Articolo da "La Gazzetta del Sud" del 28 giugno 2005

Caccia alle staminali del cancro per cure con farmaci mirati

Luciano Clerico
MILANO – (Ansa) Alla ricerca delle cellule-madri del cancro. Nei prossimi dieci anni è questo uno degli obiettivi dell'Istituto oncologico europeo del prof. Umberto Veronesi. Vuole trovare le cellule staminali «tumorigene». Trovarle, o meglio, trovare il sistema per segnarle innescherebbe una vera rivoluzione perché significherebbe accedere alla possibilità di curare il tumore attraverso farmaci «ad hoc». È questo uno degli aspetti che stanno più a cuore al professor Veronesi, che ieri a Milano ha festeggiato insieme ai ricercatori dell'Istituto da lui stesso fondato i dieci anni di attività del centro. «Dieci anni densi di soddisfazioni – ha detto – ma che devono essere la base per guardare ai dieci anni che verranno. Consapevoli che la crisi economica incide, e che la sensibilità del paese nei riguardi della scienza non è delle più entusiasmanti. Diciamo che partiamo in condizioni meno favorevoli rispetto a dieci anni fa». Quella sulle cellule staminali è una delle linee direttrici su cui si caratterizzerà la ricerca dello «Ieo» nei prossimo anni. «Le cellule staminali tumorali – ha spiegato Veronesi – sono la scoperta vera di questo anno. Perché abbiamo scoperto che sono le cellule che alimentano i tumori. Abbiamo capito che quello che conta per un tumore sono quelle cellule lì». Cioè: se un tumore non ha le sue staminali, non cresce. «È come se fossero delle cellule-madri – ha spiegato il direttore del dipartimento di Oncologia sperimentale Ieo, Pier Giuseppe Pelicci –. Sono poche e si differenziano dalle tante cellule-operaie del tumore perché lo mantengono in vita». In altre parole, senza le staminali tumorali la metastasi non cresce. «Il problema per il ricercatore però – ha detto Veronesi – è quello di riconoscerle, perché oggi non lo sappiamo fare. Riuscire a trovare un marcatore di queste cellule rappresenterebbe una rivoluzione nella ricerca dei tumori». Perché allora si potrebbero sviluppare farmaci capaci di risalire alle staminali tumorali, colpendo così alla radice il tumore per impedirgli il vero pericolo mortale: la metastasi. Accanto a questa, l'attività di ricerca dello «Ieo» nei prossimi dieci anni si svilupperà intorno ad altre due linee direttrici: quella della prevenzione e quella delle nuove terapie. Prevenzione: grazie alle tecniche messe a punto allo «Ieo» oggi guariscono il 90% celle donne trattate per tumore al seno (nel 2044 sono state oltre 3.300) e l'83% di esse conserva il proprio seno. Obiettivo dei ricercatori dello «Ieo» – come ha sottolineato Veronesi – è quello di aumentare gli interventi farmacologici prima che il tumore insorga, anche perché «nel campo della cosiddetta farmacoprevenzione il nostro istituto è un riferimento internazionale». Lo dimostra – per esempio – la messa a punto di un nuovo vaccino, che sarà disponibile dal prossimo gennaio. Si chiama anti Human Papilloma Virus (Hpv) e riguarda il virus che è all'origine, nella quasi totalità dei casi, del tumore del collo dell'utero. Nuove terapie: su questo fronte l'«Ieo» sta approdando alla quarta dimensione della radioterapia, quella del «movimento». «A eccezione del cervello – ha spiegato il direttore del dipartimento di radioterapia Roberto Orecchia – tutti gli organi del corpo umano si muovono. Fino a ieri le Tac tradizionali permettevano una ricostruzione tridimensionale. Oggi invece è possibile visualizzare il movimento e inseguire il bersaglio orientando i raggi in tempo reale». L'«Ieo» è il primo istituto in Europa a essere dotato da questo punto di vista di una macchina d'avanguardia, uno strumento a ultrasuoni chiamato Bat che «consente di ridurre da otto a sei settimane il tempo di trattamento».