Articolo da "Il Manifesto" del 22 novembre 2002
"... La mia generazione — o forse quella che l'ha preceduta — ha intrapreso per prima sotto la guida delle scienze esatte una distruttiva guerra coloniale contro la natura. Perciò il futuro ci maledirà".
E. Chargaff
La vita ai minimi termini

Craig Venter, scienziato-manager fondatore della Celera Genomics, e Hamilton Smith, Nobel per la medicina, hanno annunciato una nuova tappa sulla strada della vita artificiale: il progetto, finanziato dall'Energy Department americano, di creare un organismo-base in laboratorio. Utilizzando un fastidioso parassita venereo, il Mycoplasma genitalium. Un progetto che può avere profonde implicazioni, dalla biomedicina alla ecologia, ma anche un segno che la scienza sta cambiando. Le scoperte si annunciano prima ancora di farle

YURIJ CASTELFRANCHI
La notizia viaggia impazzita da ieri pomeriggio in un pop-cornìo ansiogeno di agenzie di tutto il mondo. Ed è di quelle da far sobbalzare: «Scienziati annunciano a Rockville, Usa, che intendono creare una nuova forma di vita». Brivido. Rafforzato dal fatto che l'annuncio bomba non esce su un tabloid scandalistico londinese, né per voce di due biologi sconosciuti a caccia di palcoscenico. Lo si legge, invece, sulla prima pagina del Washington Post. E autori del colpo di teatro sono due grandi firme: Hamilton O. Smith e Craig Venter. Il primo è fra i biologi molecolari cui l'ingegneria genetica deve i natali: è premio Nobel per la medicina nel 1978, per avere scoperto e utilizzato (assieme a Werner Arber e Daniel Nathans) gli enzimi di restrizione, molecole capaci di tagliare il Dna in punti precisi. L'altro, geniale e discusso scienziato-manager, fondatore del Tigr (The Institute for Genomic Research) e della Celera Genomics, è colui che sequenziò per primo il patrimonio genetico di molti microrganismi, per poi sfidare gli scienziati dello Human Genome Project e arrivare con loro nel gennaio 2001 - fra polemiche al vetriolo - alla dirittura d'arrivo che segna una pietra miliare nella storia della scienza: il sequenziamento del genoma umano. Al grido fanno eco opposti commenti. Edoardo Boncinelli, genetista e direttore della Sissa (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati), boccia la notizia come «sconvolgente per l'uomo della strada o per un sacerdote, ma di minore importanza per uno scienziato». E aggiunge: «gli annunci shock fanno male alla scienza». Dante Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive di Genova, è tombale: «certe notizie andrebbero censurate, perché quando non c'è certezza si possono insinuare nel pubblico speranze inutili o, peggio, terrore infondato». Mentre Giuseppe Novelli, genetista dell'università Tor Vergata a Roma, dice: «È una cosa straordinaria. Venter ci ha abituati ad annunci clamorosi. Ma i suoi miracoli si avverano sempre [...] Avremo la capacità di capire come funziona il software del genoma». E così via, fra euforia e stroncatura. Dietro l'urlo, allora, qual'è la scienza?

L'idea di costruire la vita in provetta non è nuova. Se ne parla da quando fu dimostrata la possibilità di sintetizzare sostanze organiche a partire da quelle inorganiche. Ci si prova da quando Stanley Miller, nel 1953, riuscì a produrre aminoacidi (i mattoni di base per costruire le proteine) in un'ampolla che simulava vagamente un temporale nell'atmosfera della Terra primordiale. E negli ultimi dieci anni sono stati costruiti cromosomi artificiali (tagliando e cucendo pezzi di Dna di organismi esistenti), e ottenute molecole che riescono ad attivare un ciclo per replicare se stesse. Nel frattempo, cibernetici, informatici e biologi inventavano la Artificial Life: la simulazione e lo studio di forme di vita che si evolvono al computer secondo le regole dell'evoluzione darwiniana.

