Articolo da "Il Manifesto " del 29 dicembre 2007


Se il divieto d'aborto sandinista uccide in Nicaragua
A un anno dall'entrata in vigore della legge che vieta ogni interruzione di gravidanza, alcune donne sono morte suicide, senza contare le vittime delle mammane

Gianni Beretta
Managua
Poco più di un anno orsono il precedente parlamento nicaraguense aveva derogato una legge in vigore da oltre un secolo e mezzo in Nicaragua che depenalizzò l'aborto terapeutico. Quel provvedimento era passato con il voto decisivo dei deputati del Fronte sandinista. A nulla servirono le proteste delle organizzazioni delle donne e per la difesa dei diritti umani. Alcuni dirigenti del Fsln rassicurarono loro che si sarebbe trattato di un «sacrificio temporaneo» necessario a propiziare la rielezione del comandante Daniel Ortega alla presidenza della repubblica. Senza l'alleanza infatti con il cardinale Miguel Obando y Bravo (acerrimo nemico durante il decennio rivoluzionario) e dunque con i cattolici integralisti, Ortega non sarebbe passato.
Assunti i poteri nel gennaio scorso da parte dell'ex leader guerrigliero, la nuova assemblea legislativa ha purtroppo ratificato ampliamente poche settimane fa quella deroga con il disciplinato voto (salvo alcune assenze) dei parlamentari sandinisti. Il Nicaragua si è così confermato uno dei tre paesi al mondo dove è vietato qualsiasi tipo di interruzione della gravidanza, sia essa per pericolo di vita della donna, di malformazioni del feto o di una maternità conseguenza di uno stupro. Le pene possono arrivare fino a sei anni di carcere per la madre e fino a otto anni di sospensione dalla professione per il medico che l'ha procurata.
E sono proprio i medici che in questi ultimi dodici mesi hanno dovuto abbandonare al loro destino le donne in situazioni di rischio. Con il risultato che almeno 87 di esse sono decedute (senza contare le vittime delle mammane); mentre altre 12, vittime di violenza, si sono suicidate. Senza contare gli innumerevoli casi in cui l'abuso viene subito con rassegnazione in tutte le sue conseguenze, in un paese dove i soprusi sessuali (per la gran parte impuniti) sono cresciuti a livelli inverosimili. Del resto non c'è tanto di che sorprendersi se lo stesso Daniel Ortega l'ha fatta franca nel decennio scorso di fronte ad anni di «plagio» (per usare un eufemismo) denunciato dalla figliastra Zoilamerica.
In quell'occasione il segretario del Fronte venne difeso dalla moglie Rosario Murillo, madre della giovane. Guarda caso la Murillo, oggi di nuovo prima dama della nazione (con un ruolo di fatto da primo ministro del governo del marito) ebbe a manifestare in campagna elettorale slogan del tipo «no all'aborto, sì alla vita, alla fede religiosa e alla ricerca di Dio».
In effetti in Nicaragua non ci si trova di fronte solo a semplici tatticismi politici. In Ortega negli anni '90 è avvenuta una vera e propria metamorfosi in «caudillo» latinoamericano, che naturalmente prima di ogni altra cosa deve essere un «macho»; oltre a una conversione che lo ha portato un paio d'anni fa a risposarsi con la Murillo ma stavolta in chiesa ad opera dello stesso cardinale Obando y Bravo. In realtà in pochi ricordano quell'8 marzo dell'88, in piena rivoluzione, quando alla vigilia dell'operazione militare Danto (che portò allo sconfinamento dei sandinisti in territorio honduregno per colpire i santuari dei «contras») Ortega presidente si lasciò andare a un appello alle donne nicaraguensi (di mussoliniana memoria) perché generassero «quanti più figli per la difesa della patria».
Gli unici voti contrari alla penalizzazione dell'aborto sono venuti dai tre parlamentari superstiti del Movimento rinnovatore del sandinismo (due sono passati fra gli «orteghisti»), la cui deputata Monica Baltodano è stata la sola donna a prendere la parola nel dibattito per sottolineare come «gli interventi di certi colleghi si riferiscono a noi donne come se fossimo le vacche dei loro allevamenti».
Naturalmente chi sta facendo le spese di questo primo anno di caccia alle streghe sono le donne degli strati popolari che sono la stragrande maggioranza della popolazione. Mentre le «chicas plasticas», come le chiamano qui, se incorrono in una gravidanza indesiderata corrono ad abortire a Miami.
Il rischio è che il tutto finisca come nel vicino Salvador, dove 600 ragazze sono in carcere per procurato aborto, grazie a una legge fortemente voluta dall'arcivescovo Saenz Lacalle, dell'Opus Dei, nonché pluridecorato ex cappellano generale dell'esercito massacratore degli anni '80.
L'offensiva contro l'aborto della chiesa cattolica in Nicaragua e in Salvador è particolarmente virulenta E pare che in materia, da queste parti, certi uomini che portano la sottana siano piuttosto zelanti anche con sé stessi: «tutti li chiamano padri tranne che i propri figli; che li chiamano zii». Basta che non se ne faccia troppa pubblicità.