Articolo da "Il Manifesto" del 17 ottobre 2003
Monsanto lascia il campo

La multinazionale americana degli ogm annuncia il ritiro dalla Gran Bretagna. La decisione arriva all'indomani dello studio del governo Blair che sottolinea gli effetti «dannosi» causati all'ambiente dagli organismi geneticamente modificati. Ma a pesare è stata anche la pressione dell'opinione pubblica inglese che al 90 per cento si è detta contraria ai cibi trasgenici

ORSOLA CASAGRANDE
LONDRA
C'è soddisfazione tra gli ambientalisti britannici. I risultati dei test commissionati dal governo sulle coltivazioni-pilota di organismi geneticamente modificati confermano le paure e i sospetti di chi da anni si batte contro l'introduzione delle coltivazioni genetically modified. Ma gli ambientalisti sono soddisfatti anche perchè ritengono, a ragione, una vittoria anche loro il fatto che Monsanto (il gigante americano in fatto di ogm) abbia deciso di chiudere il suo stabilimento britannico (una chiusra che avrà ripercussioni anche sugli altri stabilimenti europei). Sembra proprio che Monsanto abbia rinunciato alla conquista di un mercato europeo che si sta dimostrando sempre più ostile, sostengono gli ambientalisti: per Friends of the Earth si tratta di «una vittoria importante per il movimento anti-ogm: Monsanto ha capito di aver fallito in Europa». L'azienda americana comunque smentisce che si tratti di una ritirata e sostiene che la decisione rientra nel piano di ristrutturazione dell'azienda, sempre più orientata verso il sud del mondo. Ma che il clima si stia surriscaldando a livello europeo è ormai evidente. Qualche giorno fa la commissaria della Ue all'ambiente, Margot Wallstrom aveva detto che le compagnie americane di biotecnologia «stanno mentendo e costringendo» l'Europa ad adottare tecnologie di manipolazione genetica insostenibili. Quanto alla Gran Bretagna, lo studio voluto dal governo Blair (che dovrà decidere a breve se dare il via libera alla produzione e alla commercializzazione di organismi geneticamente modificati) è durato tre anni e ha preso in esame tre diversi raccolti, mais, colza e barbabietola. I risultati sono misti: le coltivazioni di barbabietola e di colza sono risultate più dannose per l'ambiente delle coltivazioni normali.

Quanto al mais invece sembra che quello ogm sia meno dannoso per animali e piante di quello naturale. I test hanno riguardato sessanta fattorie ogm in tutta la Gran Bretagna. In particolare si è trattato di valutare l'impatto che determinati pesticidi hanno sulle coltivazioni transgeniche. Il risultato è stato che, in due casi su tre, le piante geneticamente modificate sopravvivono ai veleni, ma l'ambiente circostante ne risente pesantemente. Gli esperimenti sono stati compiuti affiancando coltivazioni transgeniche e naturali e lasciando che la fauna locale (piccoli mammiferi, insetti, ecc) continuassero la loro vita di sempre. Per gli ambientalisti i risultati dei test lasciano pochi dubbi: al contrario di quanto sostegono i produttori di ogm, il transgenico non è sicuro e non lascia immutato l'ambiente. I test non hanno riguardato nè l'impatto sull'uomo nè le possibili contaminazioni (per esempio attraverso lo scambio di pollini).

Il governo Blair (che ha sempre considerato con favore l'introduzione di prodotti ogm nel mercato) dovrà ora studiare i risultati degli esperimenti e decidere (potrebbe farlo già entro la fine dell'anno) se dare il via libera alla commercializzazione su vasta scala dei prodotti transgenici. L'opinione pubblica britannica ha già detto la sua. La stragrande maggioranza degli inglesi non comprerebbe mai prodotti contenenti organismi genticamente modificati.

Lunedì scorso per le vie londinesi c'è stata un'affollatissima manifestazione contro gli ogm. Ieri gli ambientalisti hanno ribadito che il governo non può ignorare la volontà della gente. Gli incontri organizzati durante l'estate dal governo per raccogliere le opinioni dei cittadini hanno mandato un segnale chiaro. Soltanto il 2% degli intervenuti ha detto che non avrebbe alcun problema a mangiare prodotti transgenici. Tutti gli altri hanno detto di non fidarsi delle tecniche di manipolazione genetica, di non essere informati e soprattutto accusano il governo di non aver condotto esperimenti sufficienti per valutare eventuali impatti negativi sulla salute.

Una preoccupazione quest'ultima che viene quasi ignorata dai produttori, soprattutto americani, che invece nella loro propaganda spacciano le coltivazioni di organismi transgenici come la chiave per risolvere il problema della fame nel mondo. Naturalmente senza considerare nemmeno l'impatto che tali coltivazioni hanno sui terreni.