Ma ciò che Venter e Smith promettono non è corollario banale di cose già fatte. E se puntano in alto è perché sono convinti di poter vincere. I due, finanziati da un contratto triennale del Dipartimento dell'Energia statunitense da 3 milioni di dollari, intendono costruire un essere nuovo smontando e riducendo ai minimi termini il genoma di un microrganismo esistente. Ottenendo qualcosa di meno che una vita artificiale (perché geni e cellula del nuovo essere proverrebbero da esseri già esistenti in natura), ma ben più che un organismo transgenico (gli Ogm attuali condividono tutti i geni con un organismo esistente, tranne un paio o poco più). Se riusciranno, i biologi avranno sul vetrino il primo vivente dal genoma costruito interamente a tavolino, con pezzi scelti. Una cellula mai vista sulla Terra. Di più: sorta di vita minimalista, l'essere di Venter e Smith sarebbe formato dalla cellula che, col minor numero possibile di geni, sarebbe capace di avere un metabolismo e di riprodursi. Sarebbe un «file zip» della vita, l'algoritmo minimo (o uno degli algoritmi minimi) che consente a una cellula di funzionare col minore numero di molecole. «Ci stiamo chiedendo - ha detto Venter - se possiamo riuscire a trovare una definizione molecolare di cosa sia la vita».

Probabilmente i due scienziati, che stanno mettendo in piedi uno staff di una ventina di persone, useranno come organismo di partenza il Mycoplasma genitalium, fastidioso parassita venereo che nell'uomo causa uretriti. Lo faranno perché il suo genoma è completamente conosciuto: lo ha sequenziato Venter stesso con i collaboratori del Tigr. E lo faranno, soprattutto, perché quello del Mycoplasma è il genoma più piccolo che si conosca: contiene 517 geni (noi ne abbiamo almeno 30.000, per esempio, e alcune piante molti di più).

Venter ipotizzò già negli anni `90 che non tutti, ma solo circa 300 dei geni del Mycoplasma, sono indispensabili a garantire le funzioni vitali della cellula. Ora cercherà di isolarli, ricucirli a formare un cromosoma artificiale e inserirli in una cellula vuota di Dna per vedere se essa prenda vita e si riproduca.

Le implicazioni scientifiche sono interessanti: avere in mano una vita ai minimi termini permetterebbe di capire meglio, partendo da un modello estremamente semplice, come funzionano il metabolismo e la regolazione fra i geni. Le implicazioni pratiche, anche se a medio e lungo termine, sono pure notevoli: aggiungendo geni scelti a un organismo di base tanto semplice, si potrebbero sintetizzare farmaci su misura, vaccini, o costruire microrganismi capaci di disinquinare mari e terreni (assorbendo metalli pesanti o degradando idrocarburi, ad esempio).

Altrettanto profonde sarebbero le implicazioni etiche (quali forme di vita abbiamo il diritto di creare in laboratorio, e per quali fini?), il potenziale militare (nuove armi biologiche progettate a tavolino) e l'interesse economico (immaginate di avere in mano il brevetto di un organismo a partire dal quale potete produrre migliaia di proteine diverse).

Ma c'è un altro aspetto stupefacente della vicenda. Non è nascosto nella cellulina che i due scienziati vorrebbero costruire, ma nell'annuncio stesso di volerla fare. La scienza, fino a poco tempo fa, non procedeva così. Una scoperta, un esperimento, una nuova teoria, giungevano al pubblico dopo che erano state discusse, verificate, promosse o bocciate dalla comunità scientifica. Le norme erano chiare, anche se non espresse in un albo del buon scienziato: si basavano sul metodo galileiano e sulla comunicazione delle proprie teorie o risultati sperimentali ai colleghi, che li discutevano, verificavano, falsificavano. Venter, abituato agli scandali, ha già violato una di queste norme: ha preteso di veder riconosciuto il suo sequenziamento del genoma umano (pubblicandolo sulla rivista Science), ma ha imposto restrizioni all'accesso ai dati che a tale sequenziamento corrispondevano. Come dire: ho compiuto un progresso cruciale, ma per vedere come ho fatto dovete chiedere il permesso perché i dati sono proprietà privata. Ora fa di più: grida in prima pagina non ciò che ha fatto, o che sta per fare, ma ciò che vorrebbe riuscire a fare fra almeno tre anni. Anche il Progetto Genoma Umano fu lanciato in prima pagina al suo nascere. Ma già si sapeva nei dettagli che si poteva fare, e attraverso quali passi. Venter e Smith fanno così per captare fondi e marcare il territorio. Ma se è così che bisogna fare per aver fondi oggi, è la pratica stessa del fare scienza, fin nei suoi fondamenti sociologici ed epistemologici, che sta cambiando. La ricerca pura, che obiettivo e applicazioni immediate può non averne, rischia di venir ridefinita. E se chi sa armarsi di conferenze stampa ha più agibilità, fondi, legittimità degli altri, allora l'audience, l'ipse dixit di uno scienziato famoso, o l'interesse di mercato, che pure hanno sempre avuto un peso, rischiano di divenire fattore determinante per la nascita e il destino di una ricerca. La cellulina di Venter e Smith darà da pensare. Anche a chi non studia i geni.