| Le cellule staminali escono dal laboratorio e entrano in ... Le cellule staminali escono dal laboratorio e entrano in corsia, anche in Italia. Certo, le sperimentazioni sull’uomo sono alle prime battute e l’obiettivo non è ancora quello di curare il paziente, ma soltanto di verificare «in vivo» la loro sicurezza. Con qualche limitazione nel nostro Paese dove è autorizzata soltanto la ricerca sulle staminali adulte, mentre è vietata non soltanto la clonazione terapeutica, ma anche l’impiego di cellule prelevate da embrioni non utilizzati durante le procedure di fecondazione in vitro. «Sono tre i filoni principali di ricerca - commenta Paolo Rebulla direttore del Centro trasfusionale e della Cell factory del Policlinico di Milano, anticipando alcuni temi di un incontro sulle cellule staminali «tra miracolo e realtà» organizzato a Milano dai tre Irccs cittadini per lunedì prossimo. «Il primo - continua Rebulla - riguarda l’impiego delle staminali del sangue di cordone ombelicale come alternativa al trapianto di midollo osseo, per curare la leucemia. Ora, in collaborazione con l’università di Pavia, stiamo tentando di espandere, cioè di moltiplicare in vitro, le staminali provenienti da un singolo cordone, sufficienti per trattare un bambino, ma non un adulto». Le staminali del cordone ombelicale non appartengono al paziente e quest’ultimo è costretto a seguire una terapia anti-rigetto. Grazie a questo tipo di cellule sono stati eseguiti in tutto il mondo 3.000 trapianti, di cui due terzi sui bambini e un terzo sugli adulti. Appartengono, invece, al paziente le staminali adulte che vengono utilizzate in altri due campi di ricerca. Il primo riguarda la riparazione del cuore dopo l’infarto. «Con i cardiologi dell’ospedale Sacco di Milano - continua Rebulla - stiamo sperimentando un protocollo che prevede l’iniezione di staminali del midollo osseo, purificate in laboratorio, nella zona circostante la sede dell’infarto, così da rivitalizzare i tessuti danneggiati». Esperimenti analoghi sono già stati condotti a Padova e a Mestre e, in Germania, a Francoforte. Attualmente sono in corso una decina di studi al mondo, per un totale di un centinaio di pazienti, che prevedono strategie diverse. Alcuni utilizzano staminali del midollo, altri staminali dei muscoli (ma queste ultime hanno provocato disturbi del ritmo cardiaco); alcuni le iniettano subito dopo l’infarto acuto, altri aspettano qualche giorno. I risultati diranno qual è la tecnica migliore. Ultimo settore, quello delle malattie neurologiche: le maggiori aspettative sono per la cura del morbo di Parkinson e di Alzheimer, ma i primi risultati clinici non hanno sostenuto gli entusiasmi iniziali. Gli esperimenti sul Parkinson hanno fatto emergere un problema: la difficoltà di indirizzare le staminali al posto giusto, di ottenere la funzione fisiologica corretta e di rimuoverle, una volta iniettate. A questo proposito, Claudio Bordignon del San Raffaele di Milano ha studiato uno stratagemma per costringere le cellule al suicidio, qualora non svolgano correttamente il loro lavoro. Ora a Milano dovrebbero partire alcuni esperimenti di autotrapianto di staminali in pazienti con distrofia muscolare di Duchenne e con ictus cerebrale. Adriana Bazzi |
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