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ROMA - «La tecnica del "brain imaging" è
uno
strumento di indagine importante, ma pur facendo vedere molte cose, ne
nasconde molte altre». Giovanni Berlucchi, docente di fisiologia
umana presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche
dell´università di Verona e accademico dei Lincei, valuta
con un certo scetticismo le indagini sulle differenze cerebrali basate
sulle neuroimmagini. Troppo generalizzate, a suo avviso, rispetto
all´incredibile variabilità del cervello di ciascuno di
noi. Insomma, nessuno dei due sessi può
rivendicare una
"superiorità" cerebrale in qualche campo? «Un po´ sì. Ci sono dati della
psicologia
sperimentale ben documentati, ad esempio l´affluenza verbale. In
quel campo le donne vincono. Però siccome si tratta di un
compito verbale, che ha gli stessi substrati nell´uomo e nella
donna, io dubito che si possa vedere una differenza significativa
nell´attivazione cerebrale». Grande o piccola che sia, qualche differenza
generale tra i
due cervelli c´è. Dovuta a cosa? «Il cervello dell´uomo e il cervello della
donna
sono sottoposti ad un ambiente chimico, umorale, che è diverso,
questo è innegabile. Certamente il testosterone ha degli effetti
anche prima della pubertà, e ugualmente gli estrogeni». Ma cosa incide di più sullo sviluppo del
cervello?
La natura o la cultura? «Contano tutte e due, ma c´è anche
una
terza componente. Oltre alla natura e alla cultura, nello sviluppo del
cervello interviene il caso. Non nel senso di qualcosa che avviene
senza cause, ma di una situazione di estrema complessità, in cui
ci sono talmente tante variabili che anche partendo dagli stessi geni,
come nel caso di gemelli, è impossibile che si producano
esattamente gli stessi risultati. Per assurdo, anche se avessimo il Dna
di Leonardo e riuscissimo a riprodurre tutte le condizioni ambientali
in cui è cresciuto, alla fine non avremmo Leonardo. La
diversità, che è una ricchezza biologica, è
determinata secondo me soprattutto dalla diversità cerebrale. Ciascuno
di noi è unico e irripetibile perché ha un cervello unico
e irrepetibile. La variabilità del cervello è un ostacolo
a fare generalizzazioni come quelle per sesso». LA REPUBBLICA / mercoledì, 24 luglio 2002 Maschi e femmine : a Spoletoscienza fanno discutere le ricerche di una psichiatra americana Il cervello del sesso debole invecchia più lentamente di PIETRO M. TRIVELLI SESSO forte? A muscoli, forse. Quanto al cervello,
meglio
sorvolare. Esso invecchia più precocemente negli uomini che
nelle donne. Precisamente con dieci anni di anticipo, a partire dai 45
per il "sesso forte" e dai 55 per il "sesso debole". Ecco la
novità annunciata a Spoletoscienza dalla psichiatra americana
Nancy Andreasen, cattedra all’università dello Iowa, fiera
di una diapositiva che la mostra mentre riceve il più
ambìto premio Usa per la scienza: unica donna, timida e minuta,
in mezzo a una decina di soli uomini alti e pettoruti, tra i quali
spicca lo spilungone Bill Clinton. La Andreasen dirige una ricerca, non ancora ultimata,
per
studiare le differenze tra uomini e donne, specie per quanto riguarda
il loro modo di pensare, con l’ausilio di tecniche diagnostiche che, ad
esempio, consentono di misurare lo spessore della corteccia cerebrale,
oltre al quoziente d’intelligenza, mediante l’intensità del
flusso di sangue al cervello; o con l’aiuto dei più avanzati
strumenti di risonanza magnetica che producono "lastre" del cervello
simili ad altrettante "impronte digitali" dell’attività
cognitiva. «Ma certe differenze dipendono pure dalla
diversità dei test con cui se ne ottiene conferma o
smentita», osserva il professor Menotti Calvani, direttore
scientifico della Sigma-Tau e vice presidente della Fondazione che
organizza Spoletoscienza, il quale ricorda che da simili ricerche si
è persino scoperto che le donne hanno "più naso" degli
uomini, l’olfatto più accentuato. «Prima che uomini (o donne), siamo animali, e
prima
ancora esseri materiali composti di molecole», avverte Edoardo
Boncinelli, il più noto genetista italiano, che alla XIV
edizione di Spoletoscienza (sul tema "Differenza e identità"),
ha anticipato le osservazioni del suo prossimo studio, intitolato Io
sono, tu sei (da Mondadori, a settembre). Per spiegare, ad esempio,
come soltanto nella specie umana - senza troppa differenza tra uomini e
donne - esista "l’amore romantico". «Deriva dal fatto che uomini
e donne restano bambini per molto tempo, dopo che il nostro cervello (a
differenza di quello degli animali, subito completo) ha finito di
maturarsi intorno ai 15 anni di età», sostiene Boncinelli,
definendo questa umana prerogativa un «prolungamento della vita
sotto tutela». Quanto a identità e differenza, se le particelle
elementari (molecole, atomi) non ne hanno alcuna, è da quando
nasce la vita e ogni cellula racchiude in sé anche il proprio
genoma con precise istruzioni genetiche (diversamente dalla materia
inerte, come un sasso), che si può parlare della permanenza di
determinate prerogative attraverso il mutamento. E poi bisogna fare i
conti con la "coscienza", per sapere chi siamo e perché siamo
proprio così. «E’ come un imbuto, o meglio un clessidra -
è la metafora di Boncinelli - attraverso cui scorrono le
elaborazioni della mente». Ma perché, dunque, siamo sempre identici e al
tempo
stesso diversi da noi stessi? Bella domanda pure per la filosofia che,
in passato, risolveva il problema (non meno della teologia) con
l’immortalità dell’anima, eterna ed immutabile. Anche le cose
del pensiero sono cambiate - ricorda a Spoletoscienza il filosofo Remo
Bodei - da quando si è cominciato a riflettere sull’esistenza
dell’Io, a cominciare dalla "personal identity" coniata da Locke nel
1694. Più di un secolo prima, Montaigne diceva che siamo fatti
di tanti pezzetti che ci rendono più diversi da noi stessi che
dagli altri. E più si è "diversi" (fino alla follia, come
in tante menti eccezionali), più ne soffre l’identità
personale, la fragilità dell’Io. «Ci salva la
stupidità»: ecco la cura che Montaigne non poteva
applicare nemmeno a se stesso. Il cervello sessuato: ... Queste differenze di abilità in diverse funzioni cerebrali non sono attribuibili soltanto a diverse esperienze vissute o ad una diversa pressione sociale esercitata sugli uomini o sulle donne. Un ruolo importante certamente lo giocano gli ormoni nel primo periodo della vita intrauterina ... Anche dal punto di vista dell'asimmetria tra i due emisferi cerebrali, gli uomini differiscono dalle donne: nei maschi la dominanza emisferica è più marcata che nelle femmine. Poichè nelle donne le varie funzioni cerebrali sono meno specializzate nei due emisferi, le lesioni localizzate nell'uno o nell'altro emisfero hanno spesso effetti meno devastanti che negli uomini. Sembra anche che le connessioni tra i due emisferi siano più estese nelle donne che negli uomini ... |
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