Articolo da "La Repubblica " del 3 febbraio 2008
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I medici e l´aborto: salvare il feto anche se la madre dice no
"Il numero delle settimane non conta, prevale sempre l´interesse del neonato"

PAOLA COPPOLA
ROMA - «Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio e assistito adeguatamente». Così dice il documento approvato ieri dai direttori delle cliniche di ostetricia e ginecologia di tutte e quattro le facoltà di medicina delle università romane: La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e il Campus Biomedico. Secondo i medici il feto - nell´ipotesi in cui la nascita sia dovuta a un aborto terapeutico - va rianimato anche contro la volontà della madre. La decisione riapre dunque la discussione sui limiti temporali dell´interruzione di gravidanza e divide la comunità scientifica, anche alla luce delle accresciute probabilità di sopravvivenza di feti già dalla 22a settimana di gravidanza.
Continua lo scontro sul tema dell´aborto e la revisione della legge 194. Stavolta ad accendere il dibattito ci sono i limiti di quello terapeutico e l´intervento medico. Le interruzioni volontarie di gravidanza oltre la 22esima settimana da una parte, dall´altra i progressi della medicina e le possibilità di sopravvivenza del feto.
Alla vigilia della giornata della vita, promossa dalla Cei, un documento dei direttori delle cliniche di ostetricia e ginecologia delle facoltà di Medicina delle università romane sembra rispondere indirettamente alle preoccupazioni espresse dai vescovi italiani e all´appello lanciato dal cardinale Bagnasco (a non «ignorare i progressi della scienza e della medicina» e a «tenere conto che oltre le 22 settimane di gestazione c´è già qualche possibilità di sopravvivenza»).
«Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio e assistito adeguatamente», si legge nel documento sottoscritto dai direttori delle cliniche di Tor Vergata, La Sapienza, Cattolica e Campus Biomedico. Che aggiunge: «Con il momento della nascita la legge attribuisce la pienezza del diritto alla vita e quindi all´assistenza sanitaria». E, quindi, suggerisce: «L´attività rianimatoria esercitata alla nascita dà il tempo necessario per una migliore valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva e delle possibilità di sopravvivenza e permette di discutere il caso con il personale dell´Unità e i genitori».
Il concetto espresso per il neonato estremamente prematuro può essere applicato al caso di un feto nato vivo dopo un aborto terapeutico. Il neonatologo deve intervenire per rianimarlo «anche se la madre è contraria, perché prevale l´interesse del neonato», ha chiarito nel corso del convegno al Fatebenefratelli Domenico Arduini, direttore della Clinica ostetrica e ginecologica di Tor Vergata. Intervenendo subito, ha aggiunto, «guadagna minuti preziosi perché non ha più il dovere di discutere con i genitori prima di decidere, come accadeva prima». Tuttavia i firmatari del documento sostengono che «se ci si rendesse conto dell´inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna evitare a ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi in accanimento terapeutico».
Ma sono discordi i pareri su quando debba essere praticata la rianimazione. «Il medico deve basarsi sull´esperienza, l´osservazione della risposta agli stimoli, l´attività cardiaca e respiratoria», ha spiegato Claudio Fabris, presidente della Società italiana di neonatologia. «Quel che è sicuro è che sotto le 22 settimane è impossibile la sopravvivenza del neonato, a parte casi eccezionali, e in tale situazione vanno date le cosiddette cure compassionevoli». Condivide il documento dei medici romani Cinzia Caporale, membro del Comitato nazionale di bioetica, secondo cui il medico deve agire come «opzione di garanzia». Per il neonatologo Franco Macagno, direttore del Dipartimento materno-infantile dell´ospedale di Udine «l´attività di rianimazione esercitata alla nascita senza elementi che permettano di valutare la condizione prenatale configura un alto rischio di accanimento terapeutico. Il medico deve avere come pilastri la 194 e l´assistenza al neonato basata sulla proporzionalità delle cure correlata all´età gestazionale, il peso alla nascita e la condizione clinica». E, ancora, il ginecologo Nicola Colacurci dell´Università di Napoli sottolinea come nel caso dell´aborto terapeutico «non avrebbe senso che i medici decidessero l´aborto per le gravi complicazioni di salute di madre e figlio e poi fossero obbligati a rianimare il feto» e spiega che piuttosto servirebbe una legge che fissi il limite temporale oltre il quale intervenire sul feto.