![]() Articolo da "Il Corriere della Sera" del 5 ottobre 2002. |
Un libro di uno scienziato americano ridimensiona il ruolo della famiglia e della cultura. E scatena feroci reazioni Il nostro destino nel nome del gene di MASSIMO PIATTELLI PALMARINI Presentandosi al lettore con i piedi ben piantati nella biologia, nelle neuroscienze, nella psicologia evoluzionistica e nella linguistica moderna, Pinker scocca frecce intinte nel Dna contro il marxismo, il populismo, il femminismo, la political correctness e molti luoghi comuni delle scienze sociali. Steve è non solo scrittore giovane e soave, ma anche razionalista di misurato giudizio. Quindi non si tema di doverlo seguire lungo sentieri che portano alle vecchie e muffite dottrine reazionarie. Le sue frecce infilzano anche i conservatori, i creazionisti, i fanatici di ogni marca e bandiera, e i moralisti dogmatici. La natura umana va innanzitutto riconosciuta e conosciuta, accettando quanto le scienze sperimentali ci rivelano, e va rispettata. Poi, magari, va anche cambiata, ma solo ben sapendo come farlo, e ben preventivando quanto ci costa. È insensato, sostiene Pinker, disconoscere la potenza del patrimonio genetico, la forza delle nostre componenti innate. Apriti cielo! Sabato scorso, in un programma radiofonico molto seguito in Inghilterra, lo psicologo Oliver James, dell'ultra sinistra ambientalista britannica, si è fieramente scontrato con Pinker. L'educazione, il ruolo della famiglia, è tutto, sostiene James. Pinker non sostiene certo che i geni sono tutto, ma consiglia di ridimensionare la pretesa onnipotenza dell'educazione e dell'influenza della famiglia nel plasmare il carattere dei bimbi. Dacci le prove, le prove, gridava James. Eccole, rispondeva Pinker, citando nomi e lavori scientifici. Panzane, rispondeva l'altro, quei lavori sono inattendibili. Un dialogo tra sordi. Chiedo, allora, a Richard Lewontin, un genetista insigne, professore a Harvard, altro grande razionalista, marxista intelligente, spesso attaccato da Pinker nel suo libro, cosa pensa di questo gran parlare dei geni e della natura umana. Risponde: «Non sappiamo niente dei limiti imposti dai geni alla natura umana, quindi non vedo che cosa sarebbe stato "ignorato", o "negato". Certo, uno scimpanzé non può scrivere articoli o programmare un computer, o conversare in italiano, e questo è certo dovuto a una differenza genetica con noi (cervello diverso, diversi controlli dei muscoli della lingua e così via). Ma questo è banale. Tutt'altro che banale sarebbe scoprire come i tratti più interessanti della natura umana (per esempio la religiosità, la musicalità, l'ambizione, la sete di celebrità, la sete di potere, il conformismo e simili) discendono da strutture cerebrali che a loro volta discendono dal programma genetico della nostra specie. Ma né Pinker né nessun altro ha ancora mostrato un solo, dico un solo, esempio di tali supposte interessanti connessioni con i geni. Fino a quando lo faranno, per capire meglio la natura umana, preferisco leggere i libri di Tolstoj, piuttosto che i loro libri. La politica non c'entra affatto, preferisco Tolstoj per la maggiore onestà del suo, diciamo così, metodo». Grazie alle magie della posta elettronica, chiedo a Pinker di rispondere a Lewontin dalla perfida Albione, dove ancora si trova. «Lewontin dice, in sostanza, che rifiuterebbe prove ancora più robuste di quelle che io adduco nel mio libro. Getterebbe, quindi, nella spazzatura tutta la psicologia moderna, tutta la linguistica, e tutte le scienze cognitive. Nel cestino le basi innate del linguaggio, così persuasivamente individuate da Chomsky, nel cestino le basi innate delle espressioni facciali, così persuasivamente individuate da Paul Ekman, e nel cestino i limiti naturali del ragionamento, individuati da Tversky e Kahneman, tanto per fare solo alcuni