede l'ordine costituzionale»), etico («è un male sociale da evitare»), scientifico («c'è vita umana dal momento del concepimento»). Musica alle orecchie di monsignor Cotugno e della Coordinadora por la vida; un obbrobrio per i gruppi delle donne, i partiti e i giornali di sinistra vicini al Frente. Tabaré «ha sotterrato uno dei tratti identitari della sinistra», ha scritto il settimanale Brecha.