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LA DONNA PADRONA
di FERDINANDO CAMON La pillola abortiva è l’ultima arma della guerra tra i sessi, che ha in palio una posta altissima: di chi è il figlio. Questa guerra ha avuto un episodio memorabile in una piccola città, la mia, dove anni fa due fidanzati combatterono uno contro l’altra per questo diritto: lei era incinta, a chi spettava decidere se il bambino poteva nascere o no? Lui diceva: «È mio, perché il seme è mio», lei rispondeva: «È mio, perché l’utero è mio». Lui voleva che nascesse, lei voleva sopprimerlo. Alla fine lei si fece ricoverare in clinica ostetrica per abortire. Lui la inseguì con una pistola. Nella clinica, bloccato dagli infermieri, sparò in aria. Quel colpo di pistola m’è rimasto impresso come l’ultimo sparo di una battaglia perduta: l’uomo che voleva difendere il suo dominio sessuale e generativo sulla donna era sconfitto, il colpo di pistola era un simbolico suicidio. Bisognerebbe porre una lapide, su quella clinica, a memoria dell’evento. Quel colpo di pistola seguiva ad anni di lotta per un altro obiettivo: quale cognome spetta al figlio. Da sempre il cognome era quello del padre, il che vuol dire che il padre sopravviveva nel figlio, la madre spariva. Per ora questa battaglia s’è fermata sul diritto della donna di aggiungere il suo cognome a quello del marito, in modo che ambedue vivano nel figlio. Ma ci sono delle difficoltà: il figlio avrà due cognomi, e perciò il figlio del figlio ne avrà quattro. Si sta pensando che sarebbe meglio salvare il cognome che più lo merita: ci sono cognomi illustri di donne che è interesse sociale e storico vengano salvati, a scapito dei cognomi di mariti meno illustri. Sarebbe nell’interesse del figlio. Il figlio conserverebbe il ricordo del progenitore più glorioso, ne sarebbe la reincarnazione. Quest’idea del figlio come ripetizione del padre è centrale nella cultura cristiana. Secondo il Cristianesimo, tutti fummo presenti in Adamo, e se Adamo peccò, tutti peccammo con lui. Se lui è la vite, noi siamo il tralcio. Tralcio in latino si dice tradux, e da qui nasce la teoria agostinana del traducianesimo. Noi scontiamo il peccato originale perché l’abbiamo commesso. Non siamo padroni di noi, della nostra sessualità, della vita che ne nasce. Noi “procreiamo”, non “creiamo”. Procreare significa creare al posto di un altro. La pillola del giorno dopo è l’arma estrema del femminismo per impadronirsi del momento generativo. Finora la donna poteva decidere di evitare la nuova vita, ma se questa si metteva in moto acquistava il diritto di esistere di per sé, si autofondava. La pillola del giorno dopo elimina questa autofondazione, e lo fa escludendo il dolore, che finora era il prezzo dell’espiazione. Da qui parte una svolta epocale nella storia dell’umanità: la vita, che per secoli fu intesa come data dal padre, perché la madre era tenuta a darla, ora diventa una “grazia” della madre. Se si nasce, è perché la madre lo vuole, la volontà del padre non conta gran che. Diciamo subito: la vecchia coppia, in cui l’uomo era il capo della famiglia, e la moglie era sottoposta al marito, e decidere dove porre la casa spettava al marito, era una coppia infelice. Anzi, non era una coppia, uno più uno. Era uno (l’uomo) più zero virgola qualcosa. Ma la nuova coppia, in cui lei è padrona di dare o non dare la vita, è altrettanto infelice, e forse di più. È ancora uno (lei) più zero virgola qualcosa. Anzi, zero virgola zero. (fercamon@alice.it) |
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