Articolo da "La Repubblica" del 9 marzo 2008




Roma, la manifestazione ufficiale organizzata dai sindacati e quella pro moratoria voluta da Ferrara
Le due piazze divise dalla 194 "Ma nel dolore siamo tutte uguali"
Dall´altra la festa, tre generazioni che si ritrovano per le battaglie di sempre
Da una parte gli accenti funerei e apocalittici per il miliardo di bambini mai nati

SIMONETTA FIORI
Solo poche cupole barocche separano le due piazze, ma niente appare più distante nelle parole d´ordine e nei codici esibiti, da una parte gli accenti funerei e apocalittici per il miliardo di bambini mai nati, dall´altra l´euforia da gita fuori porta, tre generazioni di donne che si ritrovano per le battaglie di sempre. Per molte giovani è la prima volta, una sorta di battesimo politico e sentimentale. Sono venute con le madri e le nonne, per difendere conquiste antiche. Strano il destino di questo centenario, celebrato in Italia quasi sotto minaccia. Una festa funestata da attacchi inattesi, una festa divisa in due.
Due mondi lontani e apparentemente inconciliabili, che s´ignorano o fingono di ignorarsi. Qualche punzecchiatura da parte delle donne di piazza Navona, "Caro Ferrara, perdiamoci di vista", ma prevale la rassegnazione. Non c´è odio né rancore, ognuno faccia la sua battaglia. Non basterà certo il fischietto impazzito d´una squinternata sotto il palco del direttore del Foglio per parlare di "incursione femminista". L´allontanano con protervia. «Sei il braccio dell´aborto!», le grida Anselma Dall´Olio, che col marito Ferrara condivide la battaglia per la vita (dopo averne condiviso su Mediaset quella per una sessualità esperta). Un nugolo di paltò scuri spinge la figurina dietro l´angolo. La contestatrice col fischietto si metterà a ballare la tarantella con un paio d´amiche. No, con la manifestazione storica dell´8 marzo non c´entra. Di qua le madri sante, di là le madri assassine? Lo schema non regge. L´aborto è un lutto, le donne lo sanno.
Lo sanno le donne (molte) accorse in piazza Navona e lo sanno anche le donne (poche) venute ad ascoltare Ferrara. Per alcune è un´esperienza vissuta, una ferita ancora molto viva. Lo confessa con candore la fiorentina Lucia, elettrice di sinistra convertita ora al verbo degli atei devoti. Oggi è nonna, ha tre nipoti, però quel bambino mai nato non lo dimentica. «Ho litigato con la mia famiglia per essere qui, ma mi creda: si sentiva il bisogno di tirare fuori il dolore e la sofferenza taciuti per anni». Così come di aborto parla una commercialista di Parma, venuta in piazza Farnese con un amica: lei non l´ha fatto, però a diciannove anni è stata tentata, ha scelto diversamente e oggi è una donna felice. Un´altra ragazza, Maria Teresa, proviene dalle file radicali, lì ha imparato il rispetto per la dignità della persona: la sua vita s´è arricchita con la maternità. Tracce d´un mondo femminile autentico, appassionato e coinvolto da questa campagna per la vita nelle corde più intime. Donne in questo non dissimili dalle donne che sfilano nell´altra piazza, ma forse più sole. Dicono cose importanti, anche nuove, ma finiscono sommerse dal frastuono della campagna mediatica, spesso resa livida dal revanscismo. Dal palco Ferrara tuona che i feti devono essere seppelliti, che bisogna dar loro un nome e un cognome, e loro applaudono freneticamente, come se dovessero espiare una colpa, quella d´aver interrotto la gravidanza o solo di averlo pensato.
Non si parlano le due piazze, troppo diverse. Diversi i simboli, distante il linguaggio della politica. Perfino la musica popolare scelta dal sindacato stride con la nenia un po´ lugubre di Ferretti Giovanni Lindo, "musicista ratzingeriano" fulminato dalla predicazione di Ferrara. «Prima le donne e i bambini», è lo slogan di Piazza Farnese, sembra di assistere al naufragio del Titanic. Musica e vagiti. Appelli per la vita scanditi non con gioia, ma con lutto. Sorride una femminista storica che s´è affacciata per curiosità, in attesa che arrivi l´altro corteo, quello in cui più si riconosce. È stata un´artefice dei consultori di San Lorenzo, a Roma, trent´anni fa. Ricorda quanta fatica e quanto tormento si nascondessero nel lavoro intorno all´aborto. Si guarda intorno ed è perplessa: «Come se si volesse infierire sul senso di colpa delle donne, inchiodarle al peccato».
Lunarmente distante il linguaggio dell´altro palco, che parla soprattutto di lavoro e pari opportunità, libertà e scelta. Ma il dialogo tra le donne delle due piazze, quello no, non s´interrompe. Perché il dolore lo capiscono tutte, Antonietta operaia cantoniera di Matera che è tornata in piazza per difendere la stessa legge per la quale combatté negli anni Settanta e Roberta professoressa romana che ha abortito e ora s´è pentita. «Rinunciare a un figlio è comunque una perdita terribile», dice Antonietta. «Ma noi difendiamo quella legge per impedire che le donne ritornino alla vergogna. Ognuno poi agisca secondo coscienza». Secondo coscienza, di qua e di là.