| Le pendolari della Ru486 Ogni giorno decine di donne passano il confine per acquistare all'estero la pillola per l'aborto farmacologico. Un viaggio a cui sono costrette dalla decisione, presa due anni fa, dal ministero della Salute di sospendere la sperimentazione del farmaco LAURA GENGA Il pretesto di Sirchia Il cavillo trovato da Sirchia è una ipotetica incompatibilità con l'articolo 8 della 194, che prescrive che l'interruzione di gravidanza sia praticata «da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale». Siccome con il metodo farmacologico in circa un terzo delle donne l'espulsione dei tessuti embrionali avviene dopo il periodo di osservazione in ambulatorio, quindi fisicamente fuori dall'ospedale, il ministero della salute ha imposto al S. Anna di attendere il parere definitivo del proprio Ufficio legale prima di avviare la sperimentazione. Peccato, però, che l'ospedale stia aspettando il parere da oltre 14 mesi e che il ministero non si preoccupi di realizzare un altro dettato della 194, il cui articolo 15 prevede l'aggiornamento «sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza». L'unico modo per abortire, in Italia, rimane l'aspirazione chirurgica. Eppure, entro la settima settimana, interrompere una gravidanza con i farmaci è un metodo semplice, sicuro ed efficace per oltre il 95% delle donne che vi si sottopongono. Non richiede narcosi, può essere praticata molto precocemente e, a differenza del metodo chirurgico, non comporta rischi di infezioni, né di traumi o ferite al collo dell'utero e/o alla parete uterina. Ad evitare l'aspirazione chirurgica, infatti, bastano due medicine, la Mifegyne (Ru486), che blocca gli effetti dell'ormone progesterone interrompendo lo sviluppo della gravidanza, e una prostaglandina, che invece induce contrazioni uterine e provoca l'espulsione dei tessuti embrionali. L'interruzione farmacologia, come l'intervento, viene effettuata ambulatorialmente, in ospedale, o in clinica. La donna assume tre compresse di Mifegyne in presenza di personale medico e poco dopo può rientrare a casa. A distanza di due giorni, sempre in ambulatorio, prende due compresse di prostaglandina e rimane in osservazione alcune ore. Per circa due terzi delle donne l'espulsione dei tessuti embrionali avviene in questo periodo, per le altre avviene più tardi. Comunque per tutte c'è una visita di controllo dopo due settimane. L'aborto farmacologico è una realtà da oltre 15 anni in Europa I primi paesi a sperimentarlo, nel 1988, sono stati la Francia, la Gran Bretagna e la Svezia. Diffusa in Europa Nel 1999 la Exelgyne, la società che produce la cosiddetta pillola abortiva, ha ottenuto dall'agenzia europea per i farmaci la commercializzazione della Ru486 anche in Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Olanda e Spagna. Nella stessa occasione la Exelgyne non ha chiesto la procedura di mutuo riconoscimento per Irlanda, dove l'aborto è proibito, Portogallo, in cui il diritto d'aborto è fortemente limitato, e Italia, dove invece l'aborto è legale ed era al momento in carica un governo di centro-sinistra. Che non protesta. «Dietro la scelta della ditta francese - assicura Silvio Viale, il ginecologo promotore del progetto sperimentale del S. Anna - ci sono motivi politici, la Exelgyn non ha trovato nessuna ditta disposta a distribuire la Myfegine nel nostro paese». Tra il `99 e il 2000, ai paesi che usano la pillola abortiva si aggiungono anche Svizzera, Russia, Norvegia, Israele, Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti. I dati sugli aborti nei paesi europei - in cui il tasso di interruzioni di gravidanza ha continuato a diminuire costantemente - dimostrano che la Ru486 riguarda solo le donne che hanno già deciso di abortire e non influisce sulla scelta di interrompere la gravidanza. L'Italia rimane uno dei pochi paesi europei in cui la Ru486 non è in commercio. Ma le donne italiane interessate alla pillola abortiva sono molte. «Riceviamo almeno 5 telefonate al giorno di donne che ci chiedono informazioni sull'aborto farmacologico, attirate dalla rapidità del metodo e dalla possibilità di evitare anestesia e intervento - racconta un'operatrice di Vita di donna, associazione no profit per la tutela della salute delle donne nata alla Casa internazionale delle donne - una parte di loro, soprattutto quelle del nord, vanno a farlo in Svizzera o Francia, lì i medici chiudono un occhio con le italiane: danno loro i medicinali e le mandano a casa già il primo giorno, a patto che si facciano controllare da un medico italiano». La stessa cosa accade al S. Anna «riceviamo in continuazione telefonate di donne che ci chiedono della Ru486». Che l'aborto farmacologico sia un'alternativa importante per le donne, lo dimostrano ancora una volta i dati che arrivano dall'Europa: in Scozia lo sceglie il 61% delle donne che interrompono la gravidanza, in Francia il 56% e in Svezia il 51%. Le italiane invece non possono scegliere. Quelle che si possono permettere di pagare 400/500 euro, più il viaggio, vanno ad abortire in Europa. Le altre si sottopongono all'intervento con un'attesa media che, se va bene, tocca i 20/25 giorni. Per tutte le analisi e le visite che devono fare prima dell'intervento, si ritrovano ad aspettare nelle stesse sale d'attesa insieme alle partorienti; l'aborto stesso viene effettuato nei reparti maternità, così prima di sdraiarsi sul lettino ginecologico sentono i vagiti dei bimbi appena nati. Se ancora ci fosse bisogno di una motivazione a favore della pillola abortiva, si può anche pensare al risparmio che induce, l'aborto chirurgico, infatti, costa di più, sia per la quantità di personale impiegato, sia per le strutture utilizzate. |
||