| Sperimentazione a Stanford per combattere il morbo di Batten, che colpisce i bambini Staminali, via libera negli Usa al trapianto nel cervello La sindrome toglie progressivamente parola, vista e moto ELENA DUSI C´è un ultimo ostacolo da superare prima di entrare in sala operatoria: il comitato etico dello Stanford Medical Center deve autorizzare l´esperimento. Ma la risposta positiva è automatica. Le cellule da iniettare nel cervello dei piccoli pazienti saranno prelevate da alcuni feti vittima di aborto terapeutico. «Sarà la prima volta che delle cellule staminali vengono isolate, moltiplicate in laboratorio e poi iniettate nel cervello dei pazienti» spiega Angelo Vescovi, direttore dell´Istituto di ricerca per le staminali dell´Istituto San Raffaele di Milano e lui stesso pioniere in questo tipo di ricerche. Poiché le cellule provengono da un organismo estraneo, i bambini dovranno andare incontro a una terapia anti-rigetto pesante. «Ma purtroppo stiamo quasi parlando di una terapia compassionevole, perché la malattia di Batten lascia poco spazio alla speranza». Il morbo consiste in un metabolismo alterato dei neuroni. Le cellule del sistema nervoso non riescono a smaltire una sostanza tossica che si accumula e lentamente le avvelena. «Le staminali che saranno iniettate nel cervello - spiega Vescovi - andranno a fare soprattutto un lavoro di pulizia. Contribuiranno cioè allo smaltimento della sostanza tossica in eccesso, più che sostituirsi alla funzione delle cellule originarie malate». Già in passato si erano tentati esperimenti simili, ma molto meno sofisticati. «Si prendeva il tessuto cerebrale di un certo numero di feti (per trattare un individuo con il Parkinson´s ne servivano da sei a quindici) e lo si iniettava nel cervello del paziente. Certo, in mezzo a così tante cellule si trovavano anche alcune staminali. Ma il processo in sé era molto poco accurato». La tecnica di Stanford e di Stem Cell, la società privata che si occuperà del lavoro in laboratorio, «permette di creare una coltivazione di cellule capaci di moltiplicarsi in laboratorio. Ora serviranno a curare i sei bambini. In seguito, se tutto andrà bene, potranno essere utilizzate per altri pazienti». |
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