esempi. Invece, io ritengo che queste discipline abbiano scoperto alcune basi innate, tutt'altro che banali, di comportamenti e talenti complessi, negli animali e nell'uomo. Non abbiamo raggiunto la forza e l'universalità delle leggi della fisica, ma abbiamo basi sperimentali superiori, mi si consenta, a quelle di Tolstoj. Lewontin dice che si inchinerebbe solo davanti a una dimostrabile influenza dei geni, tramite il cervello, sui comportamenti e le inclinazioni umane. È curioso che, dopo aver bollato per anni il riduzionismo, si mostri tanto riduzionista. Ora dice anche che la politica non c'entra nella valutazione delle prove scientifiche. Me ne rallegro, ma è una novità. In passato ha scritto nero su bianco che una scienza critica è una componente integrale nella costruzione di una società socialista». In questo scambio mancherebbe una terza, fondamentale voce, quella di Noam Chomsky, di cui Pinker è stato allievo, di cui oggi è collega al Mit, e che aveva vigorosamente promosso il precedente libro di Pinker sul linguaggio. A Chomsky, più che a chiunque altro, si deve la rinascita delle componenti innate in linguistica. Lo raggiungo mentre è in Svezia per un ciclo di conferenze. Il tono è un po' quello di chi dice: «Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io». Lo preoccupa soprattutto la intensa campagna di pubblicità montata attorno al libro di Pinker. Ogni scusa è buona, mi dice, per svillaneggiare la sinistra in genere, proprio ora che gli intellettuali liberal appoggiano la violenza di Stato con un fanatismo simile solo a quello che precedette la prima guerra mondiale. Pinker dice di aver abbandonato l'ideale anarchico bakuniniano quando aveva 19 anni (racconta nel libro che a Montreal, la sua città, ci fu uno sciopero della polizia e la città subito si trasformò in un orrendo gorgo di furti e di omicidi). Ma non dice che Bakunin fece la sola predizione non banale, poi puntualmente verificata dai fatti, di tutte le scienze sociali. Chomsky precisa: «La dottrina della tabula rasa porta a negare la natura umana, quindi porta a negare che tutti abbiamo un istinto innato per la libertà e un istinto morale innato individuale, come ammetteva anche il liberalismo classico, e lo stesso Marx, ma non i marxisti che lo seguirono. Bakunin predisse che una nuova classe di intellettuali, ben smaliziati, "di burocrati rossi", ben consapevoli di come stanno le cose, avrebbero diffuso ad arte questa dottrina, per poter esercitare coercizioni e controlli senza limiti, trasformandosi nella classe dominante più brutale della storia». La diagnosi di Chomsky è che solo alcuni membri delle élites manageriali, alcuni agit-prop, alcuni predicatori, e alcuni professori, credono nella tabula rasa e diffondono questa dottrina, in buona o in cattiva fede, presumendo di sapere che cosa è il bene della gente meglio di quanto lo sappiano gli interessati stessi. La gente comune alla tabula rasa non ci crede nemmeno un attimo, se non viene appositamente indottrinata. Per curiosa coincidenza, prima di leggere il libro di Pinker, avevo appena terminato un'agghiacciante cronaca storica della caduta di Berlino nell'aprile-maggio del ’45. Due macchine belliche mostruose che si sono sbranate a vicenda, con indicibili orrori da ambo i lati. Hitler e i suoi credevano ciecamente nel marchio razziale indelebile dei geni. Stalin e i suoi avevano, all'opposto, implacabilmente perseguitato la genetica e i genetisti. Con buona pace di Pinker, le due opposte credenze sulla natura umana hanno prodotto un'identica disumanità, in quei frangenti. Simpatizzo con Pinker nel ristretto teatro della scienza cognitiva, ma forse ha fatto il passo più lungo della gamba. Nel teatro del vasto mondo, forse anch'io, sulla natura umana, preferisco imparare da Tolstoj. |
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