| Legambiente: distruggere il mais Ogm friulano UDINE. «C’è troppa confusione sugli Ogm: sarebbe opportuno che la Regione si mettesse in rete con altre Regioni del Nord per costruire una posizione autorevole in vista delle decisioni di settembre del Consiglio Agricoltura dell'Unione Europea, per fare cartello nella richiesta danni alle multinazionali produttrici». Legambiente del Friuli Venezia Giulia si è riunita ieri per confermare le proprie preoccupazioni: «non c’è la certezza che quei prodotti non ritornino nei nostri piatti». «Sono necessarie precise garanzie della netta separazione delle filiere così come assicurato dall'etichettatura Ogm ha spiegato Elena Gobbi, presidente regionale di Legambiente . Le linee guida proposte al Consiglio agricoltura dell'Ue per la coesistenza delle due filiere (naturale e Ogm) rappresentano un'apertura pericolosa che rischia di compromettere sia l'agricoltura tradizionale e quella biologica. Molti sono gli aspetti ancora da definire, infatti, manca una previsione sulla reale possibilità di prevedere le “aree cuscinetto” e di qualsiasi indicazione in merito a chi sosterrà gli elevati costi di controllo anticontaminazione». «Va detto ha continuato Gobbi , che le molte interpretazioni lette in questi giorni in realtà nascondono, malamente, una difficoltà politica ad assumere una posizione chiara, quella che è fatta passare come imminente indicazione europea in realtà prevede un'adesione su base volontaria da parte degli agricoltori, lasciando la possibilità di definire zone Ogm libere, posizione sostenuta dal Ministro competente». Secondo Legambiente, dunque, per avere la garanzia che il prodotto contaminato non entri, in alcun modo, nelle filiere alimentari, bisogna distruggere il prodotto, così come hanno deciso Piemonte ed Emilia Romagna: «Soluzione non facile poiché non elimina il rischio inquinamento in quanto si applica a fioritura completata, e che comunque richiede procedure rigorose di raccolta e confinamento». «La Coldiretti ha dichiarato, senza essere smentita, che la Regione era a conoscenza della situazione già a febbraio. Una circolare del Ministero delle Politiche agricole, di metà gennaio - ha ricorda Fabiano Miceli ricercatore dell'Università di Udine - dava prescrizione di controllo, agli organi tecnici ministeriali, sulla effettiva contaminazione accidentale da Ogm nelle sementi in attesa di distribuzione. L'evoluzione delle soluzioni previste sembrano tendenti soprattutto a confermare una via diversa da quella del Piemonte e una presa di distanza dall'ipotesi di anticipo regionale dei danni agli agricoltori». «Le ipotesi che abbiamo sentito ha insistito la presidente regionale di Legambiente ,sia la trasformazione in biomassa del prodotto Ogm; sia le filiera no food; il ritiro da parte dei produttori o il progetto pilota non ci convincono. Per esempio, non conoscendo realtà capaci di assorbire come biomassa tale prodotto, sarebbe infatti interessante sapere su quali conoscenze si basano tali ipotesi. Per non parlare delle filiera no food, coltivazioni Ogm escluse dalla filiera alimentare che riteniamo pericolose e nettamente contrastanti con le dichiarate volontà di valorizzazione di un'agricoltura di qualità. E’ stato poi proposto il ritiro da parte dei produttori: soluzione sciocca, tendente a cancellare il danno, sia economico sia ambientale. Infine il progetto pilota conclude Gobbo . Oltre a essere di difficile comprensione, non si sa chi finanzierà tale progetto e se, in base a un semplice rapporto costi-benefici sia in qualche modo conveniente.
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