| Il futuro in un codice Le lettere della vita Conclusa la mappatura del genoma umano. Lo annuncia Francis Collins, il capo del Progetto genoma umano, che sul prossimo numero di «Nature» si interroga sugli sviluppi della ricerca MATTEO BARTOCCI Si compiono tra poco i cinquant'anni della scoperta della struttura chimico-fisica del Dna e le analisi sull'intuizione rivoluzionaria di Watson e Crick hanno già riempito - e lo faranno ancora in queste settimane - le pagine dei giornali di tutto il mondo. Un riconoscimento dovuto alla vera icona scientifica del secolo passato e il segno che distinguerà quello che è appena iniziato: la «doppia elica». C'è però un omaggio del tutto particolare che la comunità scientifica ha tributato ieri a Watson e Crick. Il consorzio internazionale guidato dal National Human Genome Research Institute e dal Dipartimento dell'energia americano ha annunciato infatti in una conferenza stampa che il Progetto genoma umano, almeno così come lo conoscevamo, è terminato. Il codice genetico dell'uomo è stato sequenziato con un'accuratezza pari al 99,99%. Come ha detto Francis Collins, capo del progetto: «Conosciamo ora le basi del libro della vita», quel manuale di istruzioni che fa sì che le nostre cellule crescano, si sviluppino e muoiano. Il genoma infatti è un'enciclopedia lunghissima composta da 3 miliardi di lettere e solo una parte minima, l'1-2%, costituisce quei circa 28mila volumi che sono i geni, responsabili della sintesi delle proteine, i mattoni ultimi della vita. Il Dna infatti va incontro a numerose trasformazioni, prima di replicarsi e di dar luogo alle proteine. Come ha scritto qualche anno fa il biofisico Robert Haynes con mirabile sintesi: «La stabilità dei geni viene ora considerata una questione di dinamica biochimica più che di statica molecolare della struttura del Dna. Il macchinario genetico della cellula è un esempio stupefacente del fatto che ci sia un sistema dinamico altamente fidato, costruito però con pezzi fragili e inaffidabili». La conoscenza di questi «pezzi», annunciata ieri, è un primo passo importante e in futuro ci si chiederà com'era possibile fare biologia molecolare senza conoscere le basi genetiche della vita. Il Dna è una molecola straordinaria. Basti pensare che la doppia elica è lunga quasi due metri e se «srotolassimo» tutto quello contenuto nelle nostre cellule, copriremmo 20 volte la distanza tra la Terra e il Sole. L'idea di realizzare un progetto internazionale dedicato allo studio e al sequenziamento del genoma umano nasce da lontano - nel 1986 l'italiano Dulbecco lo proponeva su Science - assumendo da subito il carattere di una sfida politica e tecnologica, oltre che scientifica. All'interno di questa trilogia - scienza, politica della ricerca e tecnologia - si può leggere tutta la storia del Progetto, dagli esordi a oggi. Nella comunità scientifica il dibattito ha assunto i contorni della sfida Big Science vs. Small Science. Ovvero la scienza dei grandi progetti internazionali con obiettivi prefissati garantiti da fondi miliardari e da migliaia di scienziati, contro la scienza dei singoli laboratori, basata sulla creatività dei ricercatori e su un approccio meno sistematico ma forse più adeguato alla complessità delle ricerche biologiche. Dopo anni di discussioni sulla guida e sui finanziamenti, il consorzio internazionale, dotato di obiettivi scientifici e biomedici definiti, nasce nel `90 e la sua direzione è affidata proprio a uno dei Nobel della doppia elica, James Watson. Oltre agli Stati Uniti altri cinque paesi si uniscono alle ricerche: Cina, Francia, Germania Giappone e Gran Bretagna. La prima parte del Progetto Genoma Umano, la più spettacolare e controversa, si è conclusa a Washington il 26 giugno del 2000, quando i responsabili di una delle più grandi imprese scientifiche della storia annunciano all'opinione pubblica mondiale la pubblicazione della prima «bozza» di sequenza del genoma umano. Il successore di Watson alla guida del consorzio pubblico, Francis Collins, e l'allora presidente dell'azienda americana Celera Genomics, Craig J. Venter, mettono da parte i loro dissidi e le rivalità, per ricevere dai colleghi e dall'opinione pubblica il riconoscimento per il loro lavoro. La sfida al mondo accademico, infatti, era stata lanciata il 10 maggio 1998 quando Venter si impegnò a sequenziare il genoma umano prima di tutti, alleandosi con i produttori di computer sequenziatori e sfruttando le ricerche pubbliche. Ma il timore che la Celera o aziende simili brevettassero completamente il nostro Dna animò il consorzio pubblico e alimentò le polemiche. Secondo molti scienziati, infatti, le richieste di brevetto sui geni sono insensate tanto quanto brevettare l'arcobaleno. Tuttavia l'allarme viene preso sul serio e le tensioni non si sopiscono, gli attacchi personali tra gli scienziati coinvolti si susseguono finché quel 26 giugno, a sorpresa, il consorzio pubblico e la Celera Genomics siglano la pace alla Casa Bianca. La data è stata scelta semplicemente perché era l'unica libera nelle agende di Clinton e Blair. Come ha dichiarato l'inglese John Sulston: «Nessuno di noi era pronto all'annuncio. Ma farlo era diventata un'imprescindibile esigenza politica. Allora abbiamo messo insieme quello che avevamo, l'abbiamo impacchettato in modo carino e voilà, abbiamo detto che era tutto finito». Poca scienza dunque e molta politica e finanza nella conclusione di quella prima tappa verso il genoma umano. Oggi, giunto al termine del suo compito principale, il consorzio pubblico, unico protagonista dopo il divorzio di Venter dalla Celera nel 2002, continua a mettere a disposizione di tutti, anche dei privati, le proprie scoperte. I suoi archivi genetici sono uno strumento consultato via Internet da milioni di ricercatori. Rimane però molta strada da fare, tracciata con chiarezza in un importante articolo presentato ieri e pubblicato sul prossimo numero di Nature. Molti si chiedono cosa si sarebbe potuto fare di diverso e di migliore con i 2,7 miliardi di dollari spesi sul genoma. Quel che è certo è che la biologia non è più la stessa. E così la tutela della salute, le pipeline delle industrie farmaceutiche. Oltre al riconoscimento che la lunghissima serie di «lettere» che scandiscono la vita di ognuno di noi è interpretata in modo complesso e non univoco dalla cellula in cui si trova, ciò che resta del Progetto genoma umano infatti sono soprattutto le sue ricadute tecnologiche - tanto che si parla di una nuova disciplina, la bioinformatica - e un modello organizzativo multidisciplinare, internazionale e aperto che deve cercare ora altre strade per svilupparsi e non morire. Al mondo scientifico nel suo complesso si richiede una prima valutazione dei risultati raggiunti e di dimostrare l'utilità in campo sanitario e biomedico di un simile sforzo. |
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