| Ma questo è un uomo? Riportiamo lettere e risposta del direttore in merito all'articolo (Tempo Medico 796) che commentava provocatoriamente la foto di una morula umana con il titolo "Se questo è un uomo" Morula superstar: eccola qui, l'indiscussa protagonista della controversia referendaria. I riflettori di un microscopio a scansione si accendono sul famigerato "embrione" di cui si dibatte e decide in questi giorni. Migliaia di morule, embrioni soprannumerari della fecondazione assistita del passato, giacciono nei congelatori di qualche ospedale, in attesa di morte sicura, perché la legge 40/04 impedisce di farne alcunché. Decine di pazienti, clinicamente morti, ogni giorno donano i loro organi per salvare vite umane; l'espianto non è malvisto, anzi è incoraggiato. Perché una morula, che non solo non ha alcuna forma di attività cerebrale, ma nemmeno alcun organo funzionante, non può donare le sue cellule staminali alla ricerca per dare una speranza in più alla sperimentazione terapeutica, a quella farmacologia e anche a quella di base? Le lettere 1. Ebbene sì, la foto apparsa in prima pagina della rivista Tempo Medico n. 796 del 2 giugno 2005 è un essere umano a tutti gli effetti. E' un essere umano se è il prodotto del concepimento di una cellula uovo (di donna) e di uno spermatozoo (di uomo). Certamente a uno stadio di sviluppo relativamente precoce ma non per questo non precipuo dell'essere che un giorno sarà un uomo oppure una donna. La domanda che poi l'articolo si pone riguardo alle decine di pazienti clinicamente morti che ogni giorno donano i loro organi per salvare vite umane mi sembra quantomeno tediosa. Se i relatori di quell'articolo svolgessero indagini più approfondite scoprirebbero che esistono già in fase di attuazione decine di lavori in fase IV su esseri umani con impianti di cellule staminali adulte volte a riparare necrosi cardiache, ustioni anche estese, patologie importanti quali leucemie. Non capisco per quale accanimento si voglia sempre ribadire la necessità di ricorrere a usare embrioni di esseri umani. La vita umana è tale sin dal suo concepimento e noi siamo tenuti a rispettarla in tutte le sue forme, sin dalla nascita. Non possiamo portare l'immagine di una morula o di una blastula e dire: riconoscete in questa un essere umano? Ma visto che l'estensore dell'articoletto non lo riconosce, gli ricordo che un tempo anche lui/lei è stato/a una morula. C'è molto da fare ancora ma la scienza deve proseguire seguendo anche una certa morale e non adattarla a ragioni per così dire di comodo. Non è possibile dire alla Veronesi che la differenza tra la cellula umana e di scimpanzé differisce solo di 2 cromosomi e che il loro DNA differisce soltanto per un 2%. La morula di scimpanzé darà vita a uno scimpanzè più o meno sano, la morula di un essere umano darà vita ad un essere umano . Cordiali saluti Dr. Giovanni Sigona 2. Le scrivo in merito all'articolo, non firmato, "se questo è un uomo" che ho trovato sul n. 796 di Tempo Medico che ho ricevuto in data odierna in versione cartacea. Fermo restando, ovviamente, che ognuno è libero di pensarla come vuole, credo sia importante, per chi fa informazione, distinguere i fatti dalle opinioni (personali). E' ovvio che la morula, di cui si parla nell'articolo, non è un uomo, ma è un dato di fatto, riconosciuto dalla stragrande maggioranza degli scienziati, che è vita (per cui potrebbe anche essere donna). Cosi' come è assolutamente improponibile il paragone tra i pazienti clinicamente morti, in cui la vita ha ormai definitivamente concluso il suo meraviglioso viaggio, e l'embrione con tutto il suo enorme carico vitale che puo' essere interrotto solo dalle mani dell'uomo. Cordiali saluti Marco Monina Giulianova 3. In relazione all'articolo apparso in prima pagina sul numero 9 del 02-06-05 della rivista da Voi edita "Tempo Medico" leggo in prima pagina un articolo recante il titolo "Se questo è un uomo"; in esso rilevo una grave mancanza di equanimità nel modo con cui è stato trattato l'argomento insieme ad una tragica, ma credo con speranza, inconsapevole riecheggiatura del titolo di una grande opera di Elio Vittorini (in realtà Primo Levi, ndr.), di per sè sufficiente a suscitare inquiete riflessioni sul riproporsi di drammatiche filosofie. Tutto ciò è per me motivo sufficiente per dedurre una carenza di serietà della rivista, tale da farmi chiedere contestualmente alla presente la cancellazione dei miei dati personali (Legge sulla privacy) dai vostri archivi ai fini di non ricevere più alcun materiale da parte Vostra. Fabio Briganti Roccabianca (PR) 4. Vi comunico che ritengo offensivo nei confronti di tutti noi