| ELZEVIRO Il determinismo di Pinker Margherite, orchidee e il potere dei geni di CLAUDIO MAGRIS Le grandi religioni - diceva Chesterton, scrittore cattolico - si distinguono dalle superstizioni per il loro robusto materialismo; chi crede che il Verbo si sia fatto carne sa che si è fatto pura sinapsi di neuroni, col loro meccanismo complesso e deperibile. Non c’è antitesi fra spirito e materia; il timore e il tremore dinanzi a un viso amato sono anche reazioni di vasi sanguigni e connessioni nervose, fisiologia del corpo e dell’anima. Questo non implica alcuna riduzione spoetizzante dei valori spirituali, ma è la consapevolezza che essi esistono in quanto s’incarnano, che essi sono realtà concreta. Non c’è d’avere paura dell’argilla di cui siamo fatti, con la quale invece una certa cultura di sinistra, più idealista che marxista, ha riluttato a fare i conti, illudendosi così, con astratto ideologismo, di poter più facilmente cambiare il mondo e liberare gli uomini. Questa «natura» è il nostro limite, talora glorioso ma più spesso doloroso. La nostra unità psicofisica - segnata dalle ferite che ci infligge l’esistenza ma certo anche, in gran parte, dall’eredità genetica - ci pone sulle sulle spalle ali e pesi che non possiamo toglierci a piacere come uno zaino. Sono i limiti, ora generosi ora soffocanti, della nostra intelligenza, della nostra salute, dei nostri impulsi, delle nostre capacità, dei nostri sentimenti; e la fragilità della carne - intesa nel citato senso biblico - che può così poco contro la proprio debolezza e il proprio perire. I materialisti ottocenteschi - che esasperavano dottrinariamente il determinismo, facendone una metafisica - proclamavano questi limiti e questi condizionamenti con una profonda malinconia, che spesso traspare dai nobili volti paternamente tristi di molti di loro, il cui sguardo dietro gli occhiali assomiglia a quello di Cechov o di Freud. A giudicare dal ritratto che ne fa Massimo Piattelli Palmarini, al libro di Pinker sembra mancare questa malinconia, il luogo della quale pare esserci una giuliva sicumera, un’allegria yuppie che bene si adatterebbe alla sua fotografia riportata sul Corriere , a quel viso bello, asettico e raggiante di sorriso cheese trasmessogli dal suo Dna. Massimo Piattelli Palmarini avanza alcune obiezioni e riferisce quelle degli avversari di Pinker, che rivendicano la capacità della storia ossia dell’agire umano di modificare la natura e sottolineano dunque la libertà dell’uomo e la sua possibilità di non essere del tutto condizionato dal proprio patrimonio genetico. Ovviamente non posso avere alcuna opinione a proposito di ciò che è o di ciò che non è condizionato dall’eredità genetica. Ma anche se la storia - la famiglia, l’educazione, la società, la cultura, la politica - potesse influire di poco sulla sorte di un uomo, questo poco avrebbe un grandissimo valore, anzi tanto più grande quanto più forte è il peso del destino che si affronta. In ogni campo, del resto, possiamo fare assai poco: lottiamo contro la guerra, sapendo che di guerre ce ne saranno sempre, contro le malattie, sapendo che comunque soccomberemo, contro l’ingiustizia, sapendo di poterla estirpare, non per questo è vano curare un ammalato, impedire stragi, lenire miserie e disuguaglianze. Nessuna raffinata educazione musicale trasformerà in Mozart un bambino che non ha il Dna di Mozart, ma ci si può chiedere cosa succede a un bambino con quel Dna che nasca in un gulag. Quello che l’educazione, la famiglia, la storia, la politica possono fare è forse solo l’acqua con la quale si annaffia un fiore. Quell’acqua non trasforma una margherita in un’orchidea, ma senza di essa la margherita muore. Curata invece amorosamente, annaffiata come si deve e aiutata a reggere le intemperie, la margherita cresce e può diventare bellissima. Conosco alcune margherite più belle di molte orchidee... |
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