Articolo da "Il Manifesto" del 22 giugno 2003
Il Powell testimonial ogm

Il segretario di stato è arrivato a confessare al papa di «mangiare cibi ogm». Tutto per sostenere la guerra delle multinazionali Usa contro Ue e paesi poveri. E obbligarli a comprare sementi che non serviranno poi a far da base per il raccolto successivo

FRANCO CARLINI
Né il Papa, né i governanti europei hanno preso sul serio l'esibizione propagandistica del segretario di Stato Americano Colin Powell: «Io li mangio, sua Santità, e veda come sto bene». Così aveva detto l'ex generale durante la sua visita in Vaticano che aveva anche lo scopo utilitario di ammorbidire l'opposizione della Chiesa alle manipolazione genetiche, in questo caso di semi e piante. Si è anzi arrivarti di nuovo alla rottura, con gli Usa che porranno la questione degli Ogm in sede di Wto, sollecitando una condanna dell'Europa per il divieto alle importazioni che mantiene in vigore. Da parte degli Stati Uniti la questione viene posta in termini particolarmente ipocriti, ma anche da noi riceve il consenso dei commentatori meno informati, come Paolo Mieli. La tesi è questa: poiché i semi manipolati aumentano le rese dei raccolti e contengono più nutrimento di quelli normali, sarebbero importanti per combattere la fame nel mondo. Se l'Europa rifiuta di importare Ogm, impedisce indirettamente ai paesi africani di coltivarli e così nega loro reddito e vitamine, egoisti che non siamo altro.

La tesi è fasulla per molti motivi: 1) il valore nutritivo aumentato è comunque scarso e altri nutrimenti normali sarebbero ben più adatti a fornirlo (i legumi sono meglio della patata genetica recentemente spinta in India). 2) le tasse doganali che tutti i paesi dell'occidente impongono alle merci di provenienza terzo mondo sono barriere ben più alte e odiose del bando degli Ogm: dalle noccioline al riso, i prodotti di Asia e Africa vengono tassati per proteggere i nostri contadini; se avessimo a cuore le possibilità di crescita economica dei paesi meno sviluppati, il vero salto in avanti sarebbe l'abbattimento dei dazi, e invece lo si rinvia di decenni. 3) Infine c'è la questione dei diritti di proprietà intellettuale, di cui nessun Mieli sembra accorgersi, probabilmente per scarsa conoscenza. La "Rivoluzione Agricola" che cambiò la faccia del mondo, a partire dalla Mesopotamia, si basava proprio su tale colpo di genio: l'avere intuito che nei frutti c'erano dei semi e che quei semi avrebbero potuto riprodursi l'anno successivo, assicurando un nuovo raccolto: era il passaggio da società di nomadi raccoglitori a società di coltivatori che potevano accumulare dei beni per il futuro e che diventavano sedentarie e strutturate.

Persino il trattato sulla proprietà intellettuale (Trips) prevede l'eccezione del coltivatore, ovvero la possibilità per il contadino di riusare parte del proprio raccolto come sementi per l'anno successivo, ma proprio questa eccezione (che invece è sempre stata la regola), viene messa in discussione da Monsanto e compagnia, con la volonterosa azione di propaganda del generale Powell, autonominatosi patetico testimonial degli Ogm.

L'idea infatti è che i semi Ogm si devono comprare ogni anno, assicurando un flusso continuo di cassa a chi li ha inventati e brevettati. Se la Natura non si brevetta, l'invenzione genetica fatta nei laboratori invece sì, e dunque, così come nel caso del software, all'atto dell'acquisto non si diventa proprietari di un bene, ma utilizzatori di una licenza d'uso, che vale solo un anno. L'anno dopo si torni ai magazzini delle Monsanto, nel Belize come in Zambia, per rifornirsi dei semi freschi.

Dunque, contrariamente a quanto sostenuto, la posizione europea di bandire le importazioni Ogm è doppiamente virtuosa: da un lato si adegua democraticamente al voto già espresso dai suoi cittadini, i quali sono in maggioranza contrari al loro uso (il consumatore è sovrano, tutti i teorici del marketing ci spiegano) e dall'altro aiuta, anche senza volerlo i paesi in via di sviluppo a non cadere vittime di una tassa annua in sementi da devolvere alle multinazionali dell'agrobiotech.