Articolo da "La Repubblica" del 3 aprile 2008




Insulti e lanci di uova su Ferrara "Non ho paura, a voi piace l´aborto"
Bologna, scontri in piazza tra polizia e dimostranti
Dopo il comizio tentativi di aggressione Ferito il cronista di "Repubblica"
Il giornalista "Clima da Anni 70 Bologna è la città più aggressiva d´Italia"

MICHELE SMARGIASSI
BOLOGNA - Alle ore 18.48 Giuliano Ferrara risponde al fuoco. Riesce ad acchiappare al volo chissà come un paio dei pomodori che gli piovono addosso, e li rispedisce al mittente con mira alzo zero. «Cosa credete, che abbia paura di voi?», ruggisce, «smettetela, è dagli anni settanta che rompete i coglioni alla democratica Bologna!». Gli altri se possibile ruggiscono ancor più di lui, del resto sono alcune centinaia, e cominciano a spingere contro il cordone di polizia, è a questo punto che le cose si fanno difficili, volano manganellate, volano bottigliette d´acqua minerale, Ferrara taglia corto dopo meno di dieci minuti di un comizio che nessuno ha potuto ascoltare, «sì, sì, vado, ma solo perché mi aspettano a Imola, venite a Imola…», sfida, «ci vediamo a Imola», no, quegli altri vogliono vederlo prima e più da vicino, s´intrufolano dietro le divise, gli arrivano a un passo mentre è già sotto i portici, uno gli strappa via il berretto, la polizia reagisce, le botte bipartisan non si contano, un paio di fotografi ci rimettono le macchine e qualche livido, poi da chissà dove piove anche una sedia pieghevole di ferro, una di quelle del bar della piazza, e atterra sul cranio del vostro cronista che da quel momento, scusate, smette per un po´ di fare il cronista per farsi dare qualche punto di sutura al pronto soccorso, proprio mentre il direttore del Foglio commenta con i cronisti superstiti: «Clima da anni Settanta… Bologna è la città più aggressiva d´Italia».
Tutto come annunciato, come ampiamente previsto, tranne il prezzemolo. Quello che i gruppi femministi avevano giurato già dal giorno prima di far piovere sul capo del candidato premier della lista "Aborto No Grazie" prima, durante e dopo il previsto comizio nel cuore antico di Bologna. «Spero che il mio amico Cofferati, se mi aggrediscono, mandi le ruspe», aveva mandato a dire, guascone, Ferrara. Niente ruspe, ma doppie transenne antisfondamento a tutti gli ingressi di Piazza Maggiore, presidiati da agenti in tenuta antisommossa, uno schieramento che Bologna non vedeva da altri tempi. Filtro anti-contestatori: ma non serve. Un gruppetto-civetta rimane buono buono fuori coi cartelli, mentre gli altri uno ad uno s´infiltrano nella piazza, dove si entra solo in fila indiana. Sono ragazzi dei centri sociali (ma l´unico striscione firmato è quello del Tpo, storica sede dei disobbedienti), dei collettivi universitari, dei comitati di occupanti delle case. Rifondazione non c´è, ha scelto di evitare la mischia di distribuire volantini duecento metri lontano. Il comitato d´accoglienza cresce pian piano fino a ingrossarsi, non sono una marea ma ben attrezzati: megafono, fischietti e verdura in tasca. Le ragazze, giovanissime, infuriatissime, si schierano davanti. I cartelli resuscitano, riscritti all´ultimo momento su fogli da taccuino, si va da citazioni di Wittgenstein a un «Ferrara mangia di meno e tr… di più». Il gazebo antiabortista invece esibisce tartine al formaggio e un ratzingeriano "amore e buonumore». Ce ne sarà poco di entrambi. La contraerea sonora comincia già quando prende la parola la candidata Matilde Leonardi, e subito si capisce che non si capirà niente, che questo non è più un comizio ma una prova di forza, del resto lo ammette il secondo degli oratori, Giovanni Salizzoni, figlio di un famoso parlamentare bolognese della Dc, «quarant´anni fa mio padre da questo palco riuscì a zittirvi e ci riusciremo anche oggi», poco importa che allora non fosse ancora nato nessuno dei contestatori qui presenti, si va per categorie ovviamente.
Giuliano Ferrara sorride, sembra divertito, vestito come Pavarotti (sciarpona rossa, berretto floscio) sta con le mani appoggiate alla ringiera di tubi innocenti e cerca perfino di dire qualcosa agli urlanti, il labiale più o meno è: «Lasciate parlare loro, fischiate me». Intanto comincia a volare già qualcosa: monetine, un paio di pomodori, non marci, belli sodi. I poliziotti mettono il casco. Dietro ai duecento scatenati ce ne sono più o meno altrettanti tranquilli, non si sa se sostenitori o spettatori dello spettacolo previsto in cartellone. Ferrara quando tocca a lui non perde tempo e va subito al sodo, «Vi piace un miliardo di aborti? La vera libertà di scelta è quella di non abortire una volta concepito il bambino», almeno è quello che riescono a capire i più vicini agli altoparlanti mentre i contestatori urlano «fascista» e «buffone», tra gli insulti riferibili, fanno gestacci, un palloncino con la scritta "questo è mio" forse vorrebbe sembrare un utero, tra i più scatenati c´è un ragazzo con un bambino di pochi anni sulle spalle, un poliziotto perde la pazienza, «ma deficiente porta via quel bambino!», Ferrara intanto dà consigli, «andate al cinema a vedere Juno, di corsa! Vedrete un´eroina moderna». Anche dopo mezz´ora la potenza sonora è intatta, adesso però arrivano anche i proiettili, c´è già uno schizzo di tuorlo giallo come una medaglia sul taschino dell´oratore, «Voi siete contro la pena di morte? Non si direbbe...», e alla fine succede quel che abbiamo già detto, l´artiglieria incrociata, i manganelli e le sedie volanti. Sul campo resta anche una ragazza di 21 anni, Marianna, studentessa, si preme le mani sul viso e urla: «Mi ha colpito un poliziotto col manico del manganello, lo voglio denunciare». Ai bordi della piazza continuano impassibili a girare i venditori di telefonini di un noto provider, con cartelli che promettono «amici gratis», non capiscono che in politica, quando servono, è molto molto più facile procurarsi nemici gratis.