uomini il vostro inserto nel numero 796 intitolato "Se questo è un uomo" in prima pagina, perché quella che voi pubblicate è la nostra prima foto (dico nostra quindi anche tua, caro redattore anonimo che hai fondato il tuo discorso sul piccolo e insignificante essere informe e decerebrato). Io ti chiedo se potresti chiamare insignificante anche l'ossigeno, quell'evanescente gas siglato O2 la cui molecola è addirittura non fotografabile, visto che se per soli cinque minuti viene a mancare nel tuo cervello rimani decerebrato? O potresti chiamare "insignificanti" i microscopici batteri, anche loro decerebrati, che noi uomini obblighiamo a fabbricare, fornendo loro il nostro gene, l'insulina indispensabile ai diabetici? Queste e altre cose vorrei elencare che il tuo disprezzo potrebbe ridurre al niente e che invece hanno un valore incommensurabile! Grazie di aver letto e non aver disprezzato queste poche righe. Giuseppina Gambertoglio Torino 5. Mi chiamo Marco Ghini. Sono uno studente liceale che s'interessa di biologia. Ho letto casualmente su "Tempo Medico" del 2 Giugno "Se questo è un uomo". Mi permetto di inviare questa mia breve personale riflessione. Quando imparerà l'uomo ad andare oltre i suoi sensi? Siamo così attaccati ai nostri tatto, udito, gusto, olfatto e soprattutto alla vista… Ma perché non impariamo ad andare più in là delle apparenze? Ce lo insegnano fin da quando siamo bambini: l'apparenza inganna. Se gli uomini si fermassero a pensare prima di agire ma anche solo prima di parlare forse oggi saremmo un gradino più in alto. Se solo per esempio si pensasse che la vista - così come tutti gli altri organi di senso - sarebbe inutile senza un cervello - interno al corpo ed invisibile all'occhio - non riusciremmo forse a capire che anche nella vita di tutti i giorni c'è qualcosa che non possiamo vedere, ma che esiste e lascia un segno importante sulla nostra pelle? Così c'insegnava il noto e affermato scrittore Antoine De Saint-Exupéry, quando nel suo celeberrimo "Il Piccolo Principe" scriveva che "l'essenziale è invisibile agli occhi". Quante poche persone lo hanno ascoltato! Basta vedere come oggi milioni e milioni di piccoli esseri umani, semplicemente perché ancora non hanno una forma che solo all'occhio non ricorda quella di un uomo, sono distrutti e sventrati nel loro corpo. E in nome di cosa? Di una pseudo ricerca scientifica che si compiace con arroganza del suo illimitato potere e non si accorge di tradire il suo fine: non servirsi dell'uomo, ma porsi al suo servizio. E con quale coraggio centinaia di scienziati affermano di poter curare chissà quali malattie pronunciando la formula magica "cellule staminali embrionali". Chi è lo scienziato che è riuscito a curare il Parkinson o l'Alzheimer utilizzando le cellule staminali embrionali pluripotenti (quindi facilmente in grado di sviluppare malattie degenerative, malformative o tumorali)? Perché si tace? Perché non si parla invece dell'efficace, prezioso perché già collaudato, uso delle cellule staminali adulte? La ricerca non è quindi preclusa, anzi attualmente la scienza ci dice che questa è la strada. Nessuno, è vero, può sapere cosa succede all'interno di quelle cellule, ma tutti sanno che un embrione è destinato a diventare un uomo in un continuum graduale e costante. Ha già in sé tutto il patrimonio compiuto di un essere umano. E se anche vi fosse un dubbio, non sarebbe più logico non rischiare? Ce lo insegna l'uso di una sana ragione al di là di ogni fede. Le porto un esempio banale: se lei fosse a caccia e vedesse un cespuglio muoversi sparerebbe, rischiando di uccidere anche un uomo invece di un animale? Non sarebbe più opportuno non rischiare per il cosiddetto "principio di cautela"? "Guardatela la morula: un grumo di cellule!" Non è forse anche l'uomo - da un punto di vista strettamente scientifico - un insieme di cellule capaci di effettuare reazioni biochimiche e di inviare messaggi? Il pensiero e il suo sviluppo, quello che tutti riconoscono con il cervello, com'è documentabile nel suo iter emotivo? O meglio, come si fa a vedere con gli occhi? Solo per l'incapacità di documentare l'esistenza di un sistema nervoso si afferma con certezza che il concepito non è un uomo, non ha a che fare con l'uomo? Pur ammettendo che il pensiero senza cervello non esiste, di certo non si può dire lo stesso per l'anima. Quanti scienziati hanno visto un'anima? E vorrei dire quanti hanno visto il tempo con i propri occhi? Non è forse il caso di andare di là della sola vista? E sul piano pratico chi ci garantisce dalle inconfessate ambizioni personali e nazionali o ancora peggio dall'invadenza interessata delle multinazionali farmaceutiche? E lei che scrive chi era, o come dice lei, COSA era prima… di diventare "grande"? 