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BIOLOGIA E MORALE Una via per produrre cellule staminali etiche IL DIBATTITO APERTO DA UN ESPERIMENTO NEGLI USA E’ UTILE A TUTTI, PURCHE’ SI EVITI IL FONDAMENTALISMO POCHI
ormai dubitano che le cellule staminali - cioè quelle che hanno ancora
la potenzialità di trasformarsi in cellule di qualsiasi altro tessuto
del nostro organismo: sistema nervoso, pelle, muscolo e così via -
costituiscano una possibilità molto interessante per il trattamento
rigenerativo di patologie attualmente incurabili, come la malattia di
Alzheimer o le lesioni del midollo spinale. Il problema è come
produrle. La strada privilegiata sembra quella della produzione diretta
di cellule staminali (attraverso opportuni stimolatori) nel tessuto
danneggiato. E’ di pochi giorni fa la notizia di una scoperta
italo-statunitense della generazione di cellule staminali nel cuore di
topolini, con successiva rigenerazione del tessuto cardiaco danneggiato
da un infarto. Ci vorranno però tempi lunghi per l'applicazione di
queste tecniche all'uomo. L'altra strada è la derivazione da cellule
embrionali. Il problema etico qui è evidente. Come riuscire a prelevare
queste cellule senza danneggiare l'embrione, che prima o poi dovrà
sviluppare un bambino? Questo problema etico accomuna la chiesa
cattolica ai non credenti, a differenza dell'utilizzo terminale degli
embrioni soprannumerari (tema che ha infuocato la recente compagna
referendaria). Sia ai sostenitori dei diritti inviolabili dell’embrione
sia a chi nega questo principio sta a cuore in ugual modo evitare ogni
danno all’individuo futuro. Il problema, però sta proprio in cosa si
intende per questo obiettivo. Per i primi deve essere la certezza
assoluta, mentre i secondi si accontentano di un’alta probabilità (come
in tutte le ipotesi di natura scientifica). Il confronto fra le due
posizioni si è visto nella reazione alla recente notizia delle due
nuove tecniche salva-embrione per produrre "cellule staminali etiche"
annunciate dalla rivista "Nature". L'équipe di Robert Lanza
dell’Advanced Cell Technology ha prelevato una sola cellula da un
embrione di otto cellule di topo e le ha fatte moltiplicare in diverse
linee staminali. A sua volta l'embrione è stato impiantato nell’utero e
si è sviluppato fino alla nascita del topo. Il gruppo del MIT
capeggiato da Alexander Meissner e Rudolf Jaenisch ha invece prelevato
le cellule staminali da embrioni a cui era stato sottratto il gene Cdx2
responsabile del loro impianto nell'utero e del successivo sviluppo.
Come era prevedibile, sulla prima tecnica si sono subito espressi
negativamente, con diverse sfumature, i comitati ed esperti di bioetica
di matrice cattolica, sottolineando l'assenza di certezza sui possibili
danni all'embrione. A favore invece si sono pronunciati scienziati
laici come Boncinelli, sulla base della ipotesi scientifica, ben
corroborata, che sette cellule siano in grado di sviluppare un embrione
sano. Fin qui niente di strano. Come per altri problemi tecnico
scientifici, la precauzione assume tonalità diverse in rapporto ai
principi etici di sfondo. Ciò che stupisce è la dissonanza nel mondo
cattolico sulla seconda tecnica. Sorprende la posizione di Francesco
D'Agostino (presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica) che,
accogliendo positivamente la notizia, sembra non rilevare che la
disattivazione del gene Cdx2, responsabile dell'impianto dell'embrione,
configuri un effetto analogo a quello della "pillola del giorno dopo"
(come messo in rilievo dal cardinale Barfagan, moderatamente
possibilista, invece, sulla prima tecnica). Queste tecniche innovative
per produrre "cellule staminali etiche" dimostrano una volta di più
come il rapporto fra etica e scienza, se non ci si arrocca su posizioni
fondamentaliste, sia uno dei volani del progresso della conoscenza.
[TSCOPY](*)Presidente Fondazione Rosselli, |
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