Il dolore della scelta "Non l´ho fatta nascere per non farla soffrire"
Il Sud fatalista e povero tiene i figli malati e forse destinati a morire, il Nord ricco molto meno
L´aborto terapeutico: gravidanze interrotte entro 180 giorni per "gravi anomalie del neonato"
la speranza Si poteva provare a operarla, a sperare, io avrei sperato, ma cosa offrivo a lei? Di venire alla luce senza un abbraccio...
la decisione Ci hanno dato 24 ore per decidere ma i medici dicevano che non potevano offrirci garanzie... Così abbiamo deciso di soffrire noi...
il funerale Ti chiedono se vuoi seppellire il feto... io e Marco ci siamo guardati in faccia, non c´è stato bisogno di parole, il funerale ce lo siamo risparmiato
CONCITA DE GREGORIO
Serena parla e piange, lo fa come se fosse due persone: una che parla seria e spedita, attenta e concentrata. Una che piange lacrime diritte. Serena che parla non presta nessuna attenzione a Serena che piange, non le offre terreno, la ignora. Non si soffia il naso, non si asciuga le guance. «Quindi cosa volevi sapere, quando ce l´hanno detto?». Sì, questo. «Subito, quel pomeriggio stesso. Ci hanno dato 24 ore di tempo per decidere». Un´altra lacrima cade dal mento sulla camicia, non fa rumore. «Perciò ne abbiamo parlato io e Marco tutta la notte, la mattina siamo andati». E´ difficile fare quello che Serena domanda senza chiederlo: continuare l´intervista, prendere appunti e ignorare il suo pianto. Enormemente più difficile è stata la sua prova, lo è ancora. «Io questa bambina la volevo moltissimo. Quando ci hanno detto ‘è una malformazione incompatibile con la vita´ hanno aggiunto che certamente si poteva provare ad operare ma che era davvero molto complesso e che non offrivano garanzie. Hanno usato proprio queste parole: non possiamo offrirle garanzie. Così la scelta è stata: faccio quello che è più facile per me, cioè andare avanti con la gravidanza, partorire e poi provare ad operarla, sperare che ce la faccia, crederci? Sperare è sempre la cosa più facile, sai, è proprio come si dice: la speranza è l´ultima a morire. Io per me avrei anche sperato in un miracolo ma lei? Che cosa stavo offrendo a lei? Di nascere senza sentire l´abbraccio di sua madre, di essere portata via da mani fredde su un tavolo freddo, intubata, narcotizzata, aperta con una sega, trapiantata due volte di due pezzi vitali, di resistere magari qualche giorno o qualche mese così, dentro una stanza con le luci sempre accese e gli strumenti che fanno bip, coi tubi in corpo, di non conoscere altro che quello prima di morire, forse, o di vivere non so per quanto una vita d´inferno? Ho scelto di soffrire io. Con Marco abbiamo preso questa decisione tremenda: di soffrire noi, di restare per sempre col dubbio che una speranza invece ci fosse. Di risparmiare lei, però».
Ecco, bisogna sentirle dalle parole di chi le vive le storie che poi finiscono nelle statistiche tradotte in numeri: aborto terapeutico, gravidanze desiderate ma interrotte entro 180 giorni per «rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna». 2,6 per cento del totale. Dopo la ventesima settimana di gestazione 0,7: 928 aborti in cifre assolute. 146 in Lombardia, 51 in Sicilia. 135 nel Lazio, 9 in Calabria. «Da quando lavoro in Sicilia, sono ormai quasi otto anni - dice Carlo Marcelletti, direttore della cardiochirurgia pediatrica dell´Arnas di Palermo - ho osservato che di fronte ad una diagnosi prenatale di grave malformazione è molto più frequente che siano le persone semplici, non colte ed economicamente disagiate a decidere di proseguire comunque la gravidanza. Un po´ è la cultura cattolica, un po´ il fatalismo atavico della gente già abituata alle ingiurie della vita che pensa, in sostanza, di dover portare la croce, di essere chiamata ad assecondare il suo destino qualunque esso sia». Il Sud fatalista e povero tiene i figli malati e probabilmente destinati comunque a morire, il Nord ricco e colto molto meno. Come se l´aborto terapeutico fosse davvero un privilegio di chi può permetterselo. Di questo si è parlato nel convegno di alcuni giorni fa «Nascere già malati». Vescovi e teodem hanno sostenuto che su questo terreno la 194 confina con l´eugenetica: selezione della razza, da condannare.
