Giovedì, 29 Gennaio 2004
IL CASO I lavori di costruzione dei nuovi uffici della Regione presto andranno a interessare l’area delle due palazzine
Illy pronto a sfrattare il centro sociale
«Nessun atto di forza, ma un confronto con il Comune e gli occupanti per trovare una nuova sede»
Dopo diciassette anni, il Centro sociale autogestito di via Volturno potrebbe chiudere e traslocare. Questa è l'intenzione dell'amministrazione regionale, proprietaria dei terreni dove sorge la palazzina che dal 30 maggio del 1987 è occupata dai rappresentanti del variegato mondo formato da punk, ormai in via d'estinzione, anarchici ed esponenti della sinistra.
Ad annunciare che entro l'anno il Csa dovrà chiudere è il presidente della Regione, Riccardo Illy, che ha già affrontato l'argomento con il prefetto di Udine, Camillo Andreana, e che intende organizzare nelle prossime settimane un incontro per trovare una soluzione morbida e indolore al problema, senza dover ricorrere all'uso della forza.
La palazzina del centro sociale fa parte dell'area dove un tempo si trovava il mercato ortofrutticolo di Udine. Venne individuato, all'epoca, come esempio di degrado da recuperare per metterlo a disposizione dei giovani, non solo del capoluogo, ma dell'intera provincia.
A differenza di molti altri centri sociali del Nordest, l'attività del Csa udinese si è sempre caratterizzata per una certa autonomia nelle attività svolte. All'interno del centro convivono diverse anime ed è sempre stata marcata la vocazione friulanista, tanto che anche in occasione del decennale dell'occupazione fu proprio l'emittente radiofonica privata "Onde furlane" a dedicare una tre giorni all'evento.
Mostre fotografiche, d'arte, concerti, proiezioni e dibattiti hanno continuato ad essere organizzati in tutti questi anni, anche se si è assistito ad un ricambio generazionale che ha visto diradarsi le presenze e partecipazioni di coloro che nella seconda metà degli anni Ottanta avevano organizzato l'occupazione.
Il destino del Csa , comunque, è segnato da tempo. L'area dove sorge la palazzina - accanto ad un altro edificio gemello occupato invece da cittadini stranieri - appartiene alla Regione che in via Volturno intende realizzare la nuova sede degli uffici udinesi. Ed è ovvio che ad assessori e funzionari l'idea di avere come stretti vicini di casa i rappresentanti di un centro sociale non vada proprio a genio, nonostante il Comune, quando si trattò di approvare il progetto della Regione, salvò dall'abbattimento le due palazzine.
«Entro il 2004, i lavori del cantiere dei nuovi uffici regionali interesseranno anche la zona del centro sociale - segnala il presidente Illy - ed è ovvio che bisognerà far traslocare gli occupanti delle palazzine».
Tuttavia Illy non intende forzare la mano e ricorrere ad atti di forza. Sarà l'assessorato al Patrimonio, guidato da Augusto Antonucci, a promuovere un incontro con tutti i soggetti interessati. «A settimane convocheremo una riunione alla quale, oltre ai tecnici della Regione, parteciperanno anche i rappresentanti del Comune di Udine, della Prefettura e dei gruppi che attualmente usufruiscono degli spazi - spiega il presidente della giunta regionale - insieme dovremo trovare una soluzione per dare comunque una sede alternativa al Centro sociale».
Già quando era sindaco di Trieste, Illy aveva messo a disposizione per i centri sociali un'area pubblica. «Ma non serve ricorrere ad occupazioni e la legalità va rispettata - avverte ora il presidente - tutti insieme dovremo trovare uno spazio a Udine, di proprietà pubblica, da poter dare in comodato gratuito ai giovani del centro sociale di via Volturno, con tanto di accordo scritto».
Da parte sua, il sindaco Sergio Cecotti ha già fatto sapere più volte che la questione del Centro sociale è un problema della Regione, in quanto padrona di casa, dando tuttavia la disponibilità a collaborare per quanto riguarda gli aspetti esecutivi.
La soluzione dovrà anche tener conto delle esigenze degli animatori del centro sociale, che per definizione difficilmente potrebbe accettare di dover dipendere in maniera troppo stretta dalle istituzioni pubbliche.
Lorenzo Marchiori
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