6. Con la presente vi prego di tenere conto della mia volontà di non più ricevere la rivista (che non ho mai chiesto, peraltro). Sono stufo dell'ideologismo, che, oltre a non essere apprezzato, diventa, come tutti gli "ismi", fonte di inadeguatezza scientifica. L'ultima uscita sulla morula,con la volutamente vaga (non poteva essere altrimenti, vista la totale mancanza di evidenze cliniche se mai solo speranze, e lo sanno tutti - sull'utilità delle embrionali etc. etc.), è chiaramente ideologica e strumentale (all'imminenza del referendum). Dubito,senza offesa,che siate tra quelli che trarranno qualche riflessione costruttiva dal risultato del referendum. Perché l'ideologia è molto più cieca della fede. Massimo Savarese Risposta del direttore di Tempo Medico Ringrazio i lettori dei commenti relativi al fototesto della prima pagina dello scorso numero di Tempo Medico in cui a commento di una foto di morula abbiamo pensato di titolare "Se questo è un uomo". Di fronte alla propaganda che mostrava foto di feti già formati parlando di sperimentazione scientifica abbiamo voluto ricordare che l'eventuale sperimentazione riguarderebbe esseri a questo stadio di sviluppo, inoltre non creati appositamente per i laboratori. Era importante mandare questo messaggio, anche con l'aiuto di un titolo ad effetto, per contrastare la profonda scorrettezza delle immagini mostrate dai "difensori della vita". Alcune brevi repliche si impongono. Relativamente al fatto che una morula sia già un individuo umano, il tema è aperto e nessuno pretende di dire l'ultima parola. Per quanto mi riguarda, rimando alla lettura del libro di Norman Ford "Quando comincio io? Il concepimento nella storia, nella filosofia e nella scienza" (Baldini & Castoldi, 1997), in cui l'autore prende in considerazione le varie risposte a questa domanda difficile e fondamentale, per concludere che l'individuo umano comincia a esistere solo con la comparsa della stria primitiva. E' un punto di vista che certo non pretende di dire l'ultima parola sull'argomento, ma è molto ben argomentato. E soprattutto è il punto di vista di un sacerdote cattolico della congregazione dei Salesiani (australiano, però…). Ma credo che il punto da chiarire sia a rigore un altro: non se di individuo o essere umano si tratti, ma di persona, cioè di individuo che gode della tutela e dei diritti civili che siamo soliti riservare ai nati. Anche le legislazioni più liberali in materia di ricerca sugli embrioni (come quella britannica) considerano l'essere umano dal momento del concepimento meritevole di un certo grado di tutela. Ma irrigidire e assolutizzare questa tutela al punto di riconoscere all'embrione lo status di persona, rifiutandosi di graduare la protezione a seconda dello stato di sviluppo raggiunto, significa creare un potenziale conflitto fra i diritti della madre e del figlio. Sia benedetto il relativismo, maestro di ragionevolezza e tolleranza. Le posizioni rigide, che sacralizzano la vita fin dal concepimento, creano una serie di cortocircuiti e contraddizioni insanabili. Un esempio? Ci si straccia le vesti per l'intangibilità di una blastocisti e si rimane sostanzialmente indifferenti per la morte di milioni di bambini nati da rapporti non protetti di genitori sieropositivi, scuotendo dolcemente la testa e consigliando a tutti i popoli africani di perseguire la castità e la fedeltà di coppia. Sennò ecco quel che succede... Ma passiamo oltre: il primo lettore afferma un po' incautamente che quella morula "è un essere umano se è il prodotto del concepimento di una cellula uovo (di donna) e di uno spermatozoo (di uomo)". Attenzione: che dire allora dei cloni, frutto dell'incontro di un ovulo con una cellula somatica? Ne dovesse nascere uno in qualche laboratorio nei prossimi anni, come lo definiremmo? E Dolly, la simpatica pecora clonata nel 1997, è "essere ovino" o res nullius? Le conseguenze di queste definizioni rigide, messe in scacco dagli avanzamenti della biologia, rischiano esse sì di essere disumanizzanti. Ma gli embrioni li possiamo lasciare in pace - continuano i lettori - perché per fortuna ci sono le cellule staminali adulte: è questo l'argomento propagandistico forte, inculcato con apposite pubblicazioni nei militanti dell'astensione. Su questo punto mi permetto di osservare i molti risultati deludenti che riguardano le cellule staminali adulte, di cui parla un altro articolo di "Tempo Medico" (che linko qui sotto). Solo l'Italia, paese analfabeta in scienze, può credere a questa favola. di Luca Carra - Tempo Medico n. 797 |
||