Poi però ci sono le lacrime di Serena che ha abortito a Milano, che è diplomata e lavora, che ha trent´anni e un figlio di tre. «Se avessi partorito trent´anni fa come mia madre nessuno mi avrebbe detto niente: la mia bambina sarebbe nata e dopo qualche ora mi sarebbe morta in braccio così, senza avvisare. L´avrei cullata, l´avrei battezzata forse, poi l´avrei sepolta. Tante morti in culla dovevano essere questo, no? Malformazioni non diagnosticate. Oggi non è così. Oggi ci sono i protocolli, devi fare le ecografie. Io l´amniocentesi non l´ho fatta, non l´avrei fatta in ogni caso ma le ecografie sono di routine, le ordina l´ospedale. Alla prima tutto ok, alla seconda un dubbio e l´indicazione di fare nuove indagini. Poi, alla ventesima settimana, la morfologica. Così ti chiamano e ti dicono: guardi, sua figlia è destinata a morire e noi non crediamo di poterla salvare con una o dieci operazioni ma la avvisiamo che se nascesse - visto che il male ci è noto - saremmo obbligati a provarci. Possibilità di successo? Non si sa, forse nessuna. Dunque cosa fai, la fai nascere e la trasformi in una cavia. Oppure chiedi che nasca e non la operino, che la lascino morire in pace? Non so nemmeno se questo sia possibile, non ho chiesto, ero sotto choc. Anche la mamma di Careggi ha detto che era sotto choc - ho letto - non si ricorda chi le abbia suggerito cosa. La capisco tantissimo. Mi fanno orrore quelli che poi giudicano, stanno lì a sentenziare, dicono hai fatto bene hai fatto male. Ma che ne sanno, di cosa parlano?».
La madre di Careggi ha partorito un figlio sano, la diagnosi prenatale era sbagliata. Nove specialisti, venti visite, nove esami. Il bambino non aveva nulla, è sopravvissuto sei giorni ad un aborto terapeutico in ventitreesima settimana. L´errore nella diagnosi è una tragedia rara, la sopravvivenza all´interruzione (pure con diagnosi confermata) assai più frequente. Un gran polverone ha suscitato al San Camillo di Roma l´ipotesi di far firmare ai genitori un consenso informato perché fossero «offerte solo cure compassionevoli al feto eventualmente sopravvissuto». Cure compassionevoli significa «rispetto, amore e delicatezza». Nessuna cura invasiva. La dottoressa Giovanna Scassellati, che lo aveva immaginato come strumento di lavoro, ha poi precisato che il modulo era solo un´ipotesi: mai realizzato né dunque usato. La questione però esiste: nel ‘78, quando fu approvata la legge, sotto la venticinquesima settimana non c´era possibilità di sopravvivenza del feto fuori dall´utero. Oggi i progressi della medicina fissano quel limite a 22 settimane. E´ per questo che Umberto Veronesi suggerisce di «abbassare a 22 la soglia definita attualmente dall´abituale pratica clinica». Alla Mangiagalli di Milano già da tre anni si comportano così. Un gruppo di medici toscani ha redatto nel 2006 la «carta di Firenze»: fissa i criteri da adottare nelle cure ai neonati venuti al mondo dopo 22-25 settimane di gestazione. La dottoressa Serenella Pignotti del Meyer, relatrice del documento, ha spiegato che in base agli studi fin qui condotti «sotto la 23esima settimana di età gestazionale non esiste possibilità di sopravvivenza fuori dall´utero salvo casi del tutto eccezionali». Malcolm Levine, fra i massimi esperti mondiali del settore, sostiene che sotto le 24 settimane non si dovrebbero mai praticare cure intensive: si è osservata «l´elevata prevalenza di morte nel medio e breve periodo» del sopravvissuto. Veronesi: «C´è un´altissima possibilità di malformazioni permanenti».
Serena, che piange seria. «Capisco che per la scienza la sopravvivenza di un bambino nato a 22 settimane faccia progresso e statistica. A me interessa come sopravvive. Se si deve dire ‘l´intervento è riuscito´ e vederlo morire due anni dopo che progresso è? Ho chiesto al medico. Mi ha risposto che la psicologia e la medicina non hanno niente in comune. Credo intendesse dire che avere un figlio che entra ed esce dalle terapie intensive è un problema psicologico per la madre e invece è una questione medica per i medici, ma non sono sicura di aver capito. Quanto a psicologia gli ospedali pubblici che ho visto io non sono il massimo. Mi hanno operata in maternità, non in chirurgia: per quattro giorni sono stata insieme alle puerpere. Loro erano felici, avevano il bambino nella culla, io ero sola e non avevo niente. Ora da noi in Lombardia ti chiedono anche se il feto lo vuoi seppellire, se vuoi il funerale. Dice che è per via degli islamici che sono tanti e lo pretendono. Noi no, io e Marco ci siamo guardati in faccia e non c´è stato nemmeno bisogno di dirselo. Il funerale ce lo siamo risparmiato».