| «Una cellula universale per tutti i malati» Staminali, l’obiettivo dei ricercatori americani. «Così eviteremo il rigetto e la clonazione terapeutica sarà superata» MILANO - L’idea è quella di costruire una «cellula universale» trapiantabile in tutti i pazienti, senza rigetto, e capace di curare un’infinità di malattie. Una tecnica che, partendo dalle cellule staminali embrionali, potrebbe superare la necessità della cosiddetta clonazione terapeutica. La prospettiva è aperta dall’ultima ricerca di due americani, Thomas Zwaka e James Thomson, il primo che nel 1998 ha prodotto una linea di cellule embrionali immortali, capaci, cioè, di moltiplicarsi all’infinito. L’ESPERIMENTO AMERICANO - Ora un nuovo passo avanti: i ricercatori dell’Università di Madison, Wisconsin, sono riusciti a manipolare i geni di una cellula staminale embrionale umana con precisione chirurgica, grazie a una tecnica chiamata ricombinazione omologa, finora utilizzata soltanto sui topi. Nell’esperimento, pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology e ripreso ieri dal Corriere della Sera , i ricercatori hanno distrutto un gene, ma lo stesso metodo può essere fruttato anche per inserire nel nucleo della cellula staminale geni sani, in sostituzione di quelli malati. E ancora: può risultare utile per manipolare i geni che controllano la trasformazione delle cellule embrionali (indifferenziate, ma in grado di dare origine a tutti i tessuti dell’organismo), nei 220 tipi di cellule che compongono i tessuti dell’organismo umano o per intervenire sui geni che controllano il rigetto. TERAPIA CELLULARE - «A parte i problemi etici legati all’impiego delle cellule staminali embrionali - spiega Paolo Vezzoni, genetista del Cnr a Milano - uno dei limiti tecnici, quando si trapiantano queste cellule per riparare i tessuti di un organismo, è il rischio di rigetto. Una soluzione potrebbe essere quella di eliminare dalle cellule staminali tutti i geni che provocano il rigetto, rendendole così "universali": del resto è già stato fatto sui maiali nel tentativo di sfruttare i loro organi per xenotrapianti. L’altra possibilità è quella di inserire nelle staminali quei geni del paziente che governano la tolleranza immunitaria, cioè la compatibilità, in modo che il paziente le riconosca come sue, una volta che gli vengono trapiantate». La prospettiva è avveniristica, ma se si supera il problema del rigetto, si potrebbe fare a meno di ricorrere alla clonazione terapeutica per ottenere cellule staminali da sfruttare per ricostruire parti di organi danneggiati da malattie: il cuore, per esempio, dopo un infarto, i nervi, spezzati da un trauma, il cervello aggredito da malattie come l’Alzheimer o il Parkinson, il pancreas che non produce più insulina e dà origine al diabete. Uno dei vantaggi della clonazione terapeutica, infatti, è quello di utilizzare il nucleo delle cellule adulte del paziente per ottenere cellule staminali «compatibili» e trapiantabili nel donatore stesso. TRAPIANTO DI GENI - Un’altra applicazione, forse più vicina, della manipolazione genetica di cellule staminali embrionali riguarda la terapia genica. I tentativi finora attuati con il trasferimento di geni per curare malattie ereditarie come l’immunodeficienza congenita (una mancanza di difese immunitarie del paziente che lo costringe a vivere in ambiente sterile), sono falliti. Sono già due i casi di pazienti, sottoposti a trapianto di geni, che hanno sviluppato leucemie, probabilmente a causa del vettore virale, cioè dei virus che vengono utilizzati per trasportare i geni all’interno dell’organismo. Perché non sfruttare allora le cellule staminali come veicolo di geni sani? In questo caso si potrebbero ricorrere anche alle cellule staminali adulte le quali, a differenza di quelle embrionali (per ottenerle, vengono distrutti embrioni), o della clonazione terapeutica (che potrebbe aprire la strada alla clonazione umana riproduttiva), non sollevano problemi etici. «Una strada - commenta Maurizio Muraca, ricercatore all’Università di Padova - potrebbe essere quella di utilizzare le staminali adulte del paziente, correggere il difetto genetico che provoca la malattia e reinserirle con il gene sano nel paziente. Un’altra possibilità è quella di trapiantare le cellule staminali embrionali che già contengono geni sani, ma in questo caso vanno rese compatibili, modificando i geni che stimolano il rigetto da parte del paziente». Nei topi, esperimenti del genere hanno già avuto successo. Rudolf Jaenisch del Massachusetts Institute of Technology di Boston è riuscito a guarire topi, privi di difese immunitarie a causa di un difetto genetico, grazie alla clonazione riproduttiva e alla ricombinazione omologa. Dapprima il ricercatore ha ottenuto cellule staminali embrionali con la clonazione del nucleo di cellule adulte; poi dal momento che il Dna del nucleo, provenendo dall’animale malato, era portatore del difetto genetico, ha attuato una ricombinazione genetica, portando all’interno della cellula il gene sano. BAMBINI SU MISURA - Se si combina la possibilità di manipolare una cellula staminale embrionale, come hanno appena dimostrato i ricercatori americani, con le ricerche più recenti sull’identificazione di geni che controllano non soltanto le caratteristiche somatiche di un individuo, ma persino alcuni aspetti del comportamento, non si può fare a meno di far correre la fantasia e di pensare alla possibilità di costruire un bambino «su misura» con tratti fisici e caratteriali scelti dai genitori. Come succedeva nel film Gattaca , come potrebbe accadere in futuro in qualche laboratorio. Ma è possibile ricreare un embrione partendo da cellule embrionali manipolate? «Sì, è possibile - dice Vezzoni -. Si iniettano in una blastocisti, cioè in un insieme di altre cellule embrionali: si ottiene così una chimera da cui possono poi essere eliminate le cellule della blastocisti. Si riformerà un nuovo embrione fatto di cellule tutte "manipolate"». Adriana Bazzi abazzi@corriere.it |
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