Articolo da "Il Corriere della Sera" del 2 giugno 2003
L’annuncio dei ricercatori americani: il trapianto già sperimentato su tredici pazienti. Veronesi: siamo solo all’inizio
Tumore al seno, una speranza dalle cellule staminali

DAL NOSTRO INVIATO
CHICAGO (Usa) - Un trapianto di cellule staminali per combattere il tumore al seno. Per ora l’esperimento riguarda pochissime pazienti, 13, ma l’idea, proposta dai ricercatori americani del National Cancer Institute al congresso annuale degli oncologi in corso a Chicago, sembra funzionare e ha suscitato grande interesse. Primo perché dimostra che è possibile costruire una difesa immunitaria contro il tumore grazie alla somministrazione di cellule staminali ottenute da un donatore compatibile. Secondo, perché questo trattamento potrebbe rappresentare un nuovo alleato dei farmaci tradizionali. Commenta Umberto Veronesi, che a Chicago ha ricevuto un premio alla carriera: «E’ un’ipotesi interessante, soprattutto per i tumori iniziali, ma complessa, costosa e per ora assolutamente sperimentale».

Oggi, rispetto a trent’anni fa, la sopravvivenza delle donne con tumore al seno è aumentata dal 45 all’80 per cento. Tutto questo grazie alla diagnosi precoce e alla chirurgia, che è diventata sempre più conservativa. E grazie a una chemioterapia raffinata, capace di aumentare la sopravvivenza e di garantire una migliore qualità della vita. Dopo l’intervento chirurgico, la cura del tumore al seno si muove su due binari: la chemioterapia, da un lato, e la ormonoterapia, dall’altro. Cardine di quest’ultima è il tamoxifene che, somministrato per 5 anni, riduce il rischio di morte e di recidiva del 40 per cento circa. Ma oggi si stanno affacciando nuovi composti, gli inibitori dell’aromatasi, che appaiono più efficaci nell’aumentare la sopravvivenza. La chemioterapia, invece, si avvale di farmaci diversi, dalle tradizionali antracicline ai più nuovi tassani. Questi ultimi, associati ai chemioterapici classici, aumentano le probabilità di sopravvivenza, mentre una vecchia antraciclina, la doxorubicina, grazie a un trucco tecnologico che la rende meno tossica, ha il vantaggio di ridurre la perdita di capelli dal 66 al 20 per cento dei casi.

Adriana Bazzi