![]() Articolo da "La Repubblica" del 18 aprile 2003 |
La globalizzazione del virus e il terrore del contagio UMBERTO GALIMBERTI La globalizzazione ha anche di questi effetti: non solo la circolazione illimitata delle merci e del denaro, non solo la libertà di movimento degli uomini, non solo l´accessibilità a tutte le possibili informazioni, ma anche l´esposizione a tutte le malattie, contro cui i nostri organismi, ancora arcaici perché "localistici", non hanno difese. Qui le riflessioni che si impongono sono sostanzialmente due. La prima è che non abbiamo dominato la natura come la nostra onnipotenza tecnica ci fa credere. La natura l´abbiamo usata, anzi usurata, ma non domata. Nella sua vita sotterranea e segreta, la natura, che gli uomini hanno sempre conosciuto come benefica e malefica, conserva ancora la sua potenza, contro cui la potenza tecnica degli uomini troppo spesso, come in questo caso, annaspa. La seconda riflessione è che la globalizzazione è avvenuta troppo rapidamente rispetto alle possibilità "biologiche" dell´uomo che, sotto questo aspetto, non è uguale in tutte le parti della terra. E solo il suo delirio di onnipotenza gli fa trascurare questo dato, con tutte le conseguenze che ne derivano rispetto all´imprevedibile, che della natura è il tratto caratteristico, nonostante tutte le nostre conoscenze. Abbiamo fatto scienza per domare la natura, dimentichi della sapienza greca che, per bocca di Eraclito, ci ricorda che: «La natura ama nascondersi» . E il suo segreto si sottrae a quella visione semplicistica con cui noi oggi, uomini dell´età della tecnica, la visualizziamo quando la riduciamo a semplice «materia prima». In questo sguardo miope e semplicistico abbiamo perso la giusta misura. Ma perdere la giusta misura significa creare squilibrio, e, nello squilibrio, lo sconvolgimento dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, la desertificazione delle terre, l´inquinamento dell´acqua e dell´aria, la deforestazione che creano un contesto che più favorevole non può essere per forme nuove e mutanti di batteri, virus e microrganismi, da cui un giorno è nata e, oggi, a condizioni ambientali ormai ampiamente squilibrate, minacciano di distruggerla. E per tutto ciò non disponiamo non solo di difese per il presente, ma neppure di un´etica del comportamento per il futuro. Perché le etiche che finora abbiamo concepito regolano solo i rapporti tra gli uomini, ma non si fanno carico degli enti di natura come l´aria, l´acqua, la flora, la fauna, che tutte le etiche finora formulate concepiscono come mezzi al servizio dell´uomo, quando ormai sono diventati fini da salvaguardare, espressioni della natura da tutelare e da proteggere. E allora viene il sospetto che questo sopravanzare della tecnica sulla natura, con conseguente delirio di onnipotenza dell´uomo dell´età della tecnica, abbia il suo contrappasso nel ricondurre l´uomo a quello stadio primitivo e dimenticato dove il pericolo era l´epidemia e il terrore era il contagio. Con una differenza, che gli uomini che ci hanno preceduto avevano gli strumenti psichici per affrontare ciò da cui non potevano difendersi, perché la malattia contagiosa rientrava nell´esperienza, se non proprio quotidiana, certamente non episodica; mentre noi, acclimatati alla potenza della tecnica (medica) retrocediamo a quel primitivismo che è il trovarsi senza difese di fronte all´imprevedibile. Dove l´imprevedibilità non è più dovuta all´ignoranza degli uomini, ma alla loro incuria della natura, accompagnata dalla persuasione di averla in ogni suo aspetto dominata. I biologi ci dicono che ci vorranno anni per trovare il vaccino capace di rendere innocui gli effetti del coronavirus della polmonite atipica, mentre basterebbero pochi mesi per legiferare sul rispetto della terra. Sappiamo tutti che non sarà così. E allora attendiamo i rischi biologici a cui la qualità della nostra storia e il nostro modo arcaico di considerare la natura (esclusivamente come suolo e sottosuolo da sfruttare) ci espone. Sappiamo però almeno che di questa esposizione in gran parte siamo anche responsabili. |
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