Articolo da "La Repubblica" del 3 febbraio 2008


Conferenza stampa per raccontare i casi di "feti sopravvissuti"
La comunità di Don Benzi: Così li adottiamo
Rilanciata l´ipotesi di moratoria: il racconto della madre affidataria d´una bambina

STEFANIA PARMEGGIANI BOLOGNA - La storia di «una bambina sopravvissuta all´aborto». La drammatica testimonianza della madre che ha deciso di accoglierla come «un segno del paradiso» è stata raccontata dalla comunità Papa Giovanni XXIII nello stesso giorno in cui a Roma i direttori delle cliniche ginecologiche affermavano che «un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio ed assistito adeguatamente». Non è una coincidenza, ma il modo scelto dalla Comunità fondata da Don Oreste Benzi e ora guidata da Giovanni Ramonda per lanciare nuovamente la sua campagna antiabortista. La bambina ha quindici mesi e da settevive in una casa famiglia nel padovano. I suoi genitori avevano deciso di non farla vivere perché, alla ventunesima settimana di gestazione, avevano scoperto che non avrebbe mai potuto vedere: non aveva bulbi oculari. Una settimana dopo è cominciato l´aborto terapeutico con i farmaci per indurre il parto. Generalmente il feto non sopravvive, ma questa volta, dopo quattro giorni di travaglio, a ventidue settimane e cinque giorni, la bambina è nata viva. I medici l´hanno salvata anche se il tentato aborto ha peggiorato ulteriormente lo stato di salute della piccola: un´emorragia celebrale l´ha resa sorda e un difettoso accrescimento dei bronchi le ha lasciato in eredità una gravissima insufficienza respiratoria. In pericolo di vita per settimane, dopo sette mesi è stata affidata dal giudice a una casa famiglia della comunità Papa Giovanni XXIII. Una coppia del padovano, sposata con tre figli naturali e due adottati, ha deciso di accoglierla, considerandola «un raggio di paradiso». A quindici mesi e appena sei chili di peso il suo futuro è ancora incerto, ma la madre che l´ha accolta è fiduciosa: «L´ostetrica ci ha raccontato che la piccola è nata urlante e scalciante. Sarebbe potuta stare tranquillamente in una mano, ma ne sono servite due, tanto si dibatteva». Pesava appena 562 grammi. «Un peso che ai più sembrava poco compatibile con la vita. E invece lei lottava, dimostrando a tutti quanto era grintosa». Il suo calvario era appena all´inizio: un intervento al cuore a 10 giorni di vita, un´emorragia celebrale, infezioni, problemi respiratori ed alimentari. «E stato un tentato omicidio», accusa la madre affidataria. E in contemporanea, in una conferenza stampa che è seguita alla veglia di preghiera di fronte all´ospedale Maggiore, la nuova guida dell´associazione dichiara: «Casi come questi non sono rari, molti aborti terapeutici non riescono, mase il bambino nasce vivo i medici devono prodigarsi per salvarlo». Secondo Ramonda, però, questo non accade sempre: «Diverse ostetriche ci hanno raccontato come molti medici non tentano l´impossibile per salvare questi piccoli e in alcuni casi gettano il bambino vivo nei rifiuti speciali».