Con Jane Martin va in scena la storia di un aborto
UGO VOLLI
TORINO
Una donna, violentata dal suo ex marito drogato e puttaniere, decide di abortire. Ma viene rapita da un´organizzazione anti-abortista «operazione soccorso». Si ritrova ammanettata su una branda, custodita da un prete e da una sua aiutante, che le riempiono la testa di descrizioni truculente dell´aborto e di dichiarazioni dolciastre sull´amore. La donna cerca di ribellarsi, ma non può fare niente. Alla fine ce la fa a liberarsi e ad abortire, a rischio della vita. Questo è Kelli and du di Jane Martin, spettacolo teatrale che certamente farà discutere. Il debutto è previsto il 25 marzo al Teatro Gobetti di Torino. Ne abbiamo parlato con Beppe Rosso, regista e interprete dello spettacolo (gli altri sono Barbara Valmorin, Federica Bern, Francesca Faiella e Aram Kian).
Perché questo testo?
«Credo in un teatro che parla della realtà, che serve come specchio dei problemi. Oggi bisogna parlare di nuovo dell´aborto. Non lo faccio però con un testo mio e magari con la testimonianza di persone reali. È una pièce teatrale classica, con personaggi ben delineati, dialoghi efficaci, suspense e finale a sorpresa. Ho rispettato tutto, perché mi sembra che serva a far discutere e capire. Non si tratta di propaganda. Jane Martin sta dalla parte della donna violentata, è chiaro. Ma lascia che anche gli anti-abortisti rapitori dicano le loro ragioni. È il pubblico che deve pensare e farsi un´idea».
Chi è Jane Martin?
«Nel Kentucky si tiene ogni anno lo "Humana festival of new American plays" dedicato al teatro d´intervento, una rassegna creata dal regista Jon Jory. Negli ultimi anni vi è stata presentata una decina di testi firmati da Jane Martin, fra cui questo. I suoi lavori hanno vinto molti premi, ma Martin non si è mai presentata a ritirarli e non si è mai fatta vedere alle prime o in nessuna altra occasione pubblica. Alcuni pensano che sia uno pseudonimo per lo stesso Jory, altri pensano che sia una specie di firma collettiva per lavori di gruppo».
Come prepara lo spettacolo?
«Ho deciso di rispettare integralmente il testo, senza adattarlo alla situazione italiana. È un lavoro molto duro, che parla di una grande violenza senza schermi o eufemismi. Io cerco di rendere questa forza, ma non è facile reggerla per chi la interpreta. Abbiamo dovuto anche sostituire due interpreti che non se la sentivano».
Si aspetta polemiche?
«Il teatro deve far discutere, deve colpire e obbligare a pensare su temi difficili. Altrimenti a cosa serve?».