“La Cina è vicina”, era il titolo di un vecchio film di Marco Bellocchio che tentava di mettere a fuoco deprecabili e deprimenti trasformismi politici provinciali italiani intorno al mitico '68, -figurarsi che film si dovrebbe fare adesso... su questo tema e sulla politica in generale...!!!-; ma adesso, nell'epoca in cui tutto trascende davvero, la Cina è veramente vicina. Non più qualcuno dalle province di qua che guarda idealmente a là, (nei nostri paesi, anche in quelli piccoli piccoli c'era la scritta “W Mao”), ma dalle lontane province cinesi molti, persone e cose che arrivano quà “piegati” o “convertiti” dal mercato che alla fine l'ha vinta sulle ideologie, sui principi, sulle dittature, sulle autarchie, sui blocchi, su tutto... E' la globalizzazione signore e signori! Lo sappiamo da un bel po' di tempo e ne usufruiamo comprandoci giubbotti invernali, dignitosi, passabili, “Made in China”, nei nostri onnipresenti e invadenti ipermercati, a 4,90 Euro (quattro euro e novanta centesimi!). Naomi Klein a suo tempo descrisse bene le condizioni delle zone industriali di esportazione, anche di quelle cinesi dove talvolta i turni durano tre giorni e i lavoratori dormono sotto i macchinari... E cosa poteva fare la vecchia dittatura avviata sulla nuova via del commercio globale davanti a quel fastidio che metteva i bastoni fra le ruote inceppando il nuovo modello di sviluppo economico? Occultare il fastidio, nasconderlo, far finta di niente, cioè facendo la peggior cosa che si possa fare con un virus! Ignorarlo.

Perchè anche se tu lo ignori, lui c'è, e si diffonde approfittando proprio dei normali contatti umani. Lo ha sempre fatto da che mondo è mondo, viaggiando via terra o via mare e, nell'epoca dei contatti globali, il contagio non può che essere globale, e, come la diabolica diabrotica, parassita sebbene d'altra storia e d'altro genere, anche lui ha viaggiato in aereo con i managers e i procacciatori d'affari indaffarati fra i produttori e i committenti, fra oriente e occidente... “Una brutta notizia incartata nelle proteine”, (così definiva i virus Sir Peter Medawar), una brutta notizia che sta arrivando un po' dappertutto dopo l'oscuramento dovuto alle notizie di guerra, che si paventava biologica (ma che invece è stata “ordinariamente” sanguinosa), ecco qua, le organizzazioni sanitarie impegnate nella ricorrente guerra biologica contro la natura che produce i suoi figli peggiori. Nella premessa del suo libro “Il nemico invisibile” Doroty Crawford citava il Surgeon General (direttore generale federale della Sanità degli Stati Uniti) che nel 1969 dichiarò che “quella delle malattie infettive era una questione ormai chiusa”; non l'avesse mai detto, ecco affacciarsi l'HIV, l'Ebola, la febbre di Lassa, l'enigma prionico e l'atipica polmonite...

Sars..., cosa sarà? Un corona virus, hanno detto; che forse ha fatto un salto di specie. Eccoci al dunque; perchè nulla viene dal nulla, ma tutto dall'evoluzione (con buona pace della destra che vuole eliminare Darwin dai libri di scuola). Dagli animali all'uomo. Il tragitto è un sentiero già battuto da tanti ceppi influenzali che nel corso degli anni sono arrivati dall'estremo oriente, da là dove ci sono più maiali, esseri umani e uccelli acquatici (soprattutto anatre) che vivono in stretto contatto tra loro; ma di nuovi se ne vanno tracciando; sempre grazie a quelle aberrazioni che sono gli allevamenti intensivi per i quali è passato il prione malefico, non ultimo in arrivo dall'Olanda l'allarme sul virus dell'influenza aviaria trovato nei polmoni del veterinario morto nel paese di tulipani, dei maiali (allevamenti con densità di 9000 animali/Kmq -il maiale è spesso ospite intermedio-) e dei polli. Di quante ricombinazioni genetiche può approffittare un qualsiasi virus per trovare la formula migliore di replicazione nell'organismo di un nuovo ospite? Gli allevamenti intensivi sono occasioni d'oro: tanto materiale, bassa resistenza immunitaria, tanti ospiti, tante possibilità.

I sociologi ci spiegano che siamo nell'epoca delle contaminazioni di tutti i generi e che il contagio è ormai metafora del moderno o postmoderno. Prolusioni intellettuali, che, almeno sotto la conta dei morti dovrebbero avere il buonsenso di riconsiderare le cose, “cose” che poi sono sempre attinenti alla relazione tra specie umana e natura. Su questo vede abbastanza giusto Umberto Galimberti, e ormai non ci vuole molto a mostrare che il figlio peggiore della natura non sia tanto la specie virus quanto la specie umana. “L'uomo dell'età della tecnica”; parassita poco evoluto che distrugge il suo ospite; preso dall'euforia della sua creazione, capace di assemblare virus ex novo (quello della poliomielite, già fatto), che legge il suo futuro nelle bioarmi sintetiche, come l'uomo della conquista mise il suo divenire potenza nelle croste di vaiolo cosparse sulle coperte da portare in dono ai pellerossa ... Quest'anno si festeggia il cinquantenario della scoperta della doppia elica; si dirà che grazie alle conoscenze che da questa derivano si potrà trovare il vaccino anche per la terribile sars. E' probabile, a meno che nel frattempo quella brutta notizia che arriva dalla Cina non abbia trovato un altro involucro nel quale avvolgersi; l'HIV sono vent'anni che si comporta così e il vaccino è ancora di là da venire. Perciò la natura la sa ancora più lunga. Anche dei cinesi che nella loro ansia di modernizzazione capitalista lasciano carta bianca a qualsiasi sperimentazione biotecnologica, clonazione umana compresa; insomma a tutto quello che qualche legge ancora vieta per residuo pudore etico (o dictat religioso) nei paesi d'occidente. Oggi si silura il ministro della sanità e il sindaco di Pechino, mentre un altro ministro a Hong Kong dà il buon esempio spazzando i pavimenti; tanto per cambiare, si manda in scena la miseria della politica, un film già visto...

Dumbles, 21 aprile 2003