Articolo da "Il Corriere della Sera" del 5 luglio 2003
Critiche degli specialisti: queste iniziative sono sbagliate e inutili

Creato embrione con due sessi «E’ la prima chimera umana»

Fa discutere l’esperimento Usa: «Volevamo curare i geni malati»

DAL NOSTRO INVIATO
MADRID - Una chimera umana, metà maschio e metà femmina, è l’ultima «creazione» degli alchimisti della vita in provetta, ma l’embrione intersex ha subito suscitato critiche e condanne da parte della comunità scientifica.

L’esperimento è stato presentato a Madrid in occasione del congresso annuale della Società europea di riproduzione umana ( Eshre ) ed è opera di un gruppo americano del Center of human reproduction di New York e di Chicago, guidato da Norbert Gleicher.

Eccolo in sintesi: i ricercatori hanno iniettato cellule, prelevate da un embrione maschio, in un embrione femmina di tre giorni e hanno fatto crescere quest’ultimo in laboratorio per sei giorni. Poi lo hanno distrutto, dimostrando, però, che su un totale di 21 embrioni-chimera, 12 si sono sviluppati normalmente.

La ragione per cui sono state utilizzate cellule maschili sta nel fatto che il cromosoma Y è un marcatore che si può studiare facilmente e permette, quindi, di seguire lo sviluppo e la distribuzione delle cellule maschili all’interno dell’embrione femmina.

L’intento dei ricercatori era quello di sperimentare una possibile alternativa alla terapia genica nella cura di malattie genetiche. Secondo Gleicer, infatti, gli embrioni portatori di un difetto genetico potrebbero essere curati con l’iniezione di cellule embrionali con la versione corretta del gene. E la tecnica potrebbe essere utile per quelle coppie in cui un solo partner è portatore di un gene difettoso che potrebbe trasmettere al figlio. Non solo: secondo il ricercatore americano questa strada permetterebbe di non distruggere gli embrioni con i geni malati.

Ma la maggior parte dei ricercatori non è d’accordo.

«Mi sembra un errore madornale - commenta Alan Trounson, australiano, della Monash University di Melbourne, uno dei pionieri della fecondazione in vitro -. Non si può avere soltanto metà corea di Hungtington (una malattia genetica, ndr )».

Dello stesso parere anche Lynn Frazer, membro del comitato scientifico dell’ Eshre : «E’ vero che anche nel caso di embrioni concepiti naturalmente si possono formare chimere, ma pensare a questo come terapia è azzardato. La distribuzione delle cellule contenenti geni sani e geni malati non è omogenea e non è prevedibile».

Meno categorico è il presidente dell’ Eshre , Arne Sunde, secondo il quale la tecnica, almeno teoricamente, potrebbe essere applicabile in alcune condizione, come nel caso di certe malattie metaboliche dovute alla mancanza di un enzima, in cui bastano poche cellule con il gene sano funzionante per risolvere il problema.

La ricerca sugli embrioni-chimera non è l’unica che ha fatto discutere gli esperti riuniti a Madrid.

In precedenza il ricercatore israeliano Tal Biron-Shental aveva proposto di utilizzare ovuli prelevati da feti abortiti per sopperire alla carenza di ovuli da utilizzare nei trattamenti di fecondazione in vitro.

Annunci di questo tipo gettano discredito sulle ricerche nel campo della riproduzione assistita, sostengono ora molti scienziati, e, in Italia, rischiano di interferire con il dibattito sulla legge relativa alla procreazione assistita, ancora da discutere in Senato.

Adriana Bazzi abazzi@corriere.it