Articolo da "Il Manifesto" del 7 maggio 2004

Ogm, la coesistenza impossibile
I risultati di una ricerca condotta sul campo da tre università italiane
Semi volanti Lo studio scientifico, promosso da Coop Italia, ha dimostrato che le coltivazioni transgeniche contaminano i campi vicini

LUCA FAZIO
Non possono coesistere. I risultati della prima ricerca condotta in Italia sul rischio di contaminazione tra coltivazioni tradizionali e transgeniche sgombera il campo da ogni dubbio. La ricerca è stata progettata nel 2002 da Coop in collaborazione con il Cinsa Consorzio interuniversitario nazionale per le scienze ambientali) e ha coinvolto ricercatori delle università di Parma, Firenze e Bologna. «I risultati - scrivono - trasferiti sul tema della coesistenza in Italia tra agricoltura tradizionale e pratiche agricole con ogm prefigurano uno scenario di non praticabilità (o di costi molto elevati)». Per Mario Capanna, presidente del Consiglio dei diritti genetici, è la prova che «quella dell'inquinamento genico può rivelarsi la forma di inquinamento più insidiosa e incontrollabile che potremmo trovarci ad affrontare».

Per analizzare il flusso genico e valutare i potenziali rischi di contaminazione, il 5 maggio 2003, un campo sperimentale a Gariga di Podenzano (Pc) è stato seminato con un innocuo mais rosso-blu e poi circondato da altre semine di mais giallo. I controlli di diffusione del polline sono stati effettuati tra il 29 luglio e il 4 agosto: il polline del mais «colorato» è arrivato a contaminare fino a 25 metri l'altro campo. Dato sottostimato, perché il clima secco dell'estate scorsa ha sfavorito la diffusione del polline. L'esperimento verrà ripetuto quest'anno per confrontarlo con i dati di sperimentazioni effettuate all'estero secondo cui il polline arriva oltre 50 metri. Sembrano pochi, eppure bastano per mettere in ginocchio il sistema agricolo italiano.

Secondo uno studio del Joint Research Center della Commissione europea, e uno del governo danese, la coesistenza non è possibile, «per ragioni economiche», nei paesi in cui sia geneticamente modificata una percentuale superiore al 5% di una qualunque pianta coltivata. Alle stesse conclusioni arriva anche lo studio commissionato da Coop quando analizza le spese insostenibili che dovrebbe accollarsi l'agricoltura italiana per rispettare «le rigorose distanze di sicurezza» tra un campo e l'altro (fino a 200 metri). «Nella situazione italiana di piccole e piccolissime aziende - scrive il Cinsa - su terreni molto spesso collinari, in assenza di alcuna norma che obblighi all'accordo preventivo agricoltori ogm e non ogm, facendo pagare ai primi il costo delle opere necessarie per la prevenzione, è impensabile attuare la coesistenza».

Gli aspetti socio economici sono stati affrontati dal professor Claudio Malagoli dell'Università di Bologna. Le sue conclusioni, e gli interrogativi, sono allarmanti. I costi saranno maggiori per quasi tutti, agricoltori che non vorranno coltivare ogm, trasformatori e distributori: «Gli unici che guadagneranno saranno i produttori di beni alimentari di scarsa qualità, che vedranno aumentare le difficoltà produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza».

Ma ai contadini converrà evitare l'inquinamento genetico? Scrive Malagoli, «gli converrà solo nel caso in cui sul mercato siano presenti tre prezzi per lo stesso prodotto (con ogm, con ogm inferiore allo 0,9%, ogm-free»): nell'incertezza, il contadino sceglierebbe la tecnica meno costosa determinando un'espansione di superfici coltivate con ogm.

Ma il contadino sarà mai sicuro di ottenere un prodotto senza ogm? «Risposta negativa». E questo potrebbe significare non poter più rispettare gli accordi presi con i trasformatori e i distributori che hanno puntato sulle produzioni di ogm-free. Con riflessi disastrosi su tutta la produzione agroalimentare. «Questo scenario pessimista si realizzerà se non riusciremo a determinare le filiere parallele - spiega Maurizio Zucchi, responsabile controllo qualità di Coop Italia - per questo crediamo che debbano essere definite regole certe e chiare, altrimenti il diritto di scelta del consumatore non sarà tutelato. Diritto di scelta non vuol dire solo segnalare gli ogm sull'etichetta, vuol dire garantire che ci siano prodotti senza ogm».