Articolo da "Il Sole 24ore" del 27 maggio 2004

Tempi lunghi per le cellule staminali
La medicina rigenerativa ha creato nuove speranze nella cura di malattie croniche e degenerative ma le applicazioni sono ancora limitate

La ricerca sulle cellule staminali sta letteralmente esplodendo. E tanto in Europa quanto negli Stati Uniti stanno sorgendo istituti interessati alle prospetive terapeutiche di queste cellule. È di questi giorni, per esempio l'annuncio che in Gran Bretagna è stata aperta la prima banca di cellule staminali al mondo, mentre negli Stati Uniti, la legislazione semi-restrittiva del presidente Bush non ha impedito di aprire ufficialmente ad Harvard la "casa" delle staminali, con sette scuole di specializzazione, sette cliniche universitarie e quasi 100 ricercatori entrati in questa struttura-avventura, che prende il nome di Harvard stem cell institute (Hsci). Dal canto suo l'Italia sta al passo con centri di eccellenza sulle staminali. A quelli già esistenti a Venezia, Milano, Roma e Genova si aggiungeranno nel 2005 Bologna e Terni: il primo per studiare la biologia e le relative applicazioni cliniche delle cellule staminali; il secondo, invece, che già lavora in collaborazione con la Johns Hopkins University di Baltimora sulle malattie neurologiche di base ereditaria, si prefigge di sviluppare lo studio delle cellule staminali cerebrali. Cautela. Ma quando una rivoluzione della medicina è alle porte bisogna procedere con cautela, come suggerisce lo stesso ministro della Salute Girolamo Sirchia: «Oggi la medicina può essere sostitutiva, demolitiva, ma non riparativa; la riparazione del tessuto è qualcosa che comincia ora con le cellule staminali». L'uso di queste cellule nella terapia è infatti ancora molto limitato e non è frutto degli studi pionieristici degli ultimi mesi quanto, piuttosto, di conoscenze già acquisite da tempo. Allo stato attuale, quindi, si curano con successo molti tumori del sangue, le ustioni gravi e le patologie della cornea. E in questi campi l'Italia è all'avanguardia, con la Banca degli occhi di Venezia che fa capo al gruppo del professor Michele De Luca, che ha già trattato pazienti con ustioni di terzo grado (che coinvolgono cioè il 70% del corpo) rigenerando l'epitelio di superficie attraverso il prelievo di cellule staminali cutanee, cresciute in vitro e reimpiantate sotto forma di lembi. Allo stesso modo, pazienti che in seguito traumi o abrasioni chimiche hanno lesionato l'epitelio corneale hanno riacquistato la vista grazie alle cellule staminali "fabbricate" in laboratorio. «Si preleva un frammento del rivestimento della cornea dall'occhio sano - spiega De Luca - e si immerge in una sostanza in grado di stimolarne la crescita. In poche settimane si forma un lembo di tessuto che viene preso e appoggiato come una specie di carta velina adesiva sulla cornea. Dopodiché si esegue il trapianto della cornea». Con questa tecnica - aggiunge Vincenzo Sarnicola, presidente della Società italiana cellule staminali e superficie oculare - in Italia potrebbero tornare a vedere circa 500 persone all'anno. Ma se lo studio della biologia delle cellule staminali del midollo osseo, della cute e della cornea ha alle spalle anni di ricerca che hanno permesso di consolidare i risultati clinici, ci sono campi in cui le "progenitrici" vengono utilizzate ancora a livello sperimentale, il che significa sugli animali. Occorre infatti passare all'uomo prima di poter parlare di successi veri e propri. E anche se non passa giorno in cui non vi sia un annuncio di qualche tentativo di terapia rigenerativa, per esempio per i traumi del midollo spinale, per il diabete, l'Alzheimer o la distrofia muscolare è ingiustificato il clamore che fa eco alla pubblicazione di queste ricerche, che inducono false speranze in molti malati i quali si aspettano di andare in ospedale e guarire con una "dose" di cellule staminali. Italia in prima linea. Più pionieristico, anche se è già entrato nella pratica clinica, è la ricostruzione di tessuto osseo e cartilagineo attraverso le staminali mesenchimali prelevate dal midollo osseo fatte crescere in laboratorio su supporti specifici. «Anche in questo settore - spiega Roberto M. Lemoli, dell'Istituto di ematologia e oncologia medica Seragnoli di Bologna - l'Italia vanta una grande esperienza con il gruppo genovese del professor Ranieri Cancedda. Sono invece giapponesi e americani gli studi sulla capacità delle staminali di ricostruire vasi senguigni danneggiati da arteriopatia obliterante o dal diabete». In questo caso, però, le cellule staminali emopoietiche non vengono espanse in vitro, ma prelevate e impiantate attraverso un'iniezione locale. «C'è poi un altro capitolo della ricerca assolutamente sperimentale che cerca di sfruttare la plasticità delle cellule staminali, cioè la loro capacità di dare origine a tessuti diversi da quello originario -, continua Lemoli -. Le sperimentazioni sono soprattutto a carico del tessuto miocardico: si prelevano dal midollo osseo le staminali emopoietiche e si iniettano nell'area danneggiata dall'infarto allo scopo di rigenerarlo. Sono già diversi i lavori pubblicati, e in Germania il gruppo di Cristopher Stamm dell'Università di Rocstock è già passato alla fase due e tre del trial randomizzato per valutare il vantaggio clinico del trattamento». Solo un anno fa il loro studio su 20 pazienti per valutare l'affidabilità e la sicurezza della metodica era stata pubblicata su «Lancet». Per quanto riguarda infine altri organi, come pancreas, fegato o sistema nervoso centrale la ricerca è ancora circoscritta alle cavie, si dovrà quindi attendere almeno 4-5 anni prima di poter verificarne la fattibilità nell'uomo. I ricercatori intanto proseguono inesorabili, e lo scorso aprile sempre su Lancet è stato pubblicato uno studio in cui sulla base di autopsie si è visto che le staminali midollari possono diventare neuroni, astrociti e microglia nell'uomo, il che potrebbe avere importanti risvolti terapeutici nelle malattie degenerative, come il morbo di Parkinson. Francesca Cerati