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Turco: «Non voglio cambiare la 194»
Eleonora Martini
Roma
Ministra Livia Turco, il suo annuncio di linee guida per l'aggiornamento della legge sull'aborto ha suscitato alcune perplessità soprattutto nelle associazioni delle donne. Occorre una parola definitiva: intende o no ritoccare la legge 194?Assolutamente no, l'ho già detto in tutte le lingue. Penso che la legge 194 non va toccata proprio perché ha dimostrato di essere una grande, saggia, lungimirante legge. Efficace, e che fa scuola. Proprio per la sua capacità di essere punto di incontro tra valori diversi, perché non è prescrittiva, perché fa leva sul principio di responsabilità della donna da un lato e sulla competenza medica dall'altra. L'autodeterminazione delle donne ha dimostrato di essere un grande principio etico che ha portato alla riduzione dell'incidenza dell'aborto. Noi sappiamo che il grembo materno non è solo fisico ma anche psichico. Questo è il fulcro della legge, ciò che l'ha resa efficace. Dal 1982 gli aborti sono calati del 45%, e seguendo lo stesso trend nel 2005 si è registrato un -6,2% rispetto all'anno precedente. D'altra parte mai una legge è stata tanto monitorata ogni anno. E allora perché va aggiornata? Una legge non è un libro sacro, può subire l'usura del tempo, e quando sono trascorsi trent'anni può anche essere rivista. Ma la legge si difende meglio nella misura in cui se ne intrerpretano i suoi valori e non ci si arrocca su posizioni incrollabili. Oggi l'evoluzione delle tecniche consente da un lato di accertare anticipatamente le condizioni del feto ma dall'altra ci pone davanti a nuovi interrogativi nel caso di parti pre-termine. La cultura delle donne mi insegna che non si può lasciare alla sola tecnica governare questi nuovi scenari, ma bisogna introdurre anche un principio di responsabilità. Sembra che lei abbia voluto rispondere in qualche modo alla richiesta che le viene dal mondo cattolico. Se non è così, cosa l'ha spinta a prendere questa iniziativa? Sono stata sollecitata, e da molto tempo, dalle stesse comunità scientifiche di neonatologia e di ginecologia. C'è una richiesta da parte loro di poter definire sulla base di evidenze scientifiche alcuni punti di riferimento condivisi per una corretta applicazione dell'articolo 7 della legge 194. Che è uno degli articoli più lungimiranti, proprio perché non mette limiti temporali ma rimanda solo a un principio generale parlando di «epoca di vitalità del feto». Mi è sembrato giusto raccogliere questo appello. Il gruppo di lavoro che abbiamo formato e che si è riunito due volte sta ragionando su alcuni interrogativi che mi erano stati posti all'indomani della vicenda del Careggi di Firenze. L'Avvenire parla di «selezione genetica ormai di routine» ricordando il caso milanese di aborto terapeutico sulle due gemelle di cui una affetta da sindrome di Down. Un caso che mi ha colpito molto. Non è che l'etica appartiene solo ai cattolici, e le donne non ce l'hanno... Per la 194 l'aborto è possibile dopo i tre mesi se ci sono malformazioni nel feto che mettono in discussione la salute della donna. È un punto importante perché se si accettasse il principio che basta la malformazione in sé, si tornerebbe molto indietro nel percorso culturale di consapevolezza avviato proprio dalle donne. Non possiamo da un lato fare battaglie per il riconoscimento delle cosiddette diverse abilità, per promuovere la cittadinanza, la dignità della vita, il valore della persona, e poi avallare l'idea che la legge permette l'aborto solo perché il feto ha un'anomalia. Sarebbe introdurre un principio che mi lascia assolutamente sconcertata. E che non c'è nella 194. Ma l'articolo 6 parla di salute psico-fisica della donna... Certamente, ogni donna è diversa e deciderà lei insieme al medico se la sua salute psichica è a rischio. Questo c'è scritto nella legge. E però è molto importante fare attenzione ai punti limite, perché sul limite si giocano grandi partite. Il principio è che la dignità della persona non esiste solo se si corrisponde a determinati canoni. Quali sono i punti da aggiornare? Non lo so, lo deciderà il gruppo di lavoro. Sia chiaro, la 194 non prevede linee guida, come fa invece la legge 40. Quindi quello che ne verrà fuori non saranno norme vincolanti. Ma ciò non toglie che ci si possa munire di strumenti necessari per una migliore applicazione della legge. Un punto importante è ragionare sul fatto che la possibilità di vita autonoma del feto, di cui parla l'articolo 7, con le moderne tecniche si è particolarmente accentuata. Un altro quesito riguarda le modalità di assistenza più adeguate per la tutela del neonato, quando per esempio il tenere in vita il feto non comporti accanimento terapeutico. Secondo l'Avvenire «in tutti questi anni le donne che avevano bisogno di aiuto per diventare madri si sono trovate vicino solo i volontari dei Centri di aiuto alla vita». Questo a volte è vero, ma riguarda un'altra politica, quella di sostegno della maternità e della paternità per la quale io mi batto da sempre. Ci sono tanti altri problemi che oggi si pongono, primo tra tutti quello delle donne immigrate su cui va fatto un grande lavoro di prevenzione. Così come c'è il problema degli obiettori di coscienza. Su tutti si deve intervenire, ma non c'entra con la 